Vittoriale

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Del Libro Segreto: Regimen Hinc Animi

Per favore del caso, con qualche povera moneta di rame ho contrastato al fuoco della povertà alcune schegge di legno incorruttibile. appartengono al più venerando dei cipressi michelangioleschi che a uno a uno il fulmine ha scosceso e vinto nelle Terme di Diocleziano. se io ne facessi uno scrigno, che cosa vi chiuderei? forse l’altro mio cuore; forse il libro che non ho scritto: il libro dell’altra mia vita.
Roma, 21 settembre 1898.
Quando nella notte io mi curvo su la mia pagina, in questa officina, operaio artiere artista, come il ciglio della mia palpebra china.
Ascolto. e mi sembra veramente di ascoltare per la prima volta, con una attenzione diversa da quella che io m’ho nel ricevere le belle musiche: da quella attenzione di così alta spiritualità che per tutti i sonatori diviene un elemento del suono e un mistero della risonanza.
Il vento e l’acqua nel mio giardino alternano o contrappongono due melodie. ogni nota delle foglie e delle gocciole mi tocca in tal parte di me dove non giunge la musica degli strumenti, ma ‘con una volontà di musica’. mi tocca dove vuol toccarmi: mi commove come vuole commovermi: con una esattezza e con una sapienza che m’è quasi insegnamento di composizione.
‘O artista difficile, tu sai quel che vuoi, tu sai dove tu vuoi giungere’ io dico a me stesso.
Ma la mia arte trasfigura il mio spirito, le mie parole scelte e disposte da’ miei ritmi si confondono con le mie più segrete fibre, seguono i più esigui rami de’ miei nervi.
Se io leggo questa strofe, se leggo questa prosa all’uditore più attento e più fervido, io ho dinanzi a me un estraneo impenetrabile come un uomo sordo; ché non posso interpretare se non incertamente i segni della sua commozione sul suo volto e la sincerità di quei segni.
Ah, se le mie parole toccassero imperiosamente colui che leggerà il mio libro come le parole della notte ora toccano me!
Riprendo la penna. la mia mano è tanto bella e distante che mi sembra appartenere alla flora sottomarina. la luce della lampada alta m’è inutile e m’è importuna. in quest’ora il mio genio è la mia solitaria fosforescenza.
Ma perché non posso né potrò mai dimenticare l’ora quando per la prima volta le mie mani apparvero cadaveriche al mio sguardo fisso?
Le ali d’una grande farfalla color di solfo screziata di nero battono come le pagine di quel libro aperto che muovono i soffii intermessi per la finestra nella mia stanza verde.
Le sue gote, di sotto agli occhi, parevano ridere un poco: di sopra a una bocca disegnata dalla Malinconia di Alberto Duro. l’arco de’ sopraccigli era distante dalla palpebra larga e venata. dall’arco dei sopraccigli a quello soprano della fronte era uno spazio chiaro, appena appena soffuso di pallida rosa, appena appena azzurrato di vene: spazio veramente di luce. e queste due singolarità sembravan conferire al suo sguardo una cerchia infinita; così che il suo sguardo venendo di lontano occupava e dominava la vasta sua mèta presente.
Le donne oggi non assottigliano i sopraccigli con sottilissime forbici o con non so che altri ingegni iniqui? non coprono la fronte e gli orecchi con le ciocche de’ capelli: ‘accrochecœur’ trasposti, che non pigliano se non i cuori volgari?
Gli sguardi porcini non vanno di là dal grugno. così gli sguardi umani raramente vanno di là dai pomelli.
Quella conosceva l’arte di ampliare indefinitamente il suo sguardo? o chi mai le aveva insegnato l’arte?
Che lungo valico parevan percorrere i cigli quando ella sollevava la palpebra discoprendo l’iride intiera!
Per acquistare l’ambita cittadinanza veronese quali titoli mi occorrono? di scrittore e d’oratore a laude? di aviatore a guardia? o di donatore inginocchiato ai piedi di San Zeno?
Sono in Verona. vado alla chiesa di Santa Anastasia per una via che ha sepolto l’antica via romana dei Sepolcri. cerco nel portale la colonnetta mediana che ha sotto la piccola madonna lo stemma a testa d’aquila con la sigla gotica dan.
Nel pilastro a destra della porta cerco lo scudo della città rinchiuso in una cornice a dadi, e quell’altro scudo che è di sotto: quel dalla testa d’aquila e dalle tre lettere dan.
Vado a Santa Eufemia. cerco nel pinnacolo centrale della facciata la testa d’aquila e la sigla dan.
Vado alla chiesa di San Fermo minore di Braida, San Fermo al ponte, San Fermetto. m’inganna la memoria. mi volgo a San Fermo maggiore, a quel San Fermo di Cortalta dove il vescovo Annone collocò le reliquie dei Santi recate dalla mia terra d’Istria; e tra le reliquie ve n’era una ch’io so. entro nel portico che protegge la porta. scopro alfine negli archi e nella serraglia lo scudo a testa d’aquila con la sigla dan.
‘Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo imperio del buon Barbarossa.’
Oreficeria egizia? oreficeria greca? simili a quei gioielli che sembravano emblemi e non erano emblemi, sembravano enigmi e non erano enigmi costrutti da orafi esperti dell’ignispicio di Amphiaras, simili a quei gioielli sono questi fiori senza nome in questo vetro soffiato dove il soffio ancor caldo del vetraio leva le bolle nell’acqua mortuaria.
Studio la forza e la delicatezza della costruzione, da trasporre nella carta scritta: il calice lungo con otto scannellature più vive e libere che quelle della colonna dorica; la solidità serrata dei petali, quasi fiore d’oro e di smalto che abbia la freschezza agevole del fiore di giardino. il calice e lo stelo hanno il verde del bronzo patinato: della ‘pàtina terrestre’.
L’altra varietà è forse la scempia? più non sono tanto serrati e piegati i petali. il gruppo centrale dei pistilli è più copioso. ne’ petali le parti chiare sono più chiare: d’un giallo schietto di zecchino.
È ‘la flore di cortesia e d’insegnamento’ nel discordo di Messer lo re Giovanni? o è ‘la fiore’ di Sorìa nella canzonetta gioiosa dell’imperator Federigo? o è l’alta fiore aulente nella ballata di Saladino?
Più mi piace che sia ‘la flore’ della canzone pisana:
‘lieto gode all’alore
de tanto bella flore.’
E, mentre la mia sensualità aspettante si bea d’una parola antica e di un’antica rima contro il genere maschile del tardo grammatico, da un improvviso odor d’ambra che accompagna un’altra fiore io sento l’appressarsi di Lachne.
‘Tal la sento, non maraviglia parmi.’
O dimenticato trovadore! tutto vive, e rivive. l’arte è lento martirio e fulminea voluttà. un’altra parola morta su dalla canzone d’Inghilfredi si leva a respirare e ad aliare. non fu dunque riscritta da me, per questa ora, nel confusissimo codice vaticano, col mio sangue stesso di adolescente studioso e licenzioso? quando?
‘Et ella il cor m’inambra.’
Di lei la mia notte s’inambra, il mio letto s’inambra, la mia segreta s’inambra.
Una grande nuvola naviga nel cielo cilestro, simile a una galeazza che vacilli e si travagli per non so quale avaria. di tratto in tratto il suo colore imita le squamme della lebbra bianca. è carica di lebbrosi respinti dalla cristianità; che ora si lagnano nel lagno del vento.
Dentro da questa cerchia triplice di mura, ove tradotto è già in pietre vive quel libro religioso ch’io mi pensai preposto ai riti della Patria e dai vincitori latini chiamato ‘Il Vittoriale’, lassù, in sommo della mia collina magnanima, lassù, in vetta del Mastio, sopra l’arca del primo fra’ miei undici eroi traslatato, l’aria esprime dalla sua inanità qualcosa d’inconsolabile. Coeli insolabile numen sono le tre parole dolenti e rilucenti che comprendevano, dianzi, nel mio volo inerme, aria e ala, anima e aria. non più l’arte del distruttore, dianzi, ma la virtù dell’artefice m’insegnava a leggerle, manifeste come le incrinature nel cristallo, come nella scia i rilievi.
Ed ecco, ora ch’io mi ritrovo a terra inconsolato, non so rivolgermi se non a quell’arca cristiana del secolo sesto ignuda e dura; che in segno d’intatta fede e di eretta bellezza mi donò la Vicenza di Santa Corona, di San Lorenzo, della Basilica, perché io vi chiudessi il corpo del mio legionario trentino.
Non m’è opaca la pietra. l’arca simiglia omai la theca, onde la reliquia del martire traspare. la salma del mio difensore v’è dentro incorrotta. quando la primitiva cassa d’abeto fu tratta dalla sepoltura di Cosala e scoperchiata, la pietà degli astanti s’illuminò del miracolo inatteso. il volto le mani la tunica, sul petto l’azzurro della prodezza, ai piedi gli usatti di fante, la tracolla il cingolo il pugnale inguainato, tutte le spoglie apparivano immuni da corruzione, per un mistero che non gli imbalsamatori egizii conobbero. Italo Conci era mirrato con quella mirra dell’amarezza e della poesia, che per tanto tempo e tanto travaglio mi servì a prolungare e a indurare la costanza de’ miei fedeli: con quella mia fulva mirra conservatrice di patti, di giuri, di nomi, di orgogli, di esempii.
Ricevetti il feretro nella Loggia del Parente, ove sono adunate le più fiere specie di Michelangelo consentanee alla mia disciplina. lo sentii pesare e pulsare su le mie braccia. lo patii, lo sostenni. dalla pena de’ miei gomiti fui volto penosamente verso la base del pilastro ov’è inciso questo precetto del mio vivere, men della mia potenza antico, men laconico della mia pazienza: ‘acciocché tu più cose possa più ne sostieni.’
Quando il feretro fu deposto nella loggia, con una pietà unanime tutti si discostarono da me. rimasi prigione in quella massa di gelido diamante che serra la testa del trapassato, un’ora o pochi attimi dopo l’ansito estremo. era notte, già notte alta e fosca. non più s’udiva alcuna voce, non passo alcuno. la sorella di Italo Conci non singhiozzava più, né alenava. sentivo dietro di me la musica sospesa, sospesi gli archi dei sonatori su i quattro strumenti a corda; e gli spazii misteriosi che si spaziano in me fra le tante sporgenze con sì ampio stile scolpite di contro al mondo. ecco che d’improvviso, come nella notte di Cattaro, avevo penetrato il ‘Terzo luogo’, di qua dalla vita, di là dalla morte: più profondamente penetrato se bene non fossi a prua della mia macchina di guerra, non fossi a grande altitudine, non avessi puntata la mia mitragliatrice nera a una stella apparita nella foschìa, non avessi ventilato il congegno delle mie ossa, non avessi votato alla bellezza della mia Causa la esatta mia volontà di abbattere e di uccidere.
Fiso al feretro vedevo, attraverso la cóltrice e la quercia e il piombo, il mio difensore supino. ben lo vedevo con quest’occhio destro che mi fu estinto perché potesse discoprire l’invisibile e decomporre ogni sorta di luce.
Della esemplare legione trentina Italo Conci era l’esempio. aveva guerriato tutta la guerra, con quella chiara bravura inconsapevole del rischio, che è la mia medesima: quella medesima che avverso tutti i rètori ambigui della ‘forza morale’ io pregio più del coraggio di Enrico quarto e del maresciallo di Turenna, usi a smerdar la sella mentre spronavano contro il nemico schierato; più del coraggio di quel vecchio Luca Dagobert nelle nevi dei Pirenei teso a scagliare contro lo Spagnolo i suoi fanti, dalla sua lettiga di moribondo, col gesto secco di chi sia per istecchirsi; più del coraggio di quel giovine Bonaparte febricitante, infetto di scabbia e di gelosia, balzato da cavallo a co del ponte d’Arcole ingombro di cadaveri non bastevoli a celargli il varco del suo destino.
Né mi contraddico né mi diminuisco se al colmo della febbre e di non so più qual malvagia passione ero io medesimo quando mi partii per Ronchi dove mi aspettavano gli uccisi senza nome e Guglielmo il mio condiscepolo senza scampo e la mia ventura senz’alea.
Mi piaceva Italo Conci per la sua prodezza ingenita come il colore de’ suoi occhi, come il suo sguardo franca, immemore come la sua generosità, sfavillante come il suo riso. tagliato con la scure alpina, fatticcio ma pieghevole, tozzo ma non goffo, egli mi suscitava sempre il sentimento indistinto d’una cima vivida, d’un apice umano, per quel riso che continuo gli ardeva nella pupilla, per quel continuo tremolìo di luce che pareva gli inalzasse la statura ponendola nell’ombra, per quel mobile fulgore che a me non dava imagine di levità ma rivelava a me un senso della vita profondo, come s’egli spontaneo con me osservasse la legge vitale del muovere senza tregua al conquisto dello spirito. senza tregua aveva combattuto dal principio della guerra, egli suddito da capestro in terra oppressa, come Cesare di Trento, come Damiano di Rovereto: e la sua credenza invitta e la sua passione avida ridevano sempre.
Così la sua anima intiera, pesata e ripesata nelle bilance della guerra, dava di là dalla cervice un vertice corusco al suo corpo imperfetto, alla sua statura mediocre. più che negli occhi d’altri miei fedeli, continuo ne’ suoi occhi ridenti e appena divergenti brillava il dilemma.
Nella Capponcina dove composi tanti poemi intieramente perfetti come ‘Fedra’, come ‘L’Otre’ – nella vecchia villa de’ Capponi devastata e rapinata dal vento dei creditori, che tuttavia spira di Sirmione ‘occhio delle penisole’ –, fra tante cose di squisita e parlante rarità tenevo in onore presso la prima porta un giogo di terra d’Abruzzi. ‘dove stava con tanta venerazione collocato quel famosissimo giogo’ solevo dire ai visitatori cruschevoli citando il Redi.
Ho qui una cassetta intagliata da un pastore della Maiella, una spola sarda incisa a punta di coltello, un pettine rado di bosso con iscolpite nella costola due chimere affrontate, uno stampo della caciaia di Aligi dove la croce dalla disposizione delle foglie di lauro è fatta stellare.
Tutta la bellezza recondita del mondo converge nell’arte della parola. certi misteri labili, certi aspetti fuggevoli del mondo inespresso esaltano la mia passione, scòrano il mio studio.
Disperatamente chino su la mia pagina, ecco che nel mio crepuscolo di sotto alle mie palpebre quasi lacrimanti rivedo certe vele del mio Adriatico alla foce della mia Pescara, senza vento, senza gonfiezza gioiosa, d’un colore e d’un valore ineffabili, ove il nero l’arancione il giallo di zafferano il rosso di robbia entravano in una estasi miracolosa, prima di estinguersi.
[‘Si estasiavano’ avevo scritto; e mi dolgo di aver cancellato.]
Ora che so alfine qual sia la vera essenza dell’arte, ora ch’io posseggo la compiuta maestria, ora non ho se non il mattino di domani per esprimermi, non ho se non il mattino di domani per cantare: e per illudermi d’esser lieto!
‘Alcuno incantamento, sciagura alcuna non potrà separar da te medesimo la tua musica’ dice il poeta disconosciuto e calunniato ma non infelice.
‘Lacrime d’un perfetto dolore versate son per te nell’Elicona’ canta il cristiano Milton su l’organo della sua cecità e della sua povertà.
La conoscenza.
Qual dunque è il modo di conoscere?
Scoprire il segreto dell’Universo mal nato ne’ granelli della sabbia, nelle granella della spiga o nelle stelle della costellazione Spica Virginis, in un acino d’uva, nell’ombra di ciglia chine;
scoprire il segreto dell’angoscia nel cuore d’una rosa divorato da una cetònia non meno bella de’ petali cadenti;
accogliere l’infinito nel cavo della mano che tiene l’acqua piovana o la rondinella caduta dalla gronda;
vivere l’eternità in un’ora diurna, in un’ora notturna;
uccidere l’oscuro iddio sotto i ginocchi della preghiera.
In questa malattia, come dunque la sofferenza carnale a poco a poco spoglia di carnalità il corpo che soffre?
Di quanta lussuria belluina, di quanto piacere perverso, di quanta imaginazione impura io mi son nutrito in questi ultimi tempi.
Come dunque il corpo non ne serba traccia, quasi vaso di vetro che lavato e rilavato non serba color di vino, odor di essenza, dolciore d’elisire?
Tutti i miei pensieri sembran vibrare di penne luminose: alti serafini dalle molte ali disposte intorno a un volto senza corpo, intorno a un’estasi senza cuore.
Dianzi, nel Cenacolo delle Reliquie, fra i Santi e gli Idoli, fra le imagini di tutte le credenze, fra gli aspetti di tutto il Divino, ero quasi sopraffatto dall’émpito lirico della mia sintesi religiosa.
Santo Francesco apparito, dritto sul collo formidabile dell’Elefante sacro, apparito ai Testimonii del Budismo, ai Legislatori del Budismo, ai mostri della mitologia asiatica!
Una creatura divina dalle otto braccia ha due – delle otto mani – giunte nell’attitudine dell’Ave, nell’attitudine eguale a quella della Vergine quattrocentesca di legno dorato, che giunge le mani dell’amore sopra l’Infante adagiato nel serrame de’ ginocchi! e, di contro, la sedente divinità thibetana di bronzo dorato [che tuttora porta la fascia del sacrifizio a tracolla, di lino ìndico] ha nel cavo d’una delle mani posata su’ ginocchi una medaglia ebraica con l’effigie del Nazareno!
Certo l’arte sovrana m’inspira, il gusto della forma e del colore mi conduce nella scelta e nella composizione. una ingegnosissima scaltrità mi illumina nel modo di regolare gli intervalli e le altezze. per sollevare una figura più che un’altra una scatola di maiolica mi serve da base, uno straccio di tessuto d’oro m’è buono a dissimulare il cubo provvisorio, una maniera lesta di soppesare il bronzo mi rassicura su la resistenza della sottostante fragile materia invetriata. ma, in questa abilità e versatilità di tecnico [sin dagli ultimi due anni del liceo di Prato solevo per boria porre sotto il mio nome la tanto riverita parola τεχνικός] dico che il cuore mi trema. bacio con labbra ferventi le mani della Vergine, prima di collocarla. bacio l’effigie barbata e chiomata del Cristo, prima di porla nel cavo della mano lunga di quell’idolo thibetano. un senso infinito dell’ansia religiosa nei secoli, e ne’ secoli de’ secoli, mi amplia infinitamente il petto scarnito. non mi muovo in una selva di figure e di simboli: palpito e m’esalto in un folto di verità formate e di divinazioni inespresse.
Sono dunque un profanatore musicale? no.
Aspiro al dio unico, cerco il dio soprano. e sento come ‘quel che è in me divino’ tenda a ricongiungersi col dio inaccessibile, si sforzi di possederlo.
La gente semplice intorno a me sorride ignara o attonita, mentre impaziente io domando un chiodo vecchio, un brano di stoffa preziosa, uno scampolo di nastro d’oro, la scatola dei colori d’acquerello, una fiasca di pallini da caccia che verserò nel vaso smilzo per renderlo incrollabile.
Forse quella donna di popolo chiamata Aragna, sensibile all’incantesimo de’ miei modi singolari, scopre la febbre mistica che brucia ne’ miei occhi, il fiso ardore che assottiglia angelicamente le mie dita.
Non ribolle nelle reliquie eroiche il sangue? Peppino Miraglia mi guata e mi comprende. Nino Randaccio mi guata e mi comprende. le due medaglie d’oro, appese al gagliardetto del ‘Ridottino sardo’, mirano a me come i due occhi sporgenti e ardenti – là – del cavallo di Fidia.
O vastità! o dismisura, misurata dalla cassa d’abeto e dalla fossa!
La mia voce. ben la conosco. la studio, la dòmino, la modulo. ma qualche volta mi sento come sorpreso da un tono, da un accento: alzamento o abbassamento insoliti.
Sì, qualche volta – e non so reprimere un sussulto o un fremito – qualche volta è la voce di un’altra creatura: di un’altra gola, di un’altra anima.
Dove potrò io trovare l’antico orrore dell’uomo dinanzi agli aspetti misti e confusi e minacciosi e inesplicabili? dove potrò io tremare dinanzi al prodigio oscuro e sinistro?
Non posso più vivere su questa terra schiava, misurata, messa a profitto in ogni palmo.
Il pensiero degli Indi è magico, la lor preghiera è magica, taluna lor parola è magica.
‘Se questa parola fosse detta a un bastone [al levigato bàcolo del balogio Gandhi?] si coprirebbe esso di fiori e di foglie, si radicherebbe novamente in terra.’
Non miracolo ma cosa comune, efficacia cotidiana del verbo.
Mi avviene di dire, quando alcuno osserva non senza pietà che il mio volto è omai tutt’osso, è crudamente riscolpito nell’osso giallastro, mi avvien di dire: ‘credete che la mia vera maschera carnale sia questa? guardate il mio naso che per troppa sensualità non è ancor giunto a bene affilarsi. guardate la mia bocca amara senza rinunzia e senza pace: le stupende suture del mio cranio; i miei occhi affondati nel fuoco perpetuo del mio cervello: il leggero strabismo del destro ferito, che la mia pertinacia tenta ricondurre verso l’asse vincendo il terrore dello specchio mattutino o notturno. guardate le mie mani che una donna chiamò fiori sottomarini
Sino alla terza ora.
Dopo, spezzate il gesso; troncate i polsi del formatore. tacete, senza inginocchiarvi. non attendete alcun segno dal nulla.’
Questa è la mia certezza. non vale se non il momento, non importa nell’ordine dell’Universo se non il momento: quello che l’arte profonda esprime, che forse l’arte futura esprimerà convinta che tutto il resto è nulla.
Movendo all’impresa contra i Persi, passato l’Ellesponto, Alessandro in Ilio sacrificò a Pallade e libò agli Eroi.
Dopo avere unta d’olio la colonna di Achille, egli l’attorneò ignudo e la incoronò chiamando beato il Pelide poi ch’ebbe in vita un amico fedele e dopo morte un alto cantore della sua gesta.
Amore senza figura. malinconia senza figura. ben vi fu in terra un poeta che non nominò la sua donna se non dicendo: ‘il suo ginocchio è una perla.’
Un altro, che giovine fu morto di tradimento, aveva detto: ‘ella cela più di bellezza nella sua delicata fronte che non n’abbian le mammelle bianche della reina d’amore.
E un altro dice: ‘mi consuma l’ansia della creatura che apparisca alla mia porta vietata. mi consuma l’attesa di un incontro che rinnovelli le mie sorti, così che in fondo ai miei occhi s’aprano due novelli occhi.’
Io dico: ‘ella ha negli occhi quella essenza di sé che non ancor si manifesta nel suo corpo. negli occhi è qualcosa che nel suo corpo non è.’
Dico: ‘Paola si chiama l’accordo fra un indicibile bianco e un lionato indicibile. si chiama Paola dunque l’accordo fra la perla e lo zibellino? fra la rosa bianca e quella pasta vitrea che, simile a un topazio bruno formicolante di faville d’oro, era ai vetrai di Murano la pietra venturina?’
Anche dico: ‘o semplicità che non hai paura di vestirti d’oro e di porpora, di velluti a opera e di broccato riccio sopra riccio, o semplicità mia sorella dagli occhi limpidi come il fuoco del lauro e della stoppia!’
Ho fra le dita il bicchiere esagonale di vetro leggero, vuoto; ché ho bevuto avidamente l’ultima goccia d’acqua.
La lampada è alta, sopra la mia fronte, come tutte le lampade di veglia e di lavoro da che l’occhio mio destro è inquietissimamente cieco.
In un modo quasi soprannaturale su la pagina bianca apparisce l’ombra del vetro variegata di luci e di scuri; e l’ombra della mano, non dissimile a quella del vetro, così che nelle falangi e nel dorso non è da divinare ossi e ossicini: palesi.
Lugubremente rapito, agito fra le mie dita il vetro guardando le variazioni su la pagina bianca dove son per notare questo che noto.
Ecco i fochi mutevoli nell’occhio leso, gli innumerevoli volti sconosciuti che di dietro la rètina mi rivelano le più remote stirpi, gli anelli planetarii che si spezzano scagliando a traverso il mio firmamento aeroliti opachi, le aureole caduche d’una gerarchia di pensieri.
Il vetro mi si rompe nel pugno, mi taglia, m’insanguina.
Le stille del sangue sono semi alla fertilità del mio spirito; che va oltre i simboli oltre gli spazii oltre i tempi: vanisce nella inesistenza del mondo, nella immaterialità delle creature nate e non nate, nella discordanza dei segni che non svelano e non celano. chi mai disse che le anime fiutano l’Ade?
Qual sùbita e insolita allegrezza mi dà stamani questo gioco metrico ov’io son per concludere le invenzioni ritmiche della notte ‘equa al dì’ nel mio segno natale dell’Ariete. signorum princeps et ianitor anni.
Non dubito che in una fessura della ermetica porta di quercia insinuato siasi il mazzamurello di terra d’Abruzzi famigliare a que’ pochetti conoscitori d’una fra le più bellissime mie prose premessa alla ‘Vita di Cola di Rienzo’.
Per una Verona senza usignolo senza lodola senza Giulietta è ripartita Elena Zancle, nel suo carro di cristalli scagliato attraverso l’alba dall’intera industria veloce lombarda: ab illa immortali velocitate, che supera quella di Sallustio Crispo nel computo di Velleio Patercolo: se bene a me piaccia imaginare ch’ella mi lasci l’estrema incrinatura in un più nitido vetro secondando i miei studii che pel terzo de’ miei romanzi di carne senza carne pongono nel luogo del Benaco, divinamente di là, plus ultra, pongono il lago di Ninfa ove acquistai tra ruina e malìa un cardo bianco una camomilla aurata una felce un narcisso un’anitra un’anima un corbo.
Ma stamani tutti i misteri cedono al mistero del ritmo che fa di me il suo strumento sempre novo e sempre diverso. dianzi Elena Zancle mi chiedeva di leggerle alcune tra le più aerose odi del libro di ‘Alcyone’ per emulare Gorgo nel danzarmele.
E una corona d’ellera e di gàttice
ti reco, per un’ode che mi piacque
di te, che canta l’isola di Progne.
Io voglio nuda, nell’odor del màstice,
danzar per te sul limite dell’acque
l’ode fiumale al suon delle sampogne.
Ben sapeva ella emular la donna etrusca, se bene in uno sfondato della parete non si riscolpisse l’alpe apuana e non s’indiasse l’Ellade riaffacciandosi fra Luni e Populonia.
Nell’esemplar corpo umano è la natività dell’infinito e innumerabile ritmo. non s’ingannano que’ conoscitori che pensano come io abbia studiato la mia prosodia nella nudità mimetica e icastica di Erigone di Aretusa di Berenice; ma s’ingannano nel metter quelle tre sopra tutte le altre. tutte le assomma Undulna, che è la mia vera creatura alcionia.
E perché mai nella ode e lode di sé medesma Undulna s’elegge un numero noto, la stanza di quattro versi, la quartina alterna del Chiabrera ch’è una specie dimestica di Gabriello?
Per far della vetustà nota una modernità ignota, una invenzione novissima, anzi la più gemmante novellizia ne’ giardini del mare.
Novellizia. quanto mi piace questa parola ghiotta!
Inoltre Undulna è del nuoto maestra tanto veloce e valida che può, se le piaccia, di Versilia andare a cogliersi intra le Azzorre e Cuba l’alloro oceanico.
Non mi bastò un gioco di assonanze, e di consonanze intime, per dare al Fanciullo sette ballate che non arieggiano alcuna dello stil novo o del Petrarca?
Le tre notatrici dell’‘Oleandro’ si piacevano di raccogliere manate di pésca recente in un brandel di rete d’oro, o nel velo azzurro usato per solecchio, o nella banda di mussolo che avea salvato i capelli dagli sprazzi; e s’indugiavano al frangente, lasciando che l’onda lambisse o coprisse o discoprisse l’invoglio. snodavano le cocche quasi a lasciar fuggire la pésca ravvivata dal salso. allora tutti i ritmi delle creature marine balzando a contrasto si moltiplicavano in nettunio nume e numero. le pescatrici ingannevoli serravano e disserravano. poi rientravano ne’ gorghi di Circe con le involture. a un tratto sollevavano e agitavano la rete il velo il mussolo: liberavano nel sale la pésca guizzante, traversandola a nuoto, tentando di riafferrare pinne e branchie a volo. l’ippocampo!
Nell’involtura del mio cervello saltavano sguisciavano i ritmi.
Vimine svelto,
pieghevole Musa
furtivamente
fuggita del Coro
lasciando l’alloro
pel leandro crinale,
mutevole Aretusa
dal viso d’oro,
offri in ristoro
il tuo sal lucente
al mio cavallo Folo
dagli occhi d’elettro,
dal ventre di veltro,
ch’è solo l’eguale
del sangue di Medusa
ahi ma senz’ale!
Non altramente, nel separarmi dai piaceri equinoziali di Elena Zancle, ho trafugato e portato qui meco le tre camìce della veglia: la bianca la violata la gialla, tutte pizzi trine merletti, trasparenze sopra la pelle più lievi delle vene sotto la pelle, opere della lidia Aragna che sa quanto io prediliga di tali sue opere il passamano.
Come ne’ tre invogli marini ho nelle tre lascive ragnatele i ritmi i filtri gli aromi; e, non so perché, una ilarità un’alacrità un’amenità che somigliano alla più afra delle delizie spirtali: al latino lepos: non a quel di Lucrezio.
Nel folto degli alberi di magnolia si accorda il primo concerto di Ornitio. ho una pazza voglia di mutare non so che cosa frusta in una novità scandalosa abbandonandomi con tutta la mia stravaganza mal doma al mazzamurello che seppe impazzar fino il cruscaio intra ‘e’ citati’.
‘S’e’ ti vien l’ùzzolo di far novellizia di Miser Francescho Petrarcha’ mi fischia il sottil tentatore ‘puoi stravagantemente ispirarti da questa orliquia che tu noncuri. Amor la inspiri In guisa che sospiri…’
Giuro che mi è innanzi messa la reliquia da gran tempo negletta. ma come? non so. eccola.
È sotto vetro, in una cornice ottagona d’ebano e d’oro, ‘un brano verdastro di tunica di Francesco Petrarca tolto all’urna il 24 maggio 1843 da me C. Leoni’. né manca l’autentica notarile. ‘Coram me prolata et signata die xi novembr̃. mdccclxxiii. ego doct. Gabriel Fantonius. Venetiarum p. notarius.’
Odo il tarlo clericato che ‘fa un cheto strepito rodendo piano’.
È un Gabriele Fantoni il notaro. della schiatta di Giovanni Fantoni poeta celebre nel nome arcadico di Labindo? di quegli che disciplinò nelle armi la famosa schiera di giovinetti nomandola Reggimento della Speranza?
Odo il tarlo. o la tarma?
‘Non mi consuma l’amorosa tarma.’
Certo il mazzamurello m’ha messo in sul leggìo questo volume delle rime piacevoli d’un rimator toscano ch’ebbe nome da una civaia flatuosa e vivacchiò nell’ombra uggiosa di Giangastone ultimo de’ Medici traligno.
Certo è il mazzamurello beffatore del cruscaio, perché questo lepido fiorentino è ‘de’ citati’ se ben legume e baccello. nel pronto giudizio dell’aguzzo gnomo egli non avversa la mia teoria corporea del ritmo.
Ecco la sua sestina annuente.
‘Non ti conciò minugia di castroni
Febo, a’ bischeri acconce in dotti nervi.
Ma ti sgomitolò da’ tuoi coglioni
a ben temprarli i tendini protervi
dell’aonia lubido, salmisìa;
et il corpo t’empì di prosodia.’
Laonde per quell’ùzzolo di novellizia i’ ho da una parte il brandello della tunica di Francesco Petrarca e la sua sestina provenzalesca: la canzona forse trovata dal difficilissimo Arnaldo Daniello, trattata poi squisitamente dal Gran Prete di Laura e poi da me non senza eleganza laboriosa. dall’altra parte i’ ho la sestina usuale, la stanza di se’ versi, rimati i due ultimi insieme, il primo col terzo, il secondo col quarto: ‘metro poltrone quant’altro mai’ fu detto.
Non esito. nec sum animi dubius. alla mia novellizia ottimamente conviene la sestina del poltrone che accompagnava a Varsavia l’Arcivescovo di Seleucia. calceoli laus est ad pedem apte convenire, come la ciabatta fagiuolaia al piede varo del prelato e alla podagra del granduca. ma il primo Seleuco Nicatore non apparteneva al genere phaseolus, non al genere dolicos.
Mentre gli uccelli nel bosco s’accordano, l’uggia di Valerio Catullo sbaviglia da Sirmio: ‘O saeclum insapiens et infacetum!’
Mentre intingo la penna ottusa [in quell’inchiostro nero di Vigodarzere che solo dà nerissimo ingegno a qualsisia come ‘il solo che da parecchi anni usa pe’ suoi manoscritti Gabriele d’Annunzio’] fratelmo in debiti e in iscandali da Sirmio venusta, non senza cachinno, mi soggiunge: ‘Castum esse decet pium poetam ipsum, versiculos nihil necessest, qui tum denique habent salem ac leporem, si sunt molliculi ac parum pudici et quod pruriat incitare possunt, non dico pueris…’
Elena, è vano il gemito. non odo.
Se forte sii come le schiere achèe,
io giovine ti dómo. non ti lodo
come il vegliardo in su le Porte Scee.
Nell’anelito madida io t’agogno:
nova ti fanno il desiderio e il sogno.
Elena, il tuo madore è una rugiada
stillante sopra uno stillante miele.
Un alito d’amor sopra una spada?
O Spada dell’arcangelo Ariele!
Ma il céspite che l’ìnguine t’infiora
non è come l’ascella dell’Aurora?
Piacente sopra te, quanto mi piaci!
Assai più d’ogni frutto e d’ogni fiore,
assai più d’ogni fonte. ne’ tuoi baci
la musica e il silenzio del sapore
s’avvicendan così che tu m’insegni
l’arte dell’ape ne’ suoi favi pregni.
Frutteto modulato dal mio flauto,
scandito brolo dalla mia misura,
munifico piacere, amore lauto
di freschezza ora acerba ora matura,
Hělěnē, io sono alla divina mensa
una divinità breve et immensa.
Non mi disseto ne’ mi sazio. è scarsa,
ahi, la sorgente della tua saliva.
Non cavo, se la gola m’è riarsa,
gora di sangue dalla carne viva.
Se abbocco i pomi, se i ginocchi lisci
ródo, tanto urli che m’impietosisci.
Così talor m’è l’ìnguine coltello
di furibondo contro furibonda.
Il bene scosso amplesso m’è macello
che non di sangue il vasto letto inonda.
Il non bevuto nèttare si spande,
e il non vermiglio eccidio è gaudio grande.
Verso i lavacri, tu ti snodi e t’alzi
e balzi, molle nube ove celato
sia l’arco dèlio. i tuoi be’ piedi scalzi
fanno de’ miei tappeti un fresco prato.
Pur invertita m’ardi in ogni vena,
alta Aphrodita dalla ricca schiena.
Forma che così pura t’arrotondi,
là dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!
Via d’oro che nel tuo cominciamento
lanuginosa come l’albicocca
t’avvalli, forse valico al portento
ambiguo t’offri. al dardo che t’imbrocca,
‘Eλένη, forse giova il curvo errore,
se il dubbio nel ferir giovi all’Amore.
La tua divinità biforme strazia
il desiderio. fra il tuo mento e il pollice
del tuo piede una melodia si spazia
quasi pimplèa. ma tra la nuca e il poplite
insino al tuo calcagno tinto in minio
la dolosa Pertunda ha il suo dominio.
Bìfora, non tra il ritto et il rovescio
d’alcuna sua medaglia il Pisanello
mai mi partì come tu suoli, a sbiescio
atteggiata nel lepido tranello.
Perché dita sol m’ebbi cinque e cinque
e l’undecimo solo? utrinde, utrinque.
Così con studio strenuo m’ingegno
di circondurti come il chiaro fiume
che te creata levigò per segno
della progenie, o tu color di fiume.
Nella greca mia mente Euclide istesso
tra circolo e triangolo è perplesso.
῏Ω κάλα, ὦ χαρίεσσα, ὦ χρύσῳ
χρυσοτέρα. la lingua degli iddii
ti parlo, e tu mi ridi. il tuo sorriso
è un modo eolio che di Psappha udii
in Mitylana, oplìte non fuggiasco.
Μελλιχόμειδε. parlo, e in te mi pasco.
Μελλιχόμειδε. colan nelle vene,
quasi studio d’ancor disgiunte bocche,
le liquefatte sillabe. Παρθένε
τὰν κεϕαλάν, o dalle intonse ciocche
tu, τὰ δ’ἔνερθε νύμϕα. tu m’intendi
e mi ridi e m’eludi, e t’avvicendi.
Io, non oplìte Alceo che targa ed asta
lasci al nemico, io ben dal modo eolio
appresi ἀλλἀ πᾶν τόλματον. mi basta.
‘Osare l’inosabile’ è il mio scolio
d’eroe, che insano illustra le parole
di Psappha tessitrice di viole.
‘Eλένη Μοῦσα ϕίλα, non ti sazia
questo mio canto carico di frutti?
Πάγκαρπον ἀοιδάν. vino di grazia
Meleagro, per te che non rilutti,
δολόπλοκε, per te che mi secondi,
e ti alterni, e m’eludi in dove abbondi.
Ma che val Meleagro avere io vinto
per vincer di freschezza ogni tuo gioco?
Per te non tesso il giglio col giacinto,
non intreccio l’anèmone et il croco.
Spargo i miei freschi frutti al chiaro fiume
del nome tuo, pome color di fiume.
Tu parli: ‘Io generata fui diurna
dal fiume che dà il nome alla mia gente.
Tal fiume non il cubito su l’urna
preme, né torvo guata la corrente.
Con mille volti e senza volto arride
a quel che vede e a quel che mai non vide.
Sovvienti: un tempo era nomata Sangue
la Zancle. sotto il ponte del Crudele
scorre. alle mie due bocche allude? lambe
le soglie di Sant’Angelo del Mele.
Chiara al sole, s’intorbida alla nube.
E s’increspa più lene del mio pube.’
Io dico: Figlia del tuo chiaro fiume,
ʽEλένη Zάγκλη, all’ombra dell’alcova
nelle mie braccia sei color di fiume
turbato appena dalla prima piova.
Fatta sei di quell’oro avido e fresco
che passa per Sant’Angelo del Pesco.
Anche passa turbato sotto l’erte
rupi de’ Marsi, recusando il cielo.
Ma il sasso per te figlia si converte
in quel marmo ineffabile che a Delo
incensatrice unto di flavo unguento
facea le iddie colore di frumento.
Così la mia diversità ti finge
onda di fiume et opra di scarpello.
Così fluisci e induri, se ti stringe
ignuda il mio vigor sempre novello.
O Elena, così tu t’insapori
in ogni frutto, in ogni fior t’infiori.
‘Vostra piacenza tien più di piacere
d’altra piacente, però mi piacete’
ti cantò quel di Lucca antico Sere.
E sol quel canto il mio piacer ripete.
In te, per Bonagiunta di Riccomo,
concilio il fonte e il sasso, il boccio e il pomo.
È il mio marzo natale, ond’io son novo.
Mi riconduci l’alba della sorte.
In te tutto il mio popolo ritrovo.
Di te sono vorace, a te son forte.
O Vària, se tu sii la mia sostanza,
immortale è la vita che m’avanza.
M’appariscon gli ignoti iddii che vidi
co’ miei grandi occhi aperti; e non tremai.
Riodo nel cor giovine i miei gridi
senza eco, in groppa a’ miei puledri bai.
Scàlpito il rosmarino il nardo il timo
la menta. alla prim’alba io sono il primo.
Or, di lungi e da presso, all’alba prima
senza preghiere albeggia la Maiella.
Tutta la neve sembra aulire in cima
de’ miei pensieri, con la tua mammella.
Tutti i frutteti albeggian di rugiada
per le fiumane della mia contrada.
Su tre corde accordate in diapente
ti modulai ne’ modi miei di Ortona
un canto inebriato immortalmente;
che qui ti chiudo a guisa di corona.
Sviene l’alba. ti piaccia, ‘Ελένη, ancora
immortalarmi in grembo all’altra Aurora.
Finisco. finire laborem incipio. finisco nel nome dell’Aurora. ed è giorno chiaro, è giorno alto, forse prossimo al meriggio.
Che mi vale il novero delle ore? questa ora è bella. sempre la più bella è a me quando l’ilarità cessa dal trepidare e dal baluginare per farsi nitida come lo specchio: non lo specchio di Narcisso ma quello ov’è per mirarsi la Malinconia.
Mi volgo alla parete dove l’Aurora di Michelangelo s’adagia secondo la curva dell’arca di Lorenzo, adunando l’infinito della voluttà nella sua forma sculta da colui che animoque et corpore castus non conobbe se non quella mammella e quella coscia di sasso.
Se non erro, ventisette è il numero di queste sestine composte d’un soffio. o questa è una sola strofe, la Strofe Lunga, di men che dugento respiri, di men che trenta pause?
Già Maia insegnò ‘tre volte sette’ all’artefice che invan tentava di sciogliere il suo nodo.
Le sette Pleiadi ardenti
e le tre Càriti leni,
le stelle dell’Orsa e le Parche,
in rapido giro costrinse.
Nelle grandi strofe di ‘Laus Vitae’ l’occhio esperto scopre i disegni metrici dell’Ode e del Coro come le filigrane nella carta nobile. potrei dire, per farmi intendere, che ogni strofa è filigranata di prosodia greca. ma nessuno m’intenderebbe se non un solo – ellenista, contrappuntista, poeta – che si chiama Ettore Romagnoli. son certo che s’io gli mandassi a leggere sorridendo questo carmen votivum, questo gioco d’un mattino di primavera, egli direbbe avere io dimostrato come la sestina di Pietro Paolo Parzanese possa a un tratto parere il metro più novo del novissimo secolo.
Anche questa Strofe Lunga, forse per ammenda di tanta orizzontalità, fu composta tutta in piedi come la ‘Laus vitae’ [con una lena non interrotta pur dalla campana di mezzodì, che ancor si tace] su quella industriosissima scrivania monacale che celava non un calamaio ma una polla d’inchiostro in una irsuta selvetta di penne, mentre su l’attigua tavola era disteso il ròtolo con la figurazione della Sistina intiera.
Non filigranata di prosodia greca è questa; ma gli emistichii saffici, e anco quelli di Praxilla, son disciolti nel mio endecasillabo così che le sillabe veramente sembran liquefatte.
Il tuo sorriso
è un modo eolio che di Psappha udii
in Mitylana, oplìte non fuggiasco.
Μελλιχόμειδε. parlo, e in te mi pasco.
Μελλιχόμειδε. colan nelle vene,
quasi studio d’ancor disgiunte bocche,
le liquefatte sillabe. Παρθένε
τὰν κεϕαλάν, o dalle intonse ciocche
tu, τὰ δ’ἔνερθε νύμϕα. tu m’intendi
e mi ridi e m’eludi, e t’avvicendi.
Ma l’ultimo frammento dell’ode saffica Εἰς ’Ερωμέναν sfolgora alla sommità del mio spirito: non baleno lesbiaco ma adriaco, non di Mitylana ma di Veglia. ben doventò latino in prua del guscio di Buccari. ’Αλλὰ πᾶν τόλματον.
Suona la campana di bordo? o quella di mezzodì?
‘Non odo’ come nell’inizio del carme. o mi par di udire sotto la gronda il grido della prima rondine reduce dal portico della corte nel tempio d’Iside.
Chi cammina? la poesia pellegrina d’infinito?
Vidi un giorno le impronte dei pellegrini nel tempio d’Iside in Philae. stampate erano nella pietra arenaria. mi curvai, quasi mi colcai: quivi mi consumai, mi dileguai.
E non più seppi se le orme fossero immobili senza memoria: o se il mio stesso male senza figura o se le mille e mille figure de’ miei mali traessero nel pellegrinaggio senza meta, come oggi, come in quest’ora, come in questi attimi, le orme de’ piedi faticosi calcate nell’arenaria dei millennii.
Chi mai, oggi e nei secoli, potrà indovinare quel che di me ho io voluto nascondere?
V’è un inumano piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto. inumano? forse divino. forse lo conosco io solo. sinceramente io solo so assaporarlo e di continuo rinnovellarlo.
Parlo d’un mio libro in lavoro e di certe intenzioni recondite che io nascondo sotto le apparenze dello stil narrativo. nello studio di un pittore maravigliosamente matto.
Egli mi mostra un de’ suoi quadri poggiato alla spalliera d’una sedia da cucina. e mi dice: ‘guarda questa tela. guardala bene. tu sei forse l’unico scrittore che s’intenda di pittura come se abbia sempre tenuto e tenga in mano il pennello invece della penna. guardala. ti pare un buon ritratto? è – credo – il ritratto di Tazio Nuvolari da Mantova. per me non è se non un motivo, un tema, come si dice nell’arte musica. ma il soggetto vero [poiché nella smisurata Beozia che è oggi l’intero orbe terracqueo permane il pregiudizio e l’obbligo del soggetto!] il mio soggetto vero è una penetrazione di triangoli, una invenzione e una meditazione di due dimensioni, una violazione lineare dei misteri dello spazio ch’io suppongo vuotato d’ogni specie di volumi. or fa tu questo con le tue parole, se ti riesce.’ risposi: ‘ecco’…
Sono le prime ore del mattino di febbraio: le quattro. il silenzio è proprio quello di sotterra.
Acuisco l’orecchio. gli uccelli dormono tra le foglie degli alberi di magnolia non caduchi. il battello è nel porto, in un de’ piccoli porti del Lago. il fremito marino del Lago è placato. il vento si tace. la mia casa dorme quel sonno che nelle prime ore del mattino è più oblioso e profondo.
Perché in me un’ansia oscura chiede una voce di vita? una voce intempestiva di risveglio? perché distolgo lo sguardo dai sublimi cavalli mutilati di Helios, anelando a una espressione scultoria dell’arte mia? perché io cangio in rosso il colore del mio animo nel fisare il gagliardetto rosso di Dalmazia legato alla mia vecchia lancia di lanciere bianco?
Eppur sentii e dichiarai che l’Azione è constretta e vana, soltanto l’Arte essendo senza limiti.
O potenza occulta di quella coppa verde di Persia, di quel verde lambicco di Persia, di quella vasta tazza verde di Murano!
Un abate francioso – autore di una istoria delle Amazoni – afferma che nella Cappadocia rimase una specie di discendenza degenere pur conservando i costumi delle originarie eroine.
Usavano queste portar su la casside un’idra, o una fauce di tigre, o un teschio di molosso, o un avoltoio dalle aperte ali. ma Thalestris, per superar d’orrore e di minaccia ogni altra insegna, portava in guisa di cimiere un viso d’uomo.
L’istoria dell’abate fu impressa, se non m’inganna il frontispizio un po’ guasto, in Parigi ‘par la Compagnie des Libraires – avec approbation et privilège du Roi’ nell’anno 1756 presso una socia di nome ‘Veuve Bordelet vis-à-vis les Jésuites’.
Ora nel medesimo anno appunto, nel mille settecento cinquantasei, nasceva l’ultima delle Amazoni, l’estrema della discendenza degenere: una Valois, del sangue regale dei Valois per la linea de’ Capetingi e quindi dal girone quinto del ‘Purgatorio’ ove Dante danna Ugo Ciapetta ‘radice della mala pianta’.
Ultima delle Amazoni Jeanne de Valois nacque con una sola mammella, con la sinistra, com’è nei ‘Mémoires’ di Claude Beugnot che l’ebbe senza camicia nelle sue braccia e com’è confermato da ben altri testimonii nella successione degli anni. forse nelle origini eroiche sul Termodonte per molte geniture le Amazoni si bruciarono la mammella destra con una teda non tolta a Cupido, o col ferro si mutilarono; ma dopo, quasi in premio della feroce costanza, nacquero elle senza pur traccia di cicatrice. e invano parvero più desiderabili.
Jeanne de Valois fu dunque della grande stirpe. dalla spalla destra alla cintura la sua pelle fu liscia come la guancia, come la coscia. ed ella fu prode e invitta al paragone di tutti gli uomini, incontro alla suina pusillanimità e alla ignominiosa bassezza del Cardinal de Rohan Grande Elemosiniere di Francia. or come è che l’ultima delle Amazoni odiatrici implacabili dei maschi – qual fu Ippolita contra Ercole, Antiope contra Teseo, Pentesilea contr’Achille, Tomiri contra Ciro, Talestri contr’Alessandro – com’è che l’ultima si trasmuti in una Circe figlia del Sole insidiosa e perigliosa? in una venefica maga ignita di fuochi insani, in una maestra di libidini intesa a rendere dementi i suoi prochi? in un’altra figlia del Sole cupida del toro, se quell’osceno suo Réteaux de Villette merita dalle croniche il soprannome di ‘Taureau de la petite-fille des Valois’?
Non seguo se non il suo fato amazonio. lascio perdere nella chiavica la Collana della Regina ridotta in pezzi dagli spaventi dolosi di Maria Antonietta. lascio alla lotta audace e sagace della lunga procedura la Comtesse Jeanne de La Motte de Luz de Saint-Rémy de Valois. adotto per quest’ultima delle Amazoni il nome di Thalestris che le diede la disperatissima passione di Gabriel Alain seigneur d’Annour giovine gentiluomo di Sciampagna ornato di tutte lettere.
Non dopo la sua condanna alla fustigazione al marchio d’infamia e al perpetuo serrame in un ospedale, ma quando nella carcere di custodia le fu letta la sentenza atroce, Thalestris subitamente si mostrò di statura e di possa formidabile come sul Termodonte. per lei la Senna si fece tributaria del fiume sanguigno che arrossa di stragi Temiscira.
Gli impeti del suo furore scotevano le muraglie lugubri così che gli urli e le accuse e le ingiurie e le minacce e le bestemmie sembravano non riscoppiar da una fauce sola ma risollevar da tutti gli echi delle segrete e de’ pozzi e de’ trabocchi e delle cisterne irte di punte o folte di bestie turpi il clamore della ribellione e della tradigione, l’ululato del rogo e della tortura, lo stridìo della giustizia e dell’ingiustizia, il discordo dell’imprecante e supplicante dolore, dell’innocenza e della scelleranza, dell’orgoglio e della codardia, in più di cinque secoli tiranni, dal conestabile al vescovo, dall’eretico al regicida, dal ladrone al monetario.
Non l’odio di Thalestris ma di tutta la sua torma feminea. nulla valeva ad ammutire e a incatenare il meraviglioso mostro, a domar l’intrepidità della stirpe dal vedovo petto e dal rugghio leonino. i giudici i carcerieri gli esecutori i birri, e simile marmaglia, percossero sfregiarono strangolarono a mezzo l’ultima regina delle Amazoni. imperversava ella con una voce di tuono inesausta. obbrobrii improperii vituperii non restavano, non cessavano, né affiocavano, simili alle cento lingue della fiamma vindice.
Atterrata, schiacciata, tenuta per i capelli, patì alfine dai manigoldi il bavaglio. trascinata fu sul palco, dinanzi il Palagio di Giustizia, per esser fustigata e marchiata. il bavaglio non impediva l’urlo continuo, mentre la indomita si dibatteva si torceva si scrollava con tanta furia che il marchio rovente mancò la spalla per imprimersi quasi intiero nel luogo della mammella amazonia, su la purità del petto amazonio serbato alla corda dell’arco infallibile.
Livida e sanguinante, tuttora legata e imbavagliata, Thalestris fu condotta in una carretta di beccaio al vecchio Ospedale che prende il nome dal salnitro.
Rinchiusa in una specie di casamatta, segregata dal secolo, al tutto fuori del mondo, ella non cessava d’imprecare accusare ingiuriare minacciare, ridendosi dei castighi, beffandosi delle rappresaglie, alternando le notti insonni co’ profondi letarghi.
Insonne e pervigile viveva Gabriel Alain seigneur d’Annour, arso dal suo vano amore di terra lontana, riarso dal torrido soffio d’Asia, non dissetato dall’acqua mortifera del Termodonte.
Grandi le meraviglie, lepide furono e discordi le dicerie, irriverenti i motteggi i sospetti i supposti contro quell’Austriaca già devota al patibolo che tuttora sbigottivano i resti della Collana e le perfidie dei gioiellieri di Londra, quando si scoperse improvviso lo scampo della Spiritata dalla sua casamatta in pieno giorno [udite! udite!] travestita da maschio.
Aveva potuto non difficilmente rifugiarsi a Londra. non era riescito il sire d’Annour a condurle nella carcere dell’Ospedale la dama di Lamballe portatrice d’oro e di consiglio? e più tardi, quando l’Amazone reinvelenì nel rancore contro l’Austriaca per quel marchio infame che rinnovato avea la cicatrice dell’antica torcia, quando apprestò le vendette scrivendo le sue Memorie inagrite dall’acerrima complicità d’altri esuli, non sopraggiunse la dama di Polignac a comperare il silenzio con oro patteggiato senza parsimonia?
Tralascio l’osservanza del patto composto senza il latino tangere dextras; tralascio il tentativo di ritorno in Francia a far bandiera di ricatto contro il patto; tralascio le dubbie avventure.
Seguo sino alla catastrofe il fato amazonio.
Giammai placata e non inerme ‘Thalestris la reina’ ben sapeva, fra tante insidie coperte e simulate alleanze, fra tante maschere note e nove, fra tanti intrichi e inganni, ben sapeva come soltanto la morte potesse eternare su la sua bella bocca il suo silenzio. viveva sempre in su l’avviso, attentissima sempre a non esser sorpresa, aguatando continuo il rischio che l’aguatava continuo. cauta, circospetta, rattenuta, s’era scelta una casa alta come una torre di vedetta. la sua finestra era una specola, donde ella spiava i nemici e osservava le stelle.
Gabriel Alain d’Annour sapeva che nella Cappadocia ricca di onice, fra il Tauro e la Licaonia, molto erano in pregio una pietra translucida adatta per le finestre e una pietra bianca adoperata per far impugnature alle spade. anch’egli osservava le stelle ma si stava a una stella fiso e conosceva la sua propria sorte; cosicché di quella pietra bianca s’ebbe il manico a una sua coltella di rarissima tempera.
Da più sere Thalestris stava alle vedette insospettita dell’apparir frequente d’uomini insoliti. li vide quella sera entrar per la porta di strada. origliò: traudì alcuna parola sommessa. dubitò non salissero per forzar l’uscio di scala e impadronirsi di lei o di documenti della imputazione o d’altre segrete carte. non diede voce; rimase immobile, come a fingersi assente. quando s’accorse che l’uscio era per cedere, con tremendo ardire scavalcò il davanzale e con tutto il corpo nel vuoto s’appese alla sbarra traversa, strinse il ferro della spranga nelle due mani forti, si affidò alla resistenza dei polsi e delle ascelle, restò muta, senza vertigine.
Entrarono gli strani; si diedero a cercare; non contennero il grido dello stupore nel fallimento. ‘non c’è!’
Il sorriso immortale dello stratagemma passò nelle gelide labbra dell’Amazone sospesa, nel coraggio dell’Ultima Amazone: di Jeanne de Valois chiamata Thalestris da Eros.
Tra quegli innominati colui non privo di nome si accostò al davanzale, si chinò, scoprì due pallide mani che solcavano d’azzurro le vene gonfie. vide le mani disserrarsi. gittò l’anima nel grido Gabriel Alain d’Annour. non di Thalestris grido rispose ma il tonfo del corpo sfragellato nella via publica.
Già si prostravano gli innominati intorno alla salma senza ardirsi di toccarla. solo Gabriel Alain si stava in ginocchio curvo sul petto dell’Amazone.
Tutte le ossa erano infrante: erano un tritume senza più dolore dentro il fasciame della carne intatto, entro il perfetto involucro della bellezza esangue. non appariva alcuna traccia cruenta. impenetrabile il crine celava il volto che da occhi mortali non poteva esser mirato in terra.
Udendo appressarsi la pattuglia notturna di ronda, con un rapido gesto transumano il magato trasse la sua coltella dal manico di pietra bianca e tagliò a raso la mammella sinistra di Thalestris, ch’era esangue. tenendola in ambo le mani come una coppa, si mise a corso della fuga: scomparve.
Andò in cerca di Cagliostro, senza sosta, senza respiro. il siciliano, famigliare dell’Austriaca e della Valois e del Cardinale per alcun tempo, non aveva maneggiato annodato imbrogliato l’affare della Collana? non era stato egli assolto?
Portentoso maestro in alchìmia egli prima dell’alba seppe restituire al supplice la mammella alchimiata dell’ultima Amazone.
Ora io la posseggo, questa coppa della perfezione. io la custodisco nello scrigno dei gioiellieri Boehmer e Bassenge, nel forzieretto di sorbo a lamine d’oro e a smalti, che contenne la Collana della Regina moglie del decimo sesto Luigi. donato mi fu per grazia da Robert de Montesquiou Fezensac, dal poeta delle Perle rosse e de’ Vispistrelli, discendente del conte d’Artagnan maresciallo di Francia e di quel Montesquiou che dopo la battaglia di Jarnac nel 1569 uccise il principe di Condé zio paterno d’Enrico quarto, l’uccise a bruciapelo con un colpo di pistola – emulo cattolico di Fabrizio Maramaldo – mentre il protestante ferito si lasciava fasciare seduto sotto un albero nobile.
Tralascio la penna affannato dal ritrovamento di un’altr’arte.
Penso ai mirabili studii di cavalli dell’epoca Tang – nella China dei prodigi reconditi – e ai mostri partoriti da una smisurata imaginazione.
Certi draghi d’arte chinese mi sembrano metamorfosi di animali in pensieri in frodi in lascivie in paure in atroci sogni.
Perché tanto m’attrae fra tutte le arti l’arte del grande animaliere?
Sicuramente scrivo animaliere e non animalista. riapro il mio Dante e ritrovo in margine della decima bolgia questa nota che è del tempo quando frequentavo in Romena di Casentino Mastro Adamo: ‘ecco nel “monetier” l’esempio che assolve il mio animaliere.’ e mi rallegro come se nella mia officina afosa discendessero all’improvviso da’ verdi colli i cruschevoli ruscelletti.
Stanotte prolungo la pausa per confrontare sapientemente un leone egizio dell’epoca tolomaica e un leone epico di Antonio Barye.
La sua pelle liscia riluce ne’ ginocchi come l’avorio della statua in punto d’incarnarsi pel talamo dello scultore ciprio subitamente dimentico delle Propètidi impudiche e del suo vóto marino.
L’ombra fra le sue spalle mi fa pensare talvolta a quelle palate di frumento che l’omo dell’aia getta contro l’aura: – quasi carne ventilata in un balenio di giochi solari, quasi oro numeroso che dia fame e non si faccia pane.
Tutti i suoi rilievi si succedono come la quantità delle sillabe in una strofe greca o latina, creando una melodia che si dilegua come quella della strofe nella voce di chi la rècita, e si riforma nella strofe seguente: una e diversa, regolata e libera, diffusa e contratta.
Penso allo schema costante della strofe, che vive dentro le parole sempre varie nell’ode vivente.
Come con l’espressione agguaglierò l’apparizione?
S’ella danza, mi dispero.
Il gioco dei malleoli; il piede lungo e stretto dal pollice divaricato e dalle unghie dipinte come le balauste; il tallone che sembra coperto dalla buccia sottile d’una piccola melagrana tra rosata e dorata.
Le mammelle talvolta paiono velarsi come per caste palpebre, con l’analogia dello sguardo velato dai cigli.
[Cercare, trovare.] le braccia svelte, smilze presso le gómita come le cosce di sopra le ginocchia.
Nella gamba la lucentezza del fùsolo e – quasi parallela – la tenue scanalatura ionica.
Vive per esser bella, è bella per vivere.
L’arte della sua cura cutanea di miele, di alcool purissimo, di unguenti ed essenze ignoti ai ricettarii d’ogni tempo e d’ogni razza – arte ch’ella nasconde e rinnova – tende a ottenere per tutto il viso e per tutto il corpo un colore eguale, simile a quello dei simulacri di avorio o di pario.
La nudità del viso non differisce dalla nudità del seno, delle gambe, de’ piedi: maraviglioso e quasi soprannaturale effetto in una creatura vivente.
Ma dimostra, se puoi, come soltanto dalla luce e dall’ombra si generi in lei l’animazione della materia, di tutte le materie, attraverso la bellezza e la voluttà.
E com’è che, o disperato Pygmalion, la sua pelle nelle regioni più soavi par quasi azzurrina?
Si dice che gli antichi usassero deporre su’ margini de’ pozzi e delle cisterne gli avorii per difenderli dalle fenditure della soverchia aridità; e che dopo qualche tempo il profondo pallore incominciasse a pendere nel ceruleo.
In talune cose di pregio congegnate di avorio accadeva che i pezzi per l’alido si disunissero riseccandosi. per ciò era costume i simulacri eburnei o criselefantini tenerli in luogo fresco unti con olio. in Epidauro il simulacro di Asclepio posava su la sponda d’un pozzo vivido. così credeano gli Asclepiadi impedire che riseccasse.
Odo le ultime parole del Despota che senza volgersi passa la soglia della mia officina: ‘… dai più astrusi problemi dell’Essere alle più concise formule chimiche;
dal segreto orfico della sillaba fatta semenza al fango impresso degli angiporti…’
Serro la fronte tra le mie mani che hanno tradito gli studii.
Io già capo di alati prèdico a me scrittore il pregio di quegli attimi che sembrano oscillare sotto un fremito d’ala.
La mia gente i miei amici i miei seguaci io li prendo sùbito, col baleno d’uno sguardo: immantinente, dico svecchiando un pentasillabo. respingo gli altri.
So quelli che mi ascoltano, conosco quelli che non mi ascoltano, fin dalle mie prime parole. modulo la mia voce per sedurre per incantare per domare. se fallisco, faccio il gesto ironico e iroso di chi stronca e scaglia un raro strumento. e d’un fiato bevo un bicchier d’acqua.
Io son nato per studiare per comprendere per apprendere: questo significa ch’io son nato per possedere.
Fra tutte le creature della terra la donna è quella che noi possiamo più profondamente apprendere. or è così giustificata – secondo il cervello, calido cerebro auctore – l’assidua mia frequentazione.
A chiarezza di me. io sono vicino alle cose – a tutte le cose, alle cose universe – più che qualunque altro uomo, più che qualsivoglia animale nei numerati e innumerati elementi. ridendo ripenso a una certa ‘Fiola de’ quattro elementi’ ch’era tra gli strumenti di fisica adunati nella vetrina scolastica, prediletto tra i miei giochi furtivi, al tempo del collegio toscano. non agitavo me nell’agitarla, per poi attendere che le mescolate diversità si separassero e tornassero alla quiete?
Io non ho mai conosciuto la quiete, non ho riposo mai.
A chiarezza di me.
Troppe volte ho promesso di scrivere il mio incontro con l’abate Liszt ai giorni della mia prima giovinezza quando nel suo antro ciclopico delle Terme di Diocleziano lo scultore Moie Ezekiel attendeva a scolpire quel torso possente, quel gran capo chiomato, quella bietta d’osso ch’era il conio della volontà contrassegnato dall’irta verruca.
Il mio impeto nell’entrare inconscio e il mio rossore nel trovarmi dinanzi a lui gli piacquero. più gli piacque la mia conoscenza di alcuni suoi libri. e con infinita grazia egli m’invitò alla Villa d’Este, circa mite solum Tiburis, promettendomi di sonare per me solo nella notte di luna.
Ecco un artista regio anche nel donare.
Giova che io difformi nel ricordo quelle grandi ore? mi bisognerebbe tradurre quel suo poema sinfonico di Orfeo, tanto puro di forma, tanto novo di soffio – mal noto, quasi obliato.
Avendo la statura di un creatore, egli era un creatore.
Dalle ‘Variazioni sopra un basso continuo’ di Sebastiano Bach alla ‘Sinfonia dantesca’, quanta dovizia nell’invenzione, quanto ardore nell’abbondanza, quanto ardire nell’architettura! è giusto opporgli quell’eccesso di ‘virtuosità’ che troppe volte ci affatica e ci forvìa?
Una dama inghilese amica del cavalier d’Orsay diceva graziosamente: ‘quel dommage qu’on ait un homme pareil devant un piano!’
Inconsapevole profondità del motto. sì, in Franz Liszt il ‘virtuoso’ ci vela o cela il creatore: creatore di arte e animatore di vita: precursore d’ogni musica nova, amico unanime, amante eccelso, maschio leonino.
In fiume d’italia ho conosciuto intera la diversità fra l’orazione scritta e l’orazione improvvisa.
Veramente quella mezza ora che il mio spirito e la mia volontà di dominio vivevano prima ch’io apparissi alla ringhiera, quella misura di tempo senza misura m’era sublime.
Il popolo tumultuava e urlava chiamandomi. sotto le mie finestre la disumanata massa umana estuava ribolliva riscoppiava come la materia in fusione. io dovevo rispondere alla sua angoscia, dovevo esaltare la sua speranza, dovevo rendere sempre più cieca la sua dedizione, sempre più rovente il suo amore a me, a me solo. e questo con la mia presenza, con la mia voce, col mio gesto, con la mia faccia pallida, col mio sguardo di guercio.
O misterioso contrappunto! senza determinare la mia eloquenza e il mio accento, accordavo a quel diffuso e confuso clamore non so qual clangore della volontà, non so quali squilli dell’imperio. certe cadenze, certe clausule mi balenavano dentro come quei baleni che appariscono a fior del metallo strutto, ai margini della fossa fusoria.
Una forza non più contenibile mi saliva allora al sommo del petto, mi anelava nella gola: credo mi soffiasse non so che fluorescenza o fosforescenza tra i denti e le labbra. gittavo un grido. i miei ufficiali accorrevano, spalancavano la porta, facevano ala. con un passo violento come lo scatto della balestra andavo alla ringhiera. andavo ad bestias? ad animos? sì, al popolo.
M’entrava nell’occhio superstite una stella del cielo, una nube lacera, un lampo del Carnaro in burrasca, un raggio del mio dio repente.
Parlavo. doctus numeris intendere nervos? io costringevo la mia passione a un numero inaudito.
Trovo questo fratellevole epigramma nell’antiporta del ‘lavoretto bibliografico’ di Bartolommeo Gamba stampato in Bassano con R. permissione. lo trascrivo dopo averlo polito senza emendarlo. è segnato del 5 gennaio 1805.
Le tue parole assempran le galline
d’un gallo senza cresta e senza canto.
N’esce il pensiere come l’ovo caldo
in premio alle massaie mattutine.
Mi piace l’acume critico, la severità concisa, l’acredine sprezzante di Giulio Cesare scrittore; del prosatore insuperabile di que’ Comentarii che l’arpinate dichiara ignudi.
Mi piace il suo giudizio contro Cicerone appunto, contro Varrone, contro Afranio, e pur contro Orazio e Ovidio.
Disse Cesare [di Terenzio Publius Terentius Afer forse cartaginese] disse:
‘O dimidiate Menander!’
Chi mi trova, chi mi presta il libercolo ‘De orthographia’ di Terenzio Scauro?
Sopra il guscio di una testuggine terrestre la Venere fidiaca poggia il piede pernicioso.
Dell’amicizia.
II fiore dell’amicizia è un fiore di lontananza; ‘amistà di terra lontana’ si potrebbe dire come dell’amore di Gianfré Rudèl.
La comunanza della vita cotidiana logora anche l’amicizia.
L’amicizia allontanata non invecchia.
Per Adolfo mi sentivo sempre il giovine cavaliere in sella che sostava alla soglia della sua casa lungo il Mugnone. per Annibale mi sentivo sempre il giovine amatore di monne e di testi: quegli che parlava del bel libro come della muliere bella. per Ferdinando mi sentivo sempre l’alunno del collegio di Prato, lo scrittore della prima novella, il novellatore quindicenne di ‘Cincinnato’.
Oimè, in contraddizione, al rimpianto si accompagna il rammarico di non aver da vicino assaporato l’amicizia degli ultimi anni: il rammarico delle neglette visitazioni, il rammarico delle neglette assistenze: il rimorso di non aver sofferto per loro allo spettacolo del male progrediente, allo spettacolo della morte urgente.
E l’angoscia di non avere abbastanza donato, e l’angosciosa domanda: ‘ora che donerò? come dimostrerò il mio amore?’
Medito il costume antico: lo scavamento della fossa. mi sembra che il solo rito terrestre e disperato sia scavare la fossa di ciascuno, solo, con le mie mani, con la mia vanga.
Nella muta notte la presenza creata da’ miei pensieri è illusoria. si sono essi adeguati al nulla. adeguarsi a loro nel nulla è possibile; impossibile è raggiungerli, ricongiungersi co’ loro spiriti. un solo è il rito: scavare la fossa, confidare il corpo esanime alla terra, pensare che tutto è finito, che tutto finisce con l’esalato respiro.
Ma, a chi militante sdegnò di volgersi indietro, ecco che il Passato risuscita, ecco che il Passato si solleva e si rilieva. la memoria diventa sovrana. la memoria fa delle sue imagini una vita più forte e più penosa della vita presente.
Il collegio della Cicogna. la conquista di Roma. la necessità dell’esempio eroico. i giorni toscani, i giorni romani, i giorni d’esilio. il senso della vita consunta. la vecchiezza inevitabile. la sorda fossa. la gloria sopravvivente: vil mutevolezza delle moltitudini, vaniloquio e turpiloquio dell’Opinione. me luridus occupat horror.
Carpe diem? disciplina ascetica?
Attrarre ogni cosa ogni evento ogni apparenza nella mia arte, nelle mie arti: questa è la mia legge.
Da quasi vent’anni io nutro di me il mio libro intitolato buonarrota. non potrò mai dire le vicissitudini di questa concezione che per verità è una specie di gestazione mentale. la mia creatura, avida e tirannica, sceglie il suo nutrimento: a volta a volta assorbe e rifiuta, esita e accoglie, distingue e raffina, dissocia e fonde. ma non di rado la sua inquietudine si placa nel sacrifizio, ‘facendo assaggio e libagione al dio’ come nell’Iliade.
Bisogna che ne’ paesaggi del mio libro io èviti – non sempre ma quasi sempre – il particolare minuto e che io attribuisca alle cose, con i più sobrii mezzi, attitudini liriche e grandi gesti pànici e significazioni mistiche o mitiche.
Di tratto in tratto, deliberatamente, interrompo il racconto con improvvisi getti di poesia: terrestri celesti marini.
‘La roccia ignuda rinviava agli uomini il canto degli uomini intonato in un modo novo, in un di que’ modi che sa la roccia senza bocche,
oppure la roccia forata di cavità ove nidificarono e tubarono d’amore lascivo i colombi selvaggi nel tempo di già.’
‘Bevi l’ombra, o mare, e fanne il tuo più cupo azzurro. la spiaggia mostra all’estremo sole il suo petto umido di ozioso sudore.’
‘Le vele si gonfiano di vita futura, di carme fatidico, di scoperta e di conquista, come il petto della Vergine palpitante sul tripode. e i venti si tingono di colori mutevoli come i beveraggi senza nome agitati nei cristalli cavi.’
‘Era un mendico che le stagioni mandavano in pace senza limosina. la sua schiena senza pesi e senz’anni s’andava incavando come la carrareccia delle sue vie. come i sassi delle sue vie erano i suoi piedi senza calzari. il suo sacco simigliava alla putredine del fogliame d’autunno.’
‘Gli uomini servili, incalzati dalla necessità dell’espiazione come i buoi pigri dal pungolo, camminavano lungo il fiume per il verso della corrente. da gran tempo digiuni, non potendo più oltre serrarsi i cintoli, premevan gli ossi de’ fianchi scarni con le misere mani strascicandosi in punto di basire. improvvisa l’aurora parve slargasse la foce serena con le sue braccia di rosa. allora gli uomini sospirarono insieme: si affratellarono in un sol sospiro più lieve che il sospiro di un bimbo.’
‘I miei giorni corrono per la spiaggia deserta quasi ignudi quasi azzurrati dal freddo, violacei di freddo il viso le mani i piedi, le gomita e le ginocchia che mal copre il cencio. sembrano a quando a quando zoppicare, o soffermarsi per fiatar su le punte delle dita livide, così che l’età mia si allunga.’
‘Oh questo odore di tranquillo miele e di pane ancor tiepido sotto la crosta che un doratore in ozio per mancanza di foglia d’oro temperò nella bocca del forno sino alla massima ricchezza e squisitezza della sua doratura casalinga.’
‘Donna iraconda Mare senza sponda. la sua capellatura sconvolta parea schiumeggiare contro le poppe erette quasi in arme; e l’arsi della sua voce parea percotere quella schiuma bionda con la forza del sasso scagliato a rimbalzello.’
‘Guatavano immobili, tagliati nel macigno delle mura. soltanto le loro palpebre senza battito avevano un guizzo celere e lieve come quel che appare e dispare a fior di pelle ne’ cavalli generosi: quasi aumento di pallore o brivido di luce, in un sol punto del patimento inumano. passavano i feriti da presso, li toccava il soffio dei moribondi.’
‘Accese un ramo di pino, una face di pino. gialla era la fiamma. il fumo svolgeva l’odore della resina, un odore inebriante come quel dell’acquavite, dell’acqua di vita. la torcia si cangiava in tirso. nel vortice torbido le dune s’assimigliavano alle alture di Tebe risolcate dall’orgia delle Tìadi.
Acqua di vita per rivivere, per rigenerarsi dalle nuvole sul mare, per ribalzare dalle cune di piropo!
Egli accese un altro ramo: la seconda e poi la terza fiaccola. e la terra si gonfiava di fecondità come la nuvola più vasta.’
In buonarrota, nella composizione numerosa, apro intervalli senza numero. il libro deve respirare tra pagina e pagina come l’edifizio per gli intercolunnii eguali o diseguali, per gli spazii pari e impari.
Ad esempio, voglio servirmi della straordinaria qualità di rispecchiamento che è nell’occhio del cavallo più che in quel d’ogni altro animale – secondo la mia esperienza di quadrupes eques.
‘L’occhio del cavallo specchiava la collina coronata di pini intorti, il pioppo bianco in co del ponte, la grinta irsuta del mendicante, la criniera cinerea di Buonarrota, le braccia insidiose di Giulietta…’
‘L’occhio del cavallo rifletteva le creste lontane dell’isola d’Elba, sul lito i labbri crestuti della conca bivalve; rifletteva la rete della bilancia da pesca, le scorie delle ferriere etrusche miste a quelle de’ forni di Piombino, le stupende gambe d’una pescatrice da nassa o da giacchio alzata a rimirar tra le sue dita un ippocampo simile a un gioiello d’arte circea…’
Mi studierò di scegliere i riflessi dei gruppi più significativi, delle figure più disparate; per farne quasi visibili pause, brevissimi intermezzi plastici nel corso del racconto. cercherò d’essere scaltro, dando alla concisione la forza d’uno scorcio, d’un tratto di matita, d’un rilievo gagliardo.
Scaltrirsi! ‘guarda, giovi ch’io ti scaltro’ diceva il buon maestro andando a’ lussuriosi per il sentiere stretto. e il poeta della ‘Vita nova’ fece parete al sol tra due poeti: tra Guido Guinizelli e quell’Arnaldo Daniello che ‘fu miglior fabbro del parlar materno’. scaltrirsi.
O poesia!
Ora non più mi serve l’occhio specchiante del cavallo. non temo di trasporre nella piaggia etrusca – dove buonarrota patisce indovina combatte dispera muore – l’intero paese d’Africa: visione lunare e soprannaturale.
Nel mezzogiorno della Tunisia, di là da Sinaun, lungo il confine tripolitano, splende e arde l’orribil sabbione del settimo Cerchio. là s’inalzano e ingroppano le vaste dune dell’Erg.
Gli innumerabili granelli di quelle sabbie infernali arroventati dal sole urtando l’un contro l’altro producono un rumore di timpani sordi, imitano scoppii di armi da fuoco, rugghii e mugghii di bestie fameliche, martellìo di fucine, bollore di tutte le interne caldaie del globo terrestre, pianti e alti guai, voci alte e fioche, che si ripercotono di cima in cima, di groppa in groppa, quasi canto arido delle dune, che gli Chamba e i Tuareg appunto chiamano ‘Canto delle Sabbie’.
In certe ore torride sembra che tutto il deserto vibri e frema, e canti un inno senza lira: un carme di presagio sinistro, il coro lugubre dei piagnitori per le esequie d’iddio, l’improperio truce alla morte infeconda.
Questo Canto delle Sabbie intonato al lito etrusco accompagnerà la fine di Buonarrota, gloriando nella solitudine delle solitudini il suo transito giammai vinto in bellezza e in grandezza da valico alcuno paradisiale o stigio.
Perché ho abolito la letizia dello scrivere in un canto del giardino? un vecchio toscano rammenta i piccoli letti di terra coperti di verdura ove i greci solevano riposare all’ombra, e certi nostri studioli coperti di gelsomini o di viti o di vitalbe.
Una incisione in legno todesca mi risveglia il rammarico. rappresenta lo studiolo di Johann Othmar in Augsburg (1502).
Il monaco studia sopra un leggìo fissato nella terra buona in horto concluso, cinto d’una siepe ben connessa, tra alberelli simili a candellieri. il destro piede nudo nel sandalo è presso un’ortica che non lo pugne. gli sono a manca arbusti tanto fievoli che la più lieve farfalla li piegherebbe.
Sotto il ritratto di Laura Terracina inciso nel legno da Enea Vico di Parma è scritto ‘De le cose rare del mondo’.
Un uomo della mia tempera si nutre di tutto fuorché d’incenso. i turiferarii hanno tanta paura di me che si cangiano in abbaiatori e abbaiatorelli.
La canzone popolare è quasi una rivelazione musicale del mondo. in ogni canzone popolare [vera, terrestra, nata di popolo] è una imagine di sogno che interpreta l’Apparenza. la melodia primordiale, che si manifesta nelle canzoni popolari ed è modulata in diversi modi dall’istinto del popolo, mi sembra la più profonda parola su l’Essenza del mondo.
Ora l’alto valore del drama ‘La figlia di Iorio’ consiste nel suo disegno melodico, nell’esser cantato come una schietta canzone popolare, nel contenere la rappresentazione musicale di un’antica gente.
Il mio sforzo [in verità mal dico ‘sforzo’ ché io composi l’intera tragedia pastorale in diciotto giorni, tra cielo e mare, quasi obbedendo al dèmone della stirpe che ripeteva in me i suoi canti] la mia obbedienza consisteva nel seguire la musica, col sentimento d’inventarla.
Nel mattino del dì festivo di Santa Caterina. laetitias festas exerceo.
Sai come io t’avviluppi come io ti tenga nel mio pugno preda e frutto come io ti scrolli e prema. o conchifera, la stanchezza ti fa di madreperla: e l’indolenza ti lascia irrigata tuttora. e io ho fame. vattene. includo la contumelia e il disgusto cruschevoli in una osservazione ‘intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi’. è di quel mio emulo nel ditirambo. ‘et in vero che la pietra de’ lumaconi polverizzata produce con lo spirito di vitriuolo quello stesso ribollimento che soglion produrre le perle le madreperle e tutte le razze di conchiglie marine.’
Or lasciami tu magar’ a dio lo strascico lumacoso ma vattene senza i calzari del piombo.
Sono solo. dopo tanti giorni di nausea e di digiuno ho fame. mangio il presciutto di San Daniele, il caviale di Lenine, gli aranci siciliani dell’insigne psichiatra Rosolino Colella, i mandarini e i bergamotti calabri di Giuseppe Scalise, gli eroici grappoli di Luigi Rizzo conte di Grado, lo zibibbo damasceno, i datteri di Candia, i lucumi d’Istambul, i saltcrakers di Arthur Symons, i parrozzi di Luigi d’Amico, la persicata di Brescia, le zangole di Comacchio, le fragole di California. i sapori, i sapori!
I cavalli di Helios imminenti alla mia tavola di ventura non sono anch’essi un sapore visivo? non son foggiati nel miele dell’Imetto cecropio, impietrito dall’autorità di Pericle?
Il motto del lepido sodale di Francia mi calza: ‘entretenu international en comestibles de choix.’
Mi piace che da ogni parte della sazia terra vengano a me i sapori, e che gli innumerevoli miei amici ne’ due mondi con l’offerta mostrino il desiderio di gustare l’ultimo mio spirital sapore.
‘Sì, miei fedeli, ve lo darò. indimenticabile. io sono il miticamente composito tra i frutti di tutti gli orti segreti. sono la persica di Tantalo, la melagrana di Persefone, il pomo di Atalanta, il favo nella fauce del leone.’
O conchifera, ecco che ricomincio a desiderarti ma per eluderti. mi convieni perché nessun’altra forma è fatta, come la tua, per secondare le mie finzioni. sei la vera amante da conio, non nel senso del demonio dantesco in dispitto di messer Venedico Caccianimico. sei buon conio a qualsiasi delle mie impronte. quante altre donne compiutamente possedevo in te, dianzi; e una fra tutte, quella che più t’è avversa: tu sai quale.
Se mi torni, tornami di là da me come quando ti drizzi su le reni e poni contro la mia maschera il tuo viso raggiante di Musa o il tuo viso mortifero di Medusa.
Sono solo: irto di voglie ma ebro di decapitazione. ho l’arpe falcata sotto gli origlieri.
Per incitarti alla rissa ti ripeto che maestra è la nemica nelle carezze che tu credi riservate a te sola, o vanesia: nel nodo, nella catena, nell’apparizione, nel trifoglio, nella voga sul Lete, nell’accoratoio.
Trois coupes de ‘cordon rouge’. l’ivresse pareille à l’hallucination. notes pour la figure de cire.
La dépêche était là: bleue, un morceau de papier bleu: quelque chose de plus précieux qu’un émail bleu, qu’une faïence bleue de Perse: quelque chose de profond et de riche, et de pesant dans la main: enfin une parole de la Lointaine.
Je me rappelle: on devait aller à Neuilly, chez le sculpteur brutal, là-bas, dans un petit chemin qui longe un mur recouvert de verdure, entre des jasmins rares dont une seule fleur – en cette heure d’amour et de songe solitaire – me semblait parfumer le monde. elle me dit: ‘d’abord nous irons chez quelqu’un qui vend des choses très étranges et peut-être belles.’ sans sourire, sans me sourire.
Elle était habillée de blanc, avec un chapeau étroit de velours noir à la haute plume noire qui avait quelque chose d’un défi, comme un large couteau levé contre le ciel. elle tenait en laisse son lévrier blanc, une bête triste qui paraissait souffrir de devoir vivre et marcher: un lévrier détaché d’une très vieille armoirie, rendu vivant par je ne sais quel sortilège et condamné à vivre et à marcher.
Nous partons. elle est intangible comme la neige de la cime. je souffre de la voir là, dans cette automobile médiocre. elle est exposée à toutes les taches; et il me semble qu’elle doive mourir à la première tache, comme l’hermine de la fable. tout est irréel, douloureux, désespéré et divin. dans les espaces de l’âme on part ainsi pour la dernière volupté, pour la mort préméditée, pour une conquête inavouable, pour une honte sublime, pour se retrouver soi-même au fond d’un jardin futur.
Elle est toute blanche. elle porte son chapeau avec je ne sais quelle ombre de gaucherie. en vérité son corps est terminé par sa tête. sa tête est le sommet de son corps et de son âme.
Tout ce qui est au dessus de sa tête est superflu, inutile, inquiétant – excepté un diadème, hormis une couronne, ou deux ailes, ou la pensée de moi.
Je n’aime point ce chapeau, cette haute plume. je regarde son visage, je bois le blanc de ses yeux, et cette sorte de poudre ardente qui est comme du pollen sur sa peau aride.
Il n’y a pas de monde dans les rues, pour moi. il y a de la pierre, des lignes de pierre grise, des lignes coupantes: rien d’autre. pas d’hommes, pas de bêtes: de la pierre dure et muette, toute seule.
La voiture s’arrête, comme à la limite de je ne sais quelle désolation. le lévrier fait un bond, comme un oiseau hors de la cage, pour s’envoler. il y a le marchepied vide: un magasin fermé: des portes barrées: une étrange chaleur, comme sur le quai d’un port, sur une mer chaude et huileuse.
Elle dit: ‘il y a là quelqu’un qui vend des merveilles de l’Extrême Orient.’
‘Ah!’
On remonte dans la voiture. je ne sais pas pourquoi, derrière les devantures fermées je vois des merveilles bleues, des trésors bleus, des concrétions d’azur, des pâtes, des verreries, des pierreries bleues.
Pourquoi donc le papier de ce télégramme me rappelle toutes les choses que je n’ai pas vues?
Elle dit: ‘Coré vous aime. venez.’
Elle dit: ‘Coré se meurt de vous. venez vite.’
Elle dit: ‘Coré est morte d’amour et de désir. venez la faire revivre.’
Non. elle dit: ‘venez si vous l’aimez.’
Il n’y a plus rien de bleu. tout est sombre.
Je me déshabille. je rentre de ma course à cheval dans la Lande. j’ai la sueur de Chelubo sur mes bottes jaunes, et des poils bais. les muscles de la cuisse sont encore dolents; et mes doigts aussi, faute d’entraînement. cependant il y a dans ma chair je ne sais quel bonheur contre mon âme angoissée. toutes mes veines sont disposées à la volupté. tout est souple en moi, souple et enlaçant. quelque chose de félin.
Mes yeux fendus laissent passer un regard chaud comme cet air que les dentistes soufflent sur la dent sensible. [ils chauffent à la lampe le bec de métal.]
Pourquoi elle, pourquoi l’essence de sa vie, pourquoi son rythme gouverne toutes les apparences, dans la chambre close? elle est dans l’eau qui remplit le tub, dans les gouttes de parfum, dans les plis du peignoir.
Ah, pourquoi elle me caresse dans cette brosse à la longue manche, avec laquelle je frotte mes épaules et mes reins?
[Le matin lointain. elle devait partir pour Saint-Moritz. je déjeunais seul avec elle. je crois que je l’aimais déjà. sans doute je la désirais comme toujours. je lui avais apporté la longue brosse anglaise pour son bain. c’était une manière de la toucher de loin, avec des doigts magiques. le mari entra. la brosse enveloppée de papier était sur la tablette de la cheminée. il la prit entre ses mains. j’avais en moi je ne sais quelle rougeur cuisante…]
Je suis sur le lit, sur la rude peau de bête. on me frotte avec un gant de crin et de la verveine brûlante. mon cerveau est occupé par l’image voluptueuse. je suce son cou blanc et gracile, avidement. [le sang est douceâtre comme le suc de certaines fleurs d’une plante épineuse – fleurs bleues à calice. je les détachais de la corolle quand j’étais enfant, et je les suçais soigneusement.]
Je songe à sa rose comme à je ne sais quelle chose profondément cachée, hermétiquement secrète: comme à une autre bouche qui ne connaîtra jamais le baiser.
Je tremble. ma gorge est sèche. c’est comme l’image du viol. pourquoi?
[Un soir, à Rome, elle était debout, près de moi. nous étions chez le vieux jeune Greppi, je crois, le charmant ambassadeur fardé. elle avait une robe grise, d’un gris de perle noire. j’étais assis. sa cuisse était à la hauteur de mes yeux: elle ne semblait pas maigre. j’étais troublé jusqu’à la racine de mon être, mais lucides étaient mes ruses pour l’effleurer.]
Cette nuit, elle m’attend. je suis arrivé le soir. je prépare mon corps comme pour le tombeau. la dernière nuit de vie.
Il y a des parties de son propre corps qu’on oublie. on ne les sent pas vivre. or je sens vivre mon corps entier, de l’orteil au front, comme dans un battement de fièvre.
Je suis dans la gondole. je traverse le canal. je m’approche du palais. une pluie fine tombe en une lueur de lune voilée. l’odeur verte de la basse marée. le clapotis de l’eau contre les marches.
Je vois luire les dentelles d’or sur les vitres. le tapis tigré descend dans l’eau. quelque chose de blanc, de lunaire. elle est là, avec ses dents éclatantes entre ses lèvres dures. elle a son costume d’argent et de perles: le large pantalon argenté, le corsage de perles rangées, le casque splendide, la plume blanche verticale.
Je l’ouvre. je la couche. je la trouve, agenouillé devant elle. je trouve, dans l’étoffe somptueuse et métallique, cette autre bouche sombre. elle est chaude, presque brûlante. ‘toute à toi!’
Mon cœur s’arrête. je l’ai clouée dans le cercueil d’argent. le monde s’évanouit. adieu, gloire. adieu, domination.
Le dernier repas. la Figure de cire est là. on l’a transportée en bas, dans la salle à manger. on l’a pliée, on l’a placée dans la chaise, à table, à la troisième place. on la sert. les mets fument devant elle. le verre est rempli.
C’est le repas funèbre, le dernier: le repas de la mort amoureuse.
Les fantaisies. l’étrange vie des choses. les saveurs. les fruits. les vins. l’ivresse qui augmente de coupe en coupe. le mousseur. la rose jaune dans le vase de verre à long et subtil goulot.
[Avant le repas on a habillé la Figure de cire avec la même robe que porte la femme vivante.]
L’essayage de la robe chez Poiret. le jardin vert devant le vestibule [où des terrassiers creusent la terre devant le perron]. les mannequins dans la première salle, qui se promènent. la salle d’essayage. la glace, menaçante d’apparitions. les couturières en tuniques de couleurs nettes.
Comme il doit quitter la salle, parce qu’on va essayer le pantalon d’étoffe argentée: les larges braies mahométanes. il se retrouve dans la chambre voisine à rais rouges et blancs. estampes de modes, XVIII siècle, aux parois.
Il cherche. il découvre le trou de la serrure. il ose regarder. il voit la femme aux braies. elle ressemble épouvantablement à la Figure de cire. elle n’est pas vivante. elle ne respire ni palpite.
On entend les voix des fossoyeurs [des terrassiers qui creusent la terre du petit jardin vert à l’entrée].
En haut de l’escalier les couturières assemblées autour de la table travaillent et chuchotent. il y en a qui montent et descendent, attentives, avec des vêtements délicats sur les bras qui se plient.
Les robes promises pour le soir, avant sept heures ‘sans doute’: deux pareilles, pour la cire et pour la chair, pour la vivante et pour la morte.
Les morceaux d’étoffe, les coupures, les rubans, sur le tapis de la salle. tout autour, les hautes glaces mobiles. la personne reflétée innombrablement.
‘Tu as le visage qui sied à une femme pour cacher son âme. laquelle?’
‘As-tu péché, quoique tu sois impeccable? Ah, si j’étais ton frère, si j’étais ton frère…’
Parfois il me semble qu’elle n’est qu’un écheveau de soie, un faisceau de fils mouillés de vie et embrouillés; et que je la dévide, et que je la tisse, suivant mon songe.
‘Tu entendras mon cri avant le jour.’
‘Là où mon baiser s’est nourri, la tache presque noire du suçon tu ne peux plus l’effacer.’
La lampe est dans l’autre chambre. la lueur passe par la baie et se reflète dans la grande glace. le reflet frappe le rideau. ainsi le rideau semble éclairé d’une façon magique. la Figure de cire est là, debout. elle me regarde. ses yeux bougent, comme les yeux des poupées mécaniques.
Si Coré était dans mon lit vivante, je sentirais la brûlure de son corps sec en regardant la Figure de cire.
Je sais une volupté inouïe.
Souffre-t-elle d’un cœur bien né ou mal né?
Ce soir là quand elle se laissait embrasser la poitrine nue, quand j’étais courbé vers elle comme ‘un homme fait de silence’, j’ai écouté, j’ai longuement prêté l’oreille. je n’ai pas entendu le battement de son cœur, le moindre battement.
‘Non, je ne suis pas vivante.’
J’ai peur de tant sentir. j’ai peur de mes pensées qui se dressent tout à coup devant moi, étrangères, avec une stature, avec un regard, avec une haleine.
Hélas! l’attendrissement vers le petit vase de céramique soutenu par un nœud, où des prunes semblent blotties en tendresse.
L’aspect lointain et funèbre de mes mains. l’intensité de leur expression: comme des mains coupées qu’on ne peut connaître que par leur caractère et non par leur rapport avec la personne [disparue sans doute].
J’écris rapidement comme en mon langage natal. mais je remarque les déformations de l’esprit et de la sensibilité par ce langage étranger.
Cette lucidité de l’ivresse. la qualité singulière de l’air entre mon œil et l’objet. quelque chose d’isolant… ces fleurs fanées me semblent immortelles.
la figure de cire. le meurtre. la Cire est là. quand je tue la femme vivante – je n’ai pas peur – quand j’étrangle Coré, la Cire est là. identité du cadavre et de la Figure toujours assise et habillée de la robe pareille. tout à coup la Figure se lève, la Cire est vivante, comme si le souffle de la femme étranglée était passé dans le simulacre effrayant.
Certo mi seduce e mi turba il mattino quando il mondo si trasfigura d’attimo in attimo, quando la luce è il principio di una sinfonia composta sopra un tema unico, quando i cavalli del Sole a me gentilesco riappariscono senza stanchezza. mi attrae e mi travaglia il vespero quando la forma è di continuo variabile e il colore ha l’intensità di uno sguardo fuggevole continuamente rinnovellato e variato.
Di tutti i miei anni mi piace il passaggio indeterminato dalla infanzia alla puerizia, dalla puerizia all’adolescenza, dalla prima vecchiezza all’estrema, dalla ingenuità nell’amore alla sapienza nell’amore, dalla innocente carezza alla perversità infanda e muta.
Il canto mattutino degli uccelli nel crescere dà ai miei pensieri l’impeto dell’Ode misurato.
Per correre a cercare il quaderno nella Loggia dell’Apollino, le pagine vergini ove io possa fermare alcuna delle mie imagini liriche, mi alzo come in uno spazio ignoto, avendo una inesplicabile nozione dell’equilibrio corporale, avendo il senso d’un pericolo spregevole, avendo il senso d’una giunta indeterminata alla vigorìa delle mie membra, sentendomi primogenito d’una razza inesperta.
Mi alzo. il secolare istinto mi dà il bisogno di assicurarmi su i talloni. lo spirito dispregia e respinge il moto dell’antico istinto, ahi, consueto pur sempre consueto.
Allora mi sembra muovere un passo novo in un elemento novo da me medesimo creato. l’amante delle cose non più comprende e accoglie la vita delle cose. cantano gli uccelli? nelle metopi del Partenone i cavalli fidiaci segnano un ritmo più forte che la percussione de’ solidunghi?
No. tutto è abolito, tutto è informe e sordo, tutto è da innovare. cammino con una fermezza esagerata che include la vacillazione. nel camminare fatalmente attraverso la Loggia, vedo a destra la fronda del faggio di contro al lume argentino del primo giorno. faggio purpureo, massa quasi bronzea, di rosso bronzo cupo, a contrasto della divina e stupida novità del mattino, del consueto consueto mattino.
È blasfemo questo mio professare il disdegno e il dispregio della Natura?
Sì, io nasco e incedo nella creazione del mio spirito, con una volontà pratica: con l’utile o disutile volontà di prendere una manata di fogli dove io noterò e comenterò e chiarirò questa confusa rivelazione.
Tutto, ora, è silenzio. sorge il sole.
La dottrina egizia riconosce il sole come cuor del mondo. se la sua luce è la bellezza, il suo calore è la bontà. bontà e bellezza sono una cosa unica, una medesima cosa, nel sole.
Nofert è il vocabolo che esprime questa essenza del mondo, questa musica duplice.
Mi piacque e mi piace contemplare una figura dell’arte egizia che sovente si mostra: una fanciulla nel primo fiore della pubertà, una danzatrice in accordo col suo liuto: nofert. il suo corpo d’ambra scura, snello, pieghevole come lo stelo d’una pianta fluviale, traspare per le pieghe esigue del ‘lino regio’ nomato aere tessile. traluce la sua nudità dalle mammelle virginee, che con l’erte punte rosate trapassano la tunica piegosa. il suo volto è modellato da un sogno pudico che sembra escludere il sorriso dalle labbra. tutta quanta è sorriso di grazia divina la pubescente: nofert.
‘Dolce, tu t’addolcisci per l’amore.
Tu pe’ maggiori t’addolcisci, o dolce.
Tu pe’ minori t’addolcisci, o dolce.
Tu reina d’amore intra le figlie,
figlia di re, tu dolce per l’amore.’
Tanto è stretta la veste, guaina sapientemente congegnata, che da sola ella stenta a togliersela. sembra escire dalla sua spoglia come la suora serpe. s’affatica, si sforza di sguisciare, di scivolare. la stoffa le imprigiona le braccia. non riesce a liberare le braccia, a scioglierle dalle maniche. non riesce a districarsi, a passare la testa dalla scollatura. rimane sempre più impigliata, ma non osa strappare, esita a dilacerare. ride nell’intrico, ride e strepita nel laccio, giovine animale nella tagliuola: veramente la gazella di Nisami presa nell’inganno del cacciatore.
Profitto della sua impotenza per popparla, per ravviarle il cespo, per solleticarla, per pungerla, per eccitarla al riso frenetico. è vincolata, è prigione. doventa il mio gioco.
La spoglio dalla cintola in giù, mentre ella è legata e constretta dalla cintola in su.
Con uno sgambetto maestro la stendo sul tappeto. le tolgo la cintura che regge i legacci per tirare le calze. una voluttà singolare s’accorda con le calze. le sue sono finissime, diafane, un po’ larghe per le gambe snelle. arrivano quasi all’inguine. nell’orlo superiore eguagliano l’eleganza d’un calice di Murano. l’orlo è azzurro come quel dell’esile vetro, e come quel del vetro è più solido della guainella trasparente.
Nel suo sobbalzare la veste qua e là stride fendendosi. il suo grande occhio nero sfolgora per entro due lembi.
O Leila, giovine stelo, ramo snello che i due frutti del petto non incurvano.
Dopo la danza di amore, dopo il combattimento acre, dopo il gioco acrobatico, ella si snoda: e con un atto di atleta, fiero e incantevole, si stropiccia vigorosamente le gambe indolenzite o intorpidite.
Ella ha la conoscenza delle bestie e delle bestiole e de’ lor costumi e de’ lor modi di sfuggire alla caccia, una conoscenza tanto istantanea ch’ella sembra della famiglia. tutti gli animali sottili e veloci ammaestrano la sua snellezza.
Ella imita anche i suoni, le voci. conosce i modi vocali onde gli uomini di lavoro parlano alle loro bestie. sa arrestare con un suono i bovi aggiogati. sa con un suono eccitare il nitrito de’ cavalli.
L’istinto mimetico è come una fibra intessuta alle sue fibre muscolari.
Parla, mi blandisce, mi vuol sedurre, esprime dal suo viso e dal suo collo – che è bellissimo – il suo incantesimo. intanto gli uccelli cantano nel folto delle magnolie. la sua gota sinistra a quando a quando s’inclina in un ascolto che pare involontario. per una mimica leggera, che non è descrivibile neppur da me, ella s’adegua al fogliame delle magnolie, al canto che muove le foglie come le dita del lettore beato volgon le pagine. [questa imagine? un’altra imagine?]
A un tratto ella si disgiunge da me: dall’amore, dal piacere. le sue labbra mettono il richiamo d’uno, tra gli uccelli, che col suo verso persistente domina il coro.
S’adagia su i cuscini. modula sommessa ogni verso degli uccelli raccolti.
Un de’ miei legionarii più prodi e più ornati, nato d’una fiera madre ch’ebbe tra’ suoi vecchi un veterano della Beresina, mi dona una tabacchiera del primo Napoleone. è una scatola ovale tagliata nel duro legno d’una noce di cocco, annerita com’ebano, in due valve che serra una lista d’argento. v’è incisa la Trinità nel coperchio tondo, a mezzo dell’ovale. e di sotto, in un altro tondo corrispondente, è incisa la Madre dalle sette spade, l’Addolorata. e il segno rivela una mano di ottimo artefice. ottimamente son così rilievati nel residuo spazio tutti gli emblemi della Passione di Nostro Signore: dal Sudario di Veronica alla Veste inconsutile, dalla Colonna al Flagello, dalla Mano della guanciata ai Dadi della sorta, dalle Croci alla Scala, dai Tre chiodi al Martello, dal Calice alla Lancia. non apparisce se non nel sudario il volto dell’Uomo dio.
Di questa triste tabacchiera usò l’Imperatore nell’isola di Santa Elena, diletta fra le sue preziosissime. mi piace di essere credulo quando non voglio contrariare le imaginazioni della mia malinconia. mi par bello che questa nera teca della Passione sia tratta da un legno di quell’impero dove Alessandro toccò il culmine della sua ventura innanzi d’indietreggiare a Babilonia per coricarsi morente su la nuda terra. e mi par bello che questi emblemi di martirio prediligesse il martoriato oceanico quando tuttavia gli accadeva di rimpiangere i suoi vasellami imperiali, ahi misero!
Lo pongo accanto alla maschera mortuaria conosciuta, alla tardiva impronta, pensando che tre ore dopo il trapasso egli aveva il puro viso del Primo Console.
La maschera ha per fulcro l’aquila di un capitello romano. il denso travertino custodisce anche la medaglia dell’agonia: ‘A ses compagnons de gloire sa dernière pensée. Sainte-Hélène: 5 mai 1821. campagnes de 1792 à 1815.’ custodisce la grande medaglia che offerirono all’Imperatore ‘les bonnes villes de l’Empire’, per il battesimo del Re di Roma [m.dccc.xi.]; dove il laureato è in piedi accosto al fonte battesimale, nell’atto di sollevar tra le due mani il parvolo. e v’è la medaglia del mdcccix all’Imperatore e Re magno augusto invitto, con nel rovescio l’effigie della Vittoria hostibus ubique fusis caesis captis, e nel dritto il più nobile de’ maschi profili, il lineamento di uno stratego dorico sotto la Corona di ferro. e v’è la medaglia che commemora la resa di Mantova, e quella delle battaglie di Castiglione e di Peschiera.
Pongo nell’angolo scantonato dell’abaco, sur un oriuolo a polvere, la massiccia corona d’oro cui serra la sfinge di Nasso incisa in quel diaspro che ha ‘virtù di rattenere il sangue’; e nell’angolo opposto una urnetta lacrimatoria di troppo raro pregio per contenere il pianto di Maria Luisa o non so qual de’ suoi fallaci unguenti alabastrini.
Né manca il retore de’ retori preclari, che pur sembra ignorato da tutti gli scrittori latini sotto Augusto sotto Tiberio sotto Claudio sotto Vespasiano con una costanza non dissimile all’unanimità della congiura letteraria. perché?
Non manca Quinto Curzio.
Se bene inviato da Dio, il Còrso mal credeva alla divinità del Macèdone. e dell’incuria io credo aver dichiarato in qualche luogo la causa. ma non manca il libro di Quinto Curzio, che può forse avere qualche valore finché io non abbia tratto la vera figura di Alessandro ex nummo argenteo convertendola in oro obsidionale o più semplicemente in serto di gramigna tessuto dalla mia arte coronaria. il Macèdone, irto d’istinti come di fulminei tentàcoli non altramente che il Còrso, era pur sempre l’alunno dell’inquieto e avido poeta di Stagira. non ad onorare Achille ma ad onorare il suo proprio spirito, egli chiuse l’‘Iliade’ nel suo torace sdegnoso di piastra e nel più prezioso cofano di artefice innominato.
Or questi ‘Q. Curtii Historiarum libri – accuratissime editi – Amstelodami – ex officina elzeviriana – anno 1660’ son rischiarati dal sorriso mentale di chi legge senza ricordarsi di Sallustio e di Tacito, senza porre ad esame politissimum dicendi genus et purissimam latinitatem ma sol godendo la delizia della pagina più che perfetta. ancóra trent’anni di studii, o rapsodomante, per comporre una prosa che sia degna di questo elzevir! dico prosa, prosa piena, sostanza unita e fitta, sobriamente virgolata e punteggiata, densità rettangola come il telaio esatto dell’alveare ove ogni celletta esagona è rempiuta dalla diligenza eguale, onde l’una ape è coorte se l’un pensiere è libro. inoltre [beatus es, Gabriel!] il volume senza macchia né mancamento alcuno conserva la sua rilegatura originaria di marrocchino rosso a fregi d’oro. e, se il frontispizio è ornato d’una incisione in rame dove l’invulnerabile senza piastra né azza balza a cavallo di là dall’armatura grave del nemico abbattuto, inattesa è l’altra incisione intercalare leggerissima di linee simmetriche: ‘Jovis Ammonis Oraculum’. ma, nel giorno fausto quando il libro fu mio, attonito seppi d’esser caro a una delle Grazie: né proferii né mai scriverò il suo nome. o Grazia, scopersi tra le due pagine del supplizio di Besso un’ala di farfalla, un’ala intatta di farfalla! messa là come una foglia fragile di trifoglio a quattro foglie, o come un brandello di raso screziato messo là per segnaletto dalla donna d’amore. chi? quando?
È l’ala d’una di quelle grandi farfalle notturne che spesso nelle sere d’estate ho veduto aliare intorno alla mia lampada studiosa. è bruna, ma nel bruno gli screzii son tanto minuti e fonduti che alla vista si mutano in una vibrazione incessante quasi misteriosa perpetuità del volo cessato. è il volo senza spazii? o è lo sguardo senza cigli?
Sì, un occhio rotondo vive nel mezzo dell’ala: una pupilla azzurra dell’infinita serenità stellata, entro un cerchio giallo che riceve il suo colore da un altro elemento o da un’altra lontananza. né distinguo tra la fissità delle strigi e le fosforescenze sottomarine.
La volontà di dire – la volontà di esprimere – si smarrisce talvolta nelle convulsioni di un supplizio senza nome.
Basta. conviene allegrarsi. stasera la teca del vizio nasale è a me patetica più d’ogni altra orliquia.
Già dal tempo della scuola di artiglieria in Valence de la Drôme, alloggiato nella casa di Marie Claudine Bon zitella, il Còrso annusava tabacco. a diciassette anni! or anche il naso invecchia.
La vista del mémorial de sainte-hélène mi turba. tutti i volumi son là, nelle vecchie rilegature. son quelli che mi portò nel collegio della Cicogna il mio padre: ‘Journal par le comte de Las Cases – réimpression de 1828 – Lecointe libraire – à Paris’. domino la sùbita voglia di prenderne uno, tenendo gli occhi chiusi, e di aprirlo alla ventura. rapsodomanzìa. i serventi di Cibele, gli Agirti, se non mi sbaglio, trovavan nell’Iliade le chiavi di tutti gli eventi futuri. Ogni verso di Omero valeva un presagio certo.
Ben vorrei metter le dita sul tradimento del maresciallo Marmont indegno di portare un titolo che spetta a me solo, se la mia impresa dalmatica non è compiuta ancóra. l’altrieri, in una lettera diretta al re Vittorio Emanuele che nella guerra m’incontrò più d’una volta e mi mostrò il sorriso del suo tranquillo coraggio, sotto il mio nome scrissi duca di Ragusa per scongiurare il destino.
Restando nella rapsodomanzìa napoleonica, penso che mi ci voleva su quella epistola fresca il polverino di Tolone.
A Tolone il capitano Bonaparte, mentre costruiva una batteria, ebbe a richiedere un uomo che sapesse scrivere, per dettare un ordine veloce. un sergente si offerse pronto:
‘Présent, mon capitaine.’
Finiva di scrivere appena, quando un colpo di cannone abbastanza aggiustato cadde nella piazzuola ricoprendo di terra l’uomo e il foglio. ‘bon!’ disse il sergente. ‘je n’aurai pas besoin de sable.’
Napoleone il memorioso si sovvenne di quel gaio coraggio. l’artigliere si chiamava Andoche Junot; che poi fu duca di Abrantes.
Rapsodomanzìa.
Ecco una maniera di rappresentare una cosa difficile, in queste quattro righe che trascrivo da un codice laurenziano per riscontrarlo con la stampa degli Eredi di Filippo Giunta. sotto gli occhi affettuosi e ridenti di Guido Biagi simulo una disperata diligenza in istudio et esercizio di filologia. nessuno riconosce che io séguito a sgobbare come nel collegio della Cicogna, come allora tra scansia e leggìo, come allora co’ topi bianchi che ammaestravo di barattare i loro occhi rossi a quelli del cacio bucherato, come allora con i camaleonti che sapevo impazzire e da ultimo far morire avvolgendoli in uno straccio di scialle scozzese rapito lassù alla Beca de’ rammendi.
Ebbene, sì, io sgobbo a prendere titolo di filologo: poiché taluno ammonisce che il gobbo Leopardi verseggiava filologicamente. e quegli medesimo se ne va filologicamente filologando.
Or ecco una espressione d’inesprimibile nell’‘Ameto’ di Giovanni Boccaccio.
‘Siccome la fiamma si suole nella superficie delle cose unte con subito movimento gittare, e quelle leccando leccate fuggire e poi tornare…’
E non ti vendichi, o fiamma? in verità, in verità, tu sei in tutto senza lettere; e pur non ti quieti nell’ignoranza tua. ti credi tu di essere nelle greche lettere consumatissima? e pur le consumasti.
Io fui nel primo e nel secondo incendio della Biblioteca di Alessandria. e racconterò un giorno quel ch’io vidi, se potrò vincere l’orrore del rinnovato strazio.
Il libro, il libro! Cesare al Faro. nessuna imagine m’infiammò giammai come
il braccio dell’Eroe, dinanzi al Faro,
su dal sangue che arrossa il mare egizio.
Cesare tuo grifagno, onde tu ardi,
contra gli uomini e contra la tempesta
solo si scaglia a nuoto; e tu lo guati.
Ei tuffa il capo al sibilo dei dardi
ma sempre ha in pugno il libro della gesta
immune sopra i flutti e sopra i fati.
E la Libreria di quattrocentomila volumi fu distrutta dall’incendio quando Cesare ebbe fatto l’acquisto di Alessandria.
Salamandrato, non come il paggio di Laura ma come il pazzo Jacopone, vissi nel fuoco e nella cenere, il fuoco respirai, masticai la cenere, sostenuto da una volontà inumana che non lasciò bruciare pur un de’ miei cigli; ché vedere dovevo, guardare mirare cercare dovevo, tutt’animo e tutt’occhi.
Un solo cercavo, di là dal dolore e dal furore, di là dalla poesia e dalla bellezza; uno solo, e l’ulivo di Pallade; Eschilo, e l’agàlmato della trireme di Salamina; Eschilo, e le Erinni di tenace memoria.
L’opera intera, l’immensa opera che superava di mole e di soffio quella di tutti i profeti asiatici, quella di tutti gli annunziatori e gli scopritori di nuovi mondi, quella di tutti i facitori e i dicitori della parola vivente, era laggiù in un orizzonte di fuoco o era sotterra in una voragine di porpora. le titaniche braccia alzate nella guerra dei Titani ora si tendevano nella mia ansia per giungere la creatura eschilea, per salvarla per sollevarla per involarla. bastavano la rapidità la possanza e l’ora contro l’iniquo fato e il cieco elemento?
No. la distruzione era omai indubitabile, era irreparabile. prono abbattuto nella cenere io mi soffocavo di cenere. ma le mani arse non cessavano di cercare, non restavano dal moltiplicarsi. i frammenti mandavano faville dagli orli neri che si rivesciavano e struggevano: un frammento delle Bassaridi, uno delle Nereidi, uno delle Forcidi, uno delle Danaidi, e di Sisifo, di Glauco marino, di Aiace Locro, di Semele, di Penteo, di Telefo, di Atalanta: e ancóra frammenti della trilogia tebana, della niobea.
S’affievoliva la mia vista tra i miei cigli omai arsi. potei leggere:
῎Ερχομαι. τί μ’αὔεις;
Era di Niobe.
Potei leggere ancóra:
῏Ω Θάνατε Παιάν,
μή μ’ ἀτιμάσῃς μολεῖν.
Era di Filottete.
Potei ancor leggere per l’ultima volta:
Καὶ γεύομαί πως τῆς
ἀειζώου πόας.
Era di Glauco. non sentii su la mia lingua fatta scaglia di carbone ardente, non sentii l’erba sempiterna.
Da alcuni anni talvolta mi accade di svegliarmi, dopo le poche ore di sonno che mèdicano la tristezza severa dell’orgia, tanto si accorda a’ miei modi e deriva dalla mia vena.
Talvolta è un epigramma talvolta un’ode intera. e mi levo ansioso a cercare quel che mi occorre perché il carme inane non s’involi, perché il noctivagvm melos non dilegui nel silenzio per sempre. raccolgo un libro caduto dal capezzale; scrivo ne’ primi fogli, nell’antiporta, ne’ margini, negli spazii lasciati bianchi dalla stampa.
La prima volta mi capitò un volume di antiche ballate – ‘Early Ballads’ – studiato molte notti per imitarle; e già con due imitazioni avevo ingannato un conoscidore della gravità di Robert Bell.
Trascrivo il primo epigramma.
Il più opimo de’ tuoi favi iblèi
offerivi al tuo scarno sacrifizio.
T’inseguivi di là da quel che sei,
anche nel vizio.
Trascrivo il secondo.
Com’è bello il tuo spirito se guata
la concubina intenta che si minia!
È l’alba. L’arte tua sembra rinata
dall’ignominia.
Entrambi sono di una perfezione indubitabile. non v’è parola, non sillaba, non suono che possa esser mutato o trasposto. il primo, come il secondo, è un vero tetrastico tetragono.
Eppure la fermezza plastica e metrica d’entrambi chiude quello ‘incognito indistinto’ che è il fiato segreto della poesia: un incognito indistinto che la sublime inconsapevolezza di Dante diede alla ‘soavità di mille odori’ mentre significa in due termini, quasi in sigla religiosa di intuizione eterna, la più nascosta essenza della poesia.
Nella medesima ora di quel risveglio attonito io potei fermare, sul bianco di quel libro che chiude la ballata di Lady Greensleeves e di Mary Ambree tra ‘King Arthur’s death’ e ‘The Douglas tragedy’, una strofe d’un soffio, una figura musicale d’un sol respiro, un disegno aereo d’unica linea; che forse nell’ultimo sogno trasparente voleva emulare la levità d’un frammento di Saffo.
‘Non v’è pioggia né nuvola, avventura
né vertigine aerosa quanto
ella tra il piede e l’inguine assai più
lieve del Canto.’
Ma in uno spazio contiguo trovo anche recuperata una breve prosa. ‘cadenze nel dormiveglia.’ ‘e altre, e altre; che nel risveglio si dissolvono come il mio sospiro.’
La trascrivo perché forse è la sorda generatrice del primo epigramma.
‘Sii qual tu sei. ma ricòrdati come in ogni tua ora profonda riluca il cominciamento di quella ora della rugiada che in un remoto giorno mistico apparì nelle tue parole scritte. sempre l’ora della rugiada comincia, e non può compirsi. si compirà quando le susciterai quel fiore “senza stelo” che, di essa colmo, traboccante di essa, non s’inclina né può inclinarsi.’
È noto a pochi studiosi un mio frammento ricco d’invenzioni patetiche nominato da un sonante endecasillabo ‘La Violante dalla bella voce’.
Era Violante una mia amica di sangue non latino, molto amata e molto desiderata, che un evento tragico separò da me senz’amore e senza morte. il frammento non conteneva se non il suo ritratto, eseguito con la tavolozza e col pennello di Palma vecchio. ma al lineamento e al colore della sua bocca era aggiunto l’innamorato studio della sua voce: in verità, in verità, la più bella che abbiano mai udito i miei orecchi mortali.
Il luogo del racconto era il colle di Settignano. L’orrenda sciagura accadeva tra La Capponcina e Gli Arcipressi.
Ella m’aveva chiesto uno de’ miei levrieri, come in pegno della sua dedizione. io l’avevo pregata di scegliere nella mia muta. con l’animo tirannico della sovrana bellezza, ella aveva scelto sorridendo la mia levriera prediletta, quella che io più amavo com’ella più mi amava, di razza imperiale, di nome Timbra.
Non senza strazio e non senza presagio le condussi il dono sinistro, alla Villa degli Arcipressi, su l’erba cupa, tra le mura di ombra. Timbra mi seguiva in silenzio, quasi invisibile, di tratto in tratto sfiorando col muso la piegatura del mio ginocchio.
Non parlavamo. eravam tre; e il fato.
Hermia era il vero nome della Violante dalla bella voce.
La mano di Hermia prese la mia. camminavamo nel viale erboso tenendoci per mano. le campane sonavano per tutta la valle. contro i bronzi del vespro le correnti dell’Arno non avean più dominio.
Era di giugno. era il solstizio, il giorno delle mie sorti sospese.
Vivo. scrivo. son forse passate due ore dal commiato e dalla promissione. attendo il segno per rimettermi in cammino verso gli Arcipressi. il solstizio è stellato. solstizio supplizio. cerco d’ingannare l’attesa, di scongiurare l’evento. scrivo. rivivo. rivivo ogni attimo; e ogni attimo è come un battito di ciglia, che veli e sveli lo sguardo dell’enigma. riconto i passi di Hermia e i passi del mio amore nel viale erboso. ogni filo d’erba non m’è il segno di una scrittura terrestra?
Si forma quella congiunzione del destino e dell’anima presaga ond’hanno talvolta una così misteriosa armonia le ore che precedono i grandi mali.
A un tratto Hermia gitta un grido sommesso ma che rompe dal fondo. il muso gelido di Timbra ha sfiorato il nodo delle nostre mani.
Silenzio. non mi vale ch’io mi ricordi, e ch’io sforzi la memoria a rappresentare un avvenimento non avvenuto se non una sola unica volta e nel rovescio di quella vita che ha due bande come la foglia o come la medaglia o la saia.
Respiro del silenzio è ansia senza respiro. camminiamo verso il cancello del commiato, senza sapere se i passi dell’uno e dell’altra si accèlerino o si rallèntino o si sofférmino. le rondini a saetta rasentano l’erba e si risollevano con un grido che sembra beccare un acino dell’ultima luce. virano a un tratto verso occidente spesseggiando il grido, che mi rivolge e disperge l’anima come in un sibilo di turbine mentre ella scuote in dietro il capo così forte che si scapiglia. per alcuni attimi ci congiungiamo in uno sguardo profondo e fisso. ella dice: ‘andate. ritornate.’
Io dico: ‘veglierò Timbra, accanto a voi. è la prima notte: la notte del periglio.’
Ella dice: ‘sì’.
La mia ammonizione puerile a Timbra, prima di distaccarmi. lo sforzo infinitamente penoso nel distaccarmi. il bisogno disperato del bacio senza termine, della bocca in tutta la bocca, del bevere vita e morte: per la prima volta e per l’ultima?
Il cancello si richiude con un suono lacerante, come se ne’ cardini si franga non so che gelo rappreso.
È il solstizio.
Passo attraverso il borgo di Settignano. incontro o sopravanzo le torme dei tagliapietre, degli scarpellatori, che tornano dall’opra. schietti mi salutano conoscendomi operaio potente. il Canto di Calendimaggio mi rinnova con essi una comunione lirica che s’imbruna come gli allori sul far della notte.
Mi sovrasta il pensiero di Michelangelo. e quell’emistichio nella memoria vòlto alla mia significazione: ‘arder senza morte.’ non è di un madrigale rinvenuto da me nel Vaticano? mentre cerco di rammemorare il verso intero e gli altri, la sera ‘s’innamora’ come in quella canzone della mia terra d’Abruzzi. ma prevalgono i modi toscani; e un altro madrigale di quel medesimo che non conobbe se non le mammelle di pietra dell’Aurora, ecco, mi figura la mia mutazione inebriante:
‘Tanto sopra me stesso
mi fai, donna, salire
che, non che ’l possa dire,
no ’l so pensar; perch’io non son più desso.’
Chi m’accende le lucciole nei margini del viale, ne’ ceppi della vigna?
I miei cani hanno riconosciuto il mio passo. tutta la muta latra al mio ritorno con tanta furia che forse il grande coro giunge agli Arcipressi.
Come hanno udito, se nell’avanzarmi io sento la volontà mentale forzare e condurre il mio corpo non men dubbio della sua ombra?
Se camminassi nella sabbia o nella melma, le impronte non sarebbero de’ miei sandali ma de’ miei pensieri, ma delle mie inquietudini.
Non ho signoria di me, né so misurare i miei attimi, né seguire la dissipazione continua della mia sostanza. a vicenda la mia vita si dissolve e si riserra: è una nube ed è un nucleo.
Ho fatto di tutto me la mia casa; e l’amo in ogni parte. se nel mio linguaggio la interrogo, ella mi risponde nel mio linguaggio. le sue chiavi sono come i registri dell’organo. aprire e chiudere è variare l’intonazione e la tempera. ma stasera le sue armonie mi soverchiano, il suo concento mi converte in ambascia il respiro o me l’arresta. ella vive oltre la mia vita, eppure si dimezza come la mia vita.
Entro. mi smarrisco. i miei gesti non son mossi da me. ogni stanza colora del suo colore dominante il mio sentimento segreto senza rivelarmelo, il mio delirio intimo senza interpretarlo.
Non ho mai saputo comprendere? non comprendo?
O comprendo soltanto ora? e sento improvviso che dentro me vive un altro più grande di me?
Chi mi salverà? perché mi son lasciato io disarmare e accecare dall’ansia di rapirla e dal terrore di ferirla?
Come ho io potuto frammettere una sorta di riflessione alla penetrabile rapidità del mio istinto?
Si forma quella congiunzione del destino e dell’anima sognante ond’hanno talvolta una così misteriosa armonia le ore che precedono i grandi mali.
Non ora ritrovo né mai ritroverò in me i contorni dell’ombra che passa su la pienezza della mia vita, per poterli disegnare in quel modo che usavano i famosi trovadori quando pregavano ‘tutti i fedeli d’Amore’ che giudicassero la visione e il presagio.
Divinando quell’attimo intento Hermia mi ripete tra il riso la domanda che leggevamo iersera nella ‘Duchess of Malfi’, chiamandomi col nome ch’ella mi dà quando vuol essermi dolce. ‘what think you of, Ariel?’ io le rispondo gaiamente con la risposta che segue nella scena della tragedia. ‘of nothing. when I muse thus, I sleep.’ ‘a nulla. quando io svario così, dormo.’
Sono sicuro del testo esatto. le parole hanno l’accento della mia donna, udite iersera quando credevo ancóra sul viso di lei scoprire il riverbero del fuoco imprigionato nel viluppo dei rami bassi. ella le leggeva iersera, in piedi, come una grande tragica, con una voce che pareva sorgere da un sonno senza respiro, da una inerzia simile all’annientamento.
‘like a madman, with your eyes open?’
‘come un pazzo, a occhi aperti?’
È il dialogo funebre fra la duchessa e Cariola, nell’aria disseccata dalla follia ove la faccia di colei che ha tutto perduto e tutto sofferto supera in orrore ogni desolazione del mondo perché, essendo abbandonata dalla vita, non è anche occupata dalla morte. ‘I’ll tell thee a miracle: I am not mad yet… ti dirò un miracolo: non sono ancóra pazza. la volta del cielo sul mio capo sembra fatta di fuso bronzo, di solfo infiammato la terra. e non sono pazza ancóra. abituata mi sono alla malvagia miseria come il duro galeotto al suo remo.’
Eccomi qui. sono vivo. ma che mi accade? posso guardare l’indistinto fantasma: quel che, come il sogno della ‘Vita nuova’, ‘non fu veduto allora per alcuno.’
Il giorno – disse pianamente Erigone
verso la luce – non potrà morire.
È il solstizio. e, mentre pare che il lungo giorno non voglia né possa morire, dentro me il sentimento di quella catastrofe umana si spande come sul primo limitare della mia notte, qual comunicato l’ha iersera a me la voce sublime.
La potenza patetica di tal poesia mi si risolleva dentro come un turbine di quella polvere che ci taglia; se, come i diamanti, noi siamo tagliati dalla nostra propria polvere.
Su quel giardino pensile onde si scorge una contrada grassa di tanta storia d’uomini, tra quella compiuta creatura dell’arte e quella stupenda macchina umana, in mezzo alle più dilettose apparenze delle piante e delle acque, nel giorno massimo che riconduce al cielo la più felice disposizione delle stelle, suona l’avvertimento del messo interiore e il lamento immutabile: ‘o mondo oscuro! o this gloomy world!’
L’oscurità s’addensa. l’angoscia si serra. voglio forse ingannare l’una e l’altra, ricalcando già sul mio viso stravolto la mia maschera di scrittore?
Della vita ancor calda e commossa in me voglio già dare a me stesso una imagine ritessuta dall’intelligenza?
Son certo d’aver percepito in quel punto la mutazione del ritmo che conduce gli eventi e li precipita.
Rimango qui nell’aspettazione atroce; e non seguo l’istinto del mio coraggio, non mi levo, non accorro a respingere il male che si prepara.
La prova della impossibilità d’interrompere un ritmo fatale iniziato è in questo: che il presagio intimo non si disgiunge mai dal fascino dell’inevitabile. il più chiaro dei presagi non impedisce che l’evento si compia. mai, pur nella storia eterna della superstizione, il segno infausto sottrasse l’uomo alla sua sciagura.
Tuttavia non v’è sentimento umano, se bene straordinario, che possa dare tanta pienezza e profondità alla vita quanta le ne dà talvolta il presentimento. gli anni di violenza e di vittoria non valgono per Achille armato i pochi attimi in cui, salito sul carro, egli ascolta parlare Sauro, un de’ suoi cavalli, di sotto il giogo e la criniera sparsa fino a terra. che fa egli? rimbrotta il vaticinatore crinito, e con un urlo spinge la biga al galoppo.
La grande arte antica, come la moderna, rifugge dal nero gorgo del cuore e si riduce a rappresentare per segni materiali l’attitudine e il gesto. quanto poveri sono i segni del più alto poeta in paragone della sua sensibilità, della sua intuizione e del mistero ch’egli respira continuo! sembra che per la rappresentazione dell’uomo interiore e delle forze invisibili un’arte della parola debba ancóra esser creata su l’abolizione totale della consuetudine letteraria. comprendo come taluno artista consapevole di questa necessità abbia incominciato col sovvertire le leggi grammaticali e specie quelle del costrutto, che impongono alle parole una dipendenza conseguenza e convenienza fittizie. ma con qual risultato? le più arcane comunicanze dell’anima con le cose non possono esser colte, fino a oggi, se non nelle pause; che sono le parole del silenzio. la più acuta e la più ricca delle pagine d’introversione appare grossolana e falsa se la esaminiamo non al lume dell’intelligenza ma al calore del sentimento, cercando di sottrarci all’abbaglio delle consuete lustre verbali.
Si può affermare che tra la nostra vera occulta vita e la parola elaborata non esiste concordia alcuna. certi versi divini non ci toccano a dentro se non per la lor virtù musicale: come lettera essi hanno un significato vano o indistinto.
Ma può l’arte nostra essere innovata, o continuerà nei secoli a non procedere se non per un accorto gioco di vocaboli? quale scrittore, con quali mezzi comunicativi, un giorno riescirà a esprimere le azioni e le reazioni originali della sua anima commista agli elementi dell’Universo? quale, dando alle parole un impreveduto destino e alle analogie una inopinata potenza rivelatrice, ci farà sentire come il nostro spirito di continuo nasca si accresca si perpetui si trasfiguri per innumerevoli contatti con gli altri spiriti e col mistero circostante? quale, profondandosi originalmente nella conoscenza degli esseri e delle cose, ne tradurrà la novità subitanea e manifesterà la moltitudine delle divine essenze che si generano dalle lor congiunzioni?
Le imagini e le formole in uso, delle quali ci serviamo per rappresentare i novissimi aspetti del nostro mondo interno, non hanno con esso maggior simiglianza di quella che abbiano, per esempio, con le Province e le Città – con quelle smisurate fucine di storia, di cultura, di opere, di lotte, di passioni, di aspirazioni e di bellezza – le goffe statue coronate di torri e sovraccariche di emblemi, che attristano i nostri monumenti civici.
Io, che pur tante volte mi son compiaciuto nelle più sottili analisi e nell’assottigliare il mio strumento di ricerca sino all’insoffribile acuità, sento che se la nostra arte fosse per innovarsi ella non s’innoverebbe per sottigliezza ma per non so qual potente rudezza ingenua, in quella guisa che partendoci dai compiuti iddii fidiaci e prassitelei per tornare verso gli zòani primitivi non ci sembrerebbe di allontanarci ma sì bene di riavvicinarci alla divinità.
Or ecco che, volendo fermare per me medesimo questa mia profonda ora d’angoscia appena rischiarata da intermessi bagliori di divinazione, io compongo una pagina che m’è estranea quasi quanto una qualsiasi di qualsisia libro de’ miei scaffali.
Certo, interrompo lo spasimo dell’attesa. certo, io non più posseggo il mio amore.
Scrivo. e non posso non sottomettermi a un ordine consueto di composizione che difforma o distrugge gli spontanei e subitanei modi onde i fantasmi appariscono alla mia coscienza e – di dentro, di fuori – la percotono e scrollano senza farsi conoscere o le comunicano un fremito simile a quello che imprime al suolo il passo d’una folla irruente, il galoppo di mille cavalieri.
‘Il poeta deve sapere di logica’ disse un focoso nemico dell’arte, il Savonarola. la nostra poesia è pur sempre oppressa da questo errore di predicante; cosicché troppo sovente ella sembra poesia e non è se non predicanza. e fievoli ancóra sono i tentativi di liberazione.
Ma chi mai avrà l’audacia e la gagliardia di rimaneggiare la materia già foggiata?
Penso a quell’apologo dello statuario che, volendo gittar di bronzo una novella imagine che gli era nata d’improvviso dall’anima, cercò il metallo poiché egli era sì fatto che non poteva esprimersi se non con opera di getto. ma non rimaneva nel mondo altro bronzo che quel d’una statua da lui stesso fusa e dedicata a una memoria solenne e consacrata sopra un sepolcro venerabile. ed egli ebbe l’animo di togliere quel bronzo e di sconsacrarlo, e di darlo al fuoco e di fonderlo. poi con la materia della vecchia imagine egli fece la nova.
È un apologo ben composto da un poeta fucato che amava lambiccar lambicchi.
Gli apologhi talvolta, invece di persuadere una verità difficile, annunziano un prodigio invocato. il bronzo tuttavia riman bronzo, e il linguaggio rimane linguaggio.
L’anima del poeta può possedere le cose come possiede il suo amore il suo odio o la sua speranza; ma, nell’atto di esprimerle, cessa di possederle. il linguaggio gli rende estraneo quel che gli era intimo.
Scrivo. dico io forse quanto, or è due ore, or è tre ore, quanto di me rapivano a un tratto le rondini volando basso, all’altezza del mio petto, e gittandomi un grido d’allarme e dileguandosi per quella specie di umidità verde in che pareva agguagliarsi l’erba su cui il guizzo dell’ala nerazzurra aveva qualcosa d’acquatico, qualcosa del lustreggiar successivo d’un’acqua cupa sotto un sasso lanciato a rimbalzello da un fanciullo nell’ombra?
Abbiamo attraversato il lecceto pieno di cicatrici. siamo su la soglia inverdita, contro la ruggine del cancello, per escire nel grande viale erboso terminato dall’organo dei cipressi.
Hermia su la terrazza ha preso un vimine rosso che galleggiava in una tinozza. con la destrezza d’una portatrice di fastella, ne ha fatto ritortola alla sua capellatura lavata.
Ella ora tiene la cagna a guinzaglio. e già per questa azione alcuni movimenti nuovi si disegnano nel suo corpo, i quali mi sembra ella via via ritrovi nella sua memoria plastica ed esperimenti non senza esitanza. però i miei occhi tornano di continuo al suo volto che si fa sempre più luminoso come certe pietre di Vinegia cementate fra mille, quasi spugne solari atte a rattener la luce di là dal crepuscolo.
Ella non ha perle agli orecchi, né collana al collo nudo, ma soltanto quella vermena di vinco attorcigliata; cosicché nessun ornamento le impedisce di entrare nella fluidità della mia vita.
Io mi credo a quando a quando portare in me quel volto come sopra un’onda che si elevi e si abbassi col mio respiro. tanta è l’illusione, che indovino il sentimento ch’ella deve avere della potenza adunata tra la sua gola e la sua fronte.
Una bellissima donna, a cui domandavo che mai provasse ella nel reggere sul suo collo la sua maschera sublime, mi rispose che talvolta andando le sembrava d’imprimerla con gioia nell’aria come in una materia tenace e di lasciar dietro di sé quasi una successione d’impronte che la perpetuassero ne’ luoghi attraversati. ella esprimeva, certo inconsapevole, la volontà di dominazione che la formata bellezza ha su l’infinito elemento.
Non soltanto a ogni passo ma a ogni più lieve moto Hermia imprime il suo volto nella mia sostanza immortale.
Le rondini tornano gridando. so che vengono a restituirmi quel che mi hanno rapito. e me lo rendono trasmutato e accresciuto dalla virtù di non so qual corrente ove l’abbiano immerso; cosicché non son più capace di contenerlo senza sforzo e tumulto.
Nel rendere mi depredano ancóra.
Né quel che m’han renduto, se ben mi divenga più grande e più irrequieto, occupa il vuoto novamente fatto.
Ma la nova ansia sospende una parte della mia vita sopra l’altra che s’agita in angoscia.
Scrivo. e onta non ho sul cuore che si lacera!
Chi mai saprà dire la forza laceratrice delle rondini in un vespro d’estate?
Esse non portano nel becco né loto né crini né piume né pagliuzze ma brandelli del nostro vivo cuore.
E sembra che volino a nutrirne non i loro nidi ma le creature sovrumane che vivono ai confini dell’aria, irraggiungibili pel nostro desiderio disperato.
Come più grave si fa l’ombra tra muro e muro, il volo si fa più basso, rasente l’erba, e il nero dell’ala più azzurrigno.
Timbra attenta e attonita segue il volo vario e sghembo con piccoli moti del capo; e nel girare degli occhi mostra a quando a quando il bianco crudele.
Le rondini sono tanto impavide che talvolta quasi la sfiorano come per piantarle l’acume dello strido nella pelle sfuggendo.
Allora ella solleva le orecchie, scote un poco il capo, e sogguarda di sotto il cipiglio con un atto di così selvaggia grazia che Hermia alfine si getta in ginocchio dinanzi a lei per abbracciarla parlandole un gergo bambinesco.
La ritortola si slega. il fascio de’ capelli si sparge contro il collo della bestia. la gota è quasi contro il muso. e la voce infantile nelle blandizie ha tanta freschezza che quel vimine caduto su l’erba par sia stato anche il suo legame.
‘Timbra!’ io grido, con quel tono d’ammonimento ch’ella intende, nel veder oscillare lentamente la sua coda quasi rigida, tenuto da un’apprensione penosa. ‘Timbra!’
Hermia si rialza, disgombrando dalle ciocche il viso. e mi chiede: ‘perché? temete che mi morda?’
Le rispondo che conviene un poco di cautela, almeno nelle prime ore, finché la conoscenza non sia fatta.
Ella dice: ‘ma è proprio mia?’
Come la dichiarazione del dono è rinnovata, ella dice ancóra a Timbra: ‘sei mia. sei mia. intendi?’ e l’accarezza con la mano aperta, dal cranio alla schiena.
Allora la lunga levriera di seta stirandosi strofina il fianco alle ginocchia di lei con una pieghevolezza felina.
‘Vedete, Ariel!’ ella grida trionfante come se avesse ottenuto il segno della dedizione e della sommissione.
Raccoglie il vinco rosso, e l’attorce al collo di Timbra a guisa d’un secondo collare.
La bestia sbadiglia con un suono roco ancóra stirandosi. e appare la meraviglia delle sue fauci, una umidità rosea e quasi direi saporosa, come certi frutti esotici che si fendono per maturezza e mostrano i semi bianchi abbaglianti. ‘si annoia?’
‘No. so quel che vuole.’ conosco in che modo si svegli d’improvviso nella sua pigrizia e nella sua malinconia il bisogno della corsa frenetica. ‘sguinzagliamola.’
Ella si allontana di qualche passo, lenta, col muso all’aria, con la coda a uncino giù tra i garetti. tenendo le mascelle serrate soffia un poco, in una maniera sua propria, così che si vede il frastaglio bruno del labbro alla commettitura gonfiarsi del soffio laterale.
Le rondini sembrano provocarla arrivandole addosso e piegando il volo ad angolo rapido come fa sul terreno l’astuzia della lepre inseguita. altre si scagliano innanzi, sfiorando col baleno del petto l’erba e sùbito risollevandosi e di nuovo riabbassandosi finché dileguano.
Quali fanciulli divini fanno ancóra il gioco del rimbalzello coi neri sassi levigati, su lo stagno dell’ombra?
Come si forma senza sentore di vento quell’onda chiamata sorda dai marinai, poi s’arresta di colpo, si volta, riprende la corsa verso noi, non più in linea diritta ma disegnando un meandro, tutto ad angoli saglienti e rientranti, con sì agile veemenza che la traccia sembra persistere dopo il passaggio e l’occhio poter seguire il motivo tracciato in bianco sul fondo cupo come intorno a una maiolica.
‘O this feeds my soul!’ mormora Hermia, ammaliata da quello spettacolo più bello che le più belle invenzioni delle novissime danzatrici. e, stando in piedi presso di me, appoggia il braccio alla mia spalla.
Su la cresta del muro i garofani di porpora riardono al bagliore del tramonto, nei mille vasi d’argilla allineati. le rondini fuggono a stormo verso le mulina di Rovezzano. gli odori della vainiglia, dell’ananasso e del bossolo fanno una mescolanza dolciamara, simile pel gusto a quelle confetture troppo sapide che nel primo boccone saziano.
E le rondini tornano con uno di que’ clamori ambigui che possono essere strida di rissa o grida di giubilo, annunziare la disfatta o la vittoria, recare la sciagura o la felicità.
Timbra le precorre, lanciata a tutta possa contro il nostro gruppo come per urtarci rovesciarci e passar oltre. giunta a una spanna dalle nostre ginocchia par come presa da una di quelle metamorfosi favolose che fissavano nella immobilità del sasso il gesto supremo della più agitata passione. mozzo è l’impeto come un capo cade sotto la scure. poi ella si abbatte a terra sul fianco; e rimane ad ansare, con le fauci aperte, con la lingua tratta, con distese le quattro zampe colorate in verde dall’erba calpesta.
Ma le rondini sopraggiungono, sembrano raccogliere il suo impeto interrotto e moltiplicarlo passando a traverso la nostra vita; dove più non lasciano se non l’ansia della felicità ch’esse ci han recato da quel punto ove l’aria è forse come il viso di Hermia quando ella si orna del suo viso cristallino.
Mi trattengo dal volgermi, dal fare movimento alcuno, per tema ch’ella muti attitudine o si discosti. io credo esser con lei sopra un limitare commosso come un lido, e non aver più nulla dietro di me.
Il miracolo che il peso del suo braccio opera in tutta la mia sostanza è così grande ch’io m’imagino entrata anche in lei una forza nuova e ch’ella non somigli più la donna apparita nel giardino pènsile né quella un tempo seduta a ragionare presso la finestra bassa nel profumo dei calicanti. si fugge da me anche il ricordo d’essermi inebriato del suo pensiero e del mio, della sua e della mia parola, in tanta aridità.
Negli occhi miei non è rimasta alcuna scintilla dell’allegrezza che li accendeva dianzi allo spettacolo della corsa maliosa tra la luce e l’ombra. tutte le apparenze pèrdono il lor valore. le rondini sono passate per l’ultima volta.
Ecco che s’è fatto silenzio in noi come in un albero quando tutte le foglie si pacificano nella sera.
Mescoliamo le nostre radici sotterra.
Le nostre intelligenze paiono disarmate, inutili i lor conflitti e i loro giochi.
Non so che forma vivente nasca da noi simile a un essere primitivo con la fronte liscia e fresca ma con una profonda sorgente di sangue in mezzo al petto.
L’ansare della bestia ai nostri piedi, quel violento respiro animale, non è fuori del nostro nodo ma par secondare non so qual sollevazione del nostro istinto più nascosto, impedirci la misura del nostro duplice respiro, darci l’illusione di un anelito unanime, imprimere il suo ritmo a quella nostra novità selvaggia.
È l’amore?
Scrivo. rivivo. rimuoio.
Incredibile cosa m’è l’attendere non lei in questo palagio che soltanto stasera a me significa me, composto per lei, per tutti i modi della sua bellezza. incredibile m’è l’attendere l’ora di ripassare pel cammino sinistro, di ritrovarmi contro il cancello degli Arcipressi, di ricalcare il viale non più d’erba ma di rondini morte, di rondini stecchite e piatte; o forse di pipistrelli informi e negri come carboni spenti.
Son passate due ore? forse tre?
Quanta raffinatezza nelle cure del corpo! come quando lo preparavo alla morte, or è sett’anni, or è cinque, or è tre, prima di intraprendere la partenza senza ritorno: la sera per Pola per Grado per Cattaro per Buccari: il mattino per il Veliki il Faiti il San Michele il Grappa lo scoglio di San Marco il verone di Traù l’approdo di Zara. vanità delle vanità funebri. eleganze della miscredente ironia. cerimonievole dileggio alla sorella corporale.
Anche raffinatamente m’è servito il pasto nella lunga e stretta e massiccia tavola da refettorio perugina, dove io stesso compongo i festoni robbieschi con l’arte di quel fruttifero Luca che, a simiglianza di Leon Batista, non tratteneva le lacrime vedendo il primo fiore di quel torto cotogno col qual gareggiava in produrre la mela gialliccia e lanuginosa.
Odorava di cotogna afra
‘Et io udii la voce di un uomo nel mezzo di Ulai, il qual gridò e disse: – Gabriele, dichiara a costui la visione.’
Io ti dico che sono i gigli di Susa, quelli che crescevano e crosciavano nell’Euleo, che ruppero e traversarono a guado i cavalieri di Alessandro.
Mi torna a sommo del petto il calore dell’ode che mi nacque dal sogno di Hermia.
Ne farò un giaciglio, perché ella li prema e franga.
Certo il Macèdone bevve l’acqua dell’Euleo ottima sopra tutte le correnti, di che sola s’abbeveravano i re de’ Parti.
Tre lunghi pètali curvati in alto tremano a ogni soffio. non tremano i tre curvati in basso, più cupi, carnosi, villosi, quasi procaci come l’ombra che negli ìnguini s’insinua. tre stimmi, in forma di petali, d’un color violetto intiero, divisi in due bande saldate da non so che forza lasciva. coprono gli stami gialligni. il polline si sparge sul vello. fiori? fiere? qualcosa di segreto, di profondo, di belluino e di delicato, come la seconda bocca della donna bilingue.
In un dei gigli d’Ulai i vasti petali si ripiegano a guisa d’un mantello sopra una faccia mendace. i sèpali si raggrinzano e si colorano di tanè.
Un altro s’è richiuso come un pugno, come un pugno di fantolina o di vecchietta, tutto grinzo e crostuto, di color lionato scuro, tra rosso e negro.
Guardo. riardo.
noctivagvm melos. già, or è poche notti, non mi trasse ‘verso il paese della bellezza’ lo spirito di quel Daniele che si nomava Beltsasar?
Gigli di Susa, e cavi e incurvi ad arte
come la voluttà che il vello cela…
Una parola, tre parole. in una stessa visione il soffio dell’ode fa del conquistatore e del profeta una sola potenza, una sola cadenza.
Te ne ricordi? le prime cinque strofe respirarono nel respiro non interrotto. poco più tardi, in un sopore più chiaro, in una musica più percossa, la sesta la settima l’ottava erano compite, erano perfette. erano recenti, erano remote, scritte come i segni nella palma della mano che si chiude e si riapre, che si apre e si richiude. pareva che un lembo della carne, un lembo dell’anima s’avvolgesse e svolgesse come s’avvolge e si svolge il rotolo da scrivere e da cancellare, da leggere e scordarsi, in una maniera più facile di una imagine usuale, più oscura di una parvenza nata da un senso incognito, vera e incredibile come un disegno senza contorni ma pur vivente e movente, come una maestria senza studio.
Cerco di vedere. vedo. tuttavia non si chiarisce ma si addensa questo mistero mentale.
Il giglio di Susa: quello che di copia infemminiva il fiume Ulai del profeta Daniele, quel che nell’Euleo era la forma impudica dell’onda e quasi la libidine del guado spiato tentato soverchiato dai cavalieri di Alessandro con l’ebrietà dello stupro.
Una parola, tre parole. robusto è lo stimma, che con l’estremità della sua forza imita il colore de’ petali quasi piacendosi di assembrare l’ossatura di quella delicatezza. si piegano sedotti i petali a ombreggiarlo. tra il sèpalo e lo stimma l’antro velluto meglio che velloso non par socchiuda alla foga equestre una vagina intatta?
noctivagvm melos.
caelatvs vlnae crater.
L’artefice che oprò pe ’l fiume Ulai
ne’ guadi d’Alessandro il giglio imbelle,
quel medesimo fece, e tu non sai,
a te le ascelle
con un’arte che vince il raro fregio
del pube accline alla sua grazia chiusa,
e con un’ambra ove s’adempie il regio
sogno di Susa.
Gigli di Susa, e cavi e incurvi ad arte
come la voluttà che il vello cela,
voi che co ’l petto de’ cavalli parte
l’eroe d’Arbela
nella mia gesta e nel mio mito, quale
di voi, se mi lambiste il nudo piede
arcato, qual drizzò l’ansia carnale
verso le prede
come quest’ambra? come questo poco
fiore che le mie labbra ad abbandono
e ciglia e dita sentono di fuoco
senza perdóno?
Inclita aridità che mai non tempra
madore: non pur quando il mio legame
è irrequieto e il mio piacere assempra
dubbio certame
e tu m’appari alla protesa pugna
più grande riscolpita dall’artiere
più grande, e tu sopponi alla tua nuca
il tuo perenne
braccio nel gesto immenso cui già diede
Michelagnolo all’uno de’ suoi Vinti
ultimo Orfeo che alfine il Ben suo vede
con gli occhi estinti.
Tu grandeggi. E tra òmero e mammella
offri l’esigua coppa al re deliro?
il fiore l’ambra il fuoco nell’ascella:
il sorso diro.
Questa è la coppa dove il fuoco è vano,
dove il miel fosco non fluisce, dove
io solo bevo umano e disumano
le seti nuove.
Avevo io disegnato di scrivere un libro nella mia lingua d’esilio amara e perpetua come la resina, laggiù, tra le selve di pini piagati, lungh’esse le dune sinuose ove la sabbia pareva mescolarsi a una polvere cangiante di madreperla? nel ritrovare il linguaggio che tanto potea tra le Canzoni di Gesta e le ballate di Franco Villon, non l’avevo io intitolato ‘Le songe des amants éveillés’?
Non mi ricordo. ma la veglia e il sogno mi ritornano con una musica che ha le sue pause nello spavento senza figura.
Ah, rivedo quel volto soprannaturale che mi apparì quando cessammo di compiacerci nel gioco dell’organo portatile ch’ella aveva collocato in quella specie di tribuna soprastante alla fontana che ombreggiano i cipressi, dopo avervi giunto i due sportelli istoriati da un pittore ferrarese tratti dalla bottega di un antiquario nella contrada de’ Tornabuoni.
L’organo è là, simile a quello della pittura di Tiziano, presso il giacitoio coperto di velluto rosso dove la donna bella non si giace. per dono di Hermia venne dagli Arcipressi alla Capponcina in maggio ciliegiaio.
Quel velluto è a me veramente una gioia senza termine: ‘a joy for ever’, come dice ella con la parola del poeta di Endimione. è del pieno secolo di Geronimo Savonarola: il drappo più amoroso e prezioso isfuggito all’arsione sacrilega. è tessuto di un fuoco inestinguibile, profondo come il desiderio insaziato.
Ora, assunto nel cerchio della lampada, mi colpisce come un grido troncato dal taglio della gola: intenso come il fuoco del tramonto in quel giorno, in quella unica ora.
L’allucinazione mi rapisce. nulla di me è mio. sono risollevato da quel medesimo ratto. mi trasporto in quel mito. i tronchi mi serrano. in taluni i rami sorgono dalla ceppaia, presso alle radiche, più aggrovigliati che le radiche stesse; e le frondi vi s’addossano a guisa di squamme vivaci. v’entra il fuoco del tramonto arrossando il groviglio interno così che pare una bragia coperta da una tonaca di metallo. discostando le squamme con le dita, ella v’intromette la faccia che le s’infoca d’un riverbero di fucina. a traverso l’attorcimento mi guata come una Medusa che non tema l’arpe di Perseo, comparabile alle più grandi invenzioni dei poeti immortali.
Medusa! Górgone!
Quante volte nelle angosce della mia poesia mi sentii affascinato e forse impietrato da quella testa sublime, innanzi la profanazione del dio nel tempio, innanzi che la dea furibonda la inserpentasse, quando ella aveva tuttavia la più bella chioma della divina e umana demenza, quando ella aveva la chioma di Hermia Chancelor!
Ma che è mai quest’angoscia? mi smarrisco nel mio eremo come in un labirinto sinistro, come in un errore inestricabile.
Il volto soprannaturale è per tutto. è la luce delle imagini eterne che segnano il confine all’ansietà dello spirito. rischiara là i cavalli di Helios, il cavallo di Phoebe, la Nike senza penne e l’altra più diletta che più nuda appare attraverso la sua tunica bagnata dove le pieghe lievi conducono i pensieri come le vene delle fronti apollinee. rischiara il Cefiso, l’Ilisso, il Lapite, il Centauro, Demetra e Core; l’una delle Esperidi, la Samotrace, la spensierata stele di Hegeso; la malinconia del commiato muto nell’altra stele attica, e quella del cane che guarda il sasso lugubre; e i cavalieri efebi del Fregio più nobili di quelli che guadarono l’Euleo scalpitando i gigli di Susa. rischiara e interroga gli Schiavi di Michelagnolo, i sei ribelli che lottano spasimando fra le colonne valide e superbe senza pondo, fra le sette colonne di giallo antico superstiti alle cinquantadue del peristilio augusteo che circondava l’Area Apollinis.
Non rischiara il silenzio.
Sento che il canile si agita.
Esco nell’atrio, non portato dal mio passo ma lanciato dal sussulto del cuore e come squassato dalla vertigine. intravedo la forma di Timbra lungo la siepe nera di bussi. la vedo biancheggiare informe, dissolversi, dileguarsi.
Grido: ‘Timbra!’
Sono dinanzi al cancelletto di ferro battuto a similitudine di un ragnatelo d’oro. non riesco ad aprirlo. è d’un’opera tanto delicata che temo di spezzarlo. chiamo i canattieri. in quale ordito son preso? un nulla mi separa dal destino. non riesco a dominare l’ansia, che sbigottisce i miei uomini.
‘Timbra è tornata. è fuggita dagli Arcipressi! l’avete veduta?’
Alfine il ferro cede stridendo.
‘Cercatela, cercatela.’
Il latrato lugubre dei cani fa vacillare a’ miei occhi gli alberi. mi percote il viso come una ventata rabbiosa.
‘Cercatela!’
Corro giù per la viottola. raggiungo i canattieri.
‘Non l’abbiamo veduta. non c’è. se ci fosse, risponderebbe alla chiamata. se fosse fuggita, avrebbe magari saltato il cancelletto per infilarsi in casa e cacciarsi sotto il letto del suo signore. non vuol altro, non pensa ad altro la Timbra.’
Il latrato dei cani non cessa; doventa sempre più torbido. si drizzano in gara contro la steccata, ficcando i musi tra le assi, fiammeggiando dagli occhi gialli e verdi. nella furia scoprono tutte le gengive, mentre – non so perché – la vista delle dentature formidabili m’inorridisce.
‘Suona la campana del cancello grande.’
I canattieri corrono, aprono. appare un uomo che agita il collare e il guinzaglio di Timbra singhiozzando balbettando.
Intendo o indovino.
Nel viale degli Arcipressi, poco discosto dalla villa, a un tratto la cagna ha addentato ferocemente la faccia della signora bionda, là in ginocchio dinanzi, su l’erba, con le braccia intorno il collo a parlarle a carezzarla tutta lezii. ‘l’avrebbe finita, se non si correva in tempo. ma la faccia è una piaga, signore. il medico è già là. la cagna è ammazzata. noi disperati.’
Monto a bisdosso il sardo morello. galoppo per Settignano. arrivo agli Arcipressi. scorgo un che di bianco steso nell’erba. riesco a vedere il dottore. la lacerazione è irrimediabile. salva la bocca, salvi gli occhi, salva la fronte.
Non comprendo altro. non so più nulla.
Quando riapro gli occhi mi sento ondeggiare supino in una barella. credo rigettare di tra i denti un brandello di cuore. vedo le stelle di giugno, grandissime; odo stormire i lecci, traboccare l’acqua d’una fontana. scorgo i canattieri che trasportano, quasi a paro della mia barella, il corpo lungo di Timbra ricoperto d’un lenzuolo sparso di macchie.
Mi riprofondo nell’amore del fato.
So che, da questo punto solstiziale, deve essere il mio solo unico amore.
Quando in non so più che misurata e smisurata Laude della Vita invocava io la Diversità – o Diversità, meraviglia sempiterna, sirena del mondo! – senza mète e delle vie assodate con la polvere de’ secoli morti.
Non ascoltato e vilipeso, io solo annunziavo la Guerra come una potenza liberatrice e creatrice. esploravo gli orizzonti con gli occhi avidi ch’erano due prima che la mutilazione, invece di menomare la vista, l’afforzasse e la moltiplicasse nel visibile e di là dal visibile, nel veduto e nel non mai veduto: cervello fatto di pupille innumerevoli, come l’alveare è fatto di elezioni libere e di arte una.
Non più ricordo quando né dove, se prima della guerra o dopo la guerra, io abbia celebrato nella piazza publica o sopra la riva contesa l’avvento imperioso del Solstizio.
Oggi è il Solstizio, il gran giorno solare, il giorno di più lunga luce e di più largo premio. è il ventun di giugno: tre volte sette: il numero fausto, di ottimo presagio.
Ma ecco, mi ricordo di un movimento della parola. fu dopo la guerra. ‘or è un anno, sul Piave, ribalenava la vittoria delle falci e delle armi: s’iniziava la mietitura delle spighe e dei battaglioni.’ sì, fu dopo la guerra.
Chi mi rende la vista soprana? d’improvviso ho uno schiarimento portentoso, come se vedessi co’ due occhi.
I colori doventano puri e interi: nulla di commisto e di confuso. il verde della coppa muranese è verde. i cavalli di Elios sono rilevati nella luce come se tuttora vivessero sul frontone.
Il rosso del vessillo di Dalmazia – con le tre teste di leopardi – m’è tanto vivo che sembra la sanguinazione di un cuore: di due cuori.
Il lambicco persiano di vetro verde – posto su l’elmetto di Persia damaschinato, con un di que’ miei ingegni nello scegliere e adattare sostegni insolitamente preziosi a oggetti rari – è una volontà immutabile di sublimazione, significata come taluna imagine volontaria nella mia poesia.
Così la coppa invetriata di Persia, con disegni neri sul verde di locusta simili a una sobria scrittura, è posta sopra un orologio verticale cinquecentesco di bronzo dorato. sembra raccogliere le più ricche stille del mio tempo perduto.
Io stesso ho disposto in un vaso di vetro verde come le pale recenti del ficodindia il fastello delle spighe offerte a me da un mietitore della mia terra. e mi par d’avere impresso nella primizia sciolta dalla ritortola un che di quelle dita agresti, di quella maniera ereditale.
Vi giungo il papavero stradoppio del mio sonno abbandonato sul guanciale ove non è segno del mio capo. è l’ora innanzi l’alba. non ho voglia di coricarmi. per provare il sapore cerco le granella nella spiga con le mie labbra incaute. le reste mi pungono. il sangue gocciola. mi piace che sia tanto rosso: non men rosso di quello che sprizzò dalla mia prima ferita.
Padova oggi sembra deserta, qua e là diroccata dalle bombe, inerte in una luce glaciale.
Sono più tranquillo. il mio dolore s’indurisce, si tempra. non ha più nulla d’informe, d’inquieto, di torbido. ha preso la mia stessa forma, s’è scolpito a mia simiglianza. mi consolida, mi rafforza.
Fino a stamani qualche favilla ingannevole mi scoppiava nel cuore, di tratto in tratto, all’improvviso; e mi dava un sussulto di gioia sconsiderata.
Illesi, e prigionieri. feriti, e prigionieri.
L’onta della prigionia. la gloria della morte.
Rivedo l’occhio felino di Maurizio Pagliano, verdastro, fosforescente, con l’iride tagliata dalla palpebra socchiusa.
Rivedo la bocca insolente di Luigi Gori, la marezzatura de’ suoi capelli biondi all’apice della fronte sfrontata, la sua baldanza di giovine partigiano fiorentino del tempo di Buondelmonte, la sua maniera di piantarsi in su le nervute gambe e di porre contra i fianchi snelli in ansa le sue lunghe mani inanellate.
Non posso imaginare quella fierezza rattristata e raumiliata nella prigionia.
Non so che darei per divinare la lor fine, per conoscere l’ultimo lor momento, per sapere in che modo la loro giovinezza sublime s’è spenta ne’ lor volti nudi sotto le loro maschere di volatori.
Ora io credo che sono morti.
Nessuna altra notizia. nessuna risposta del nemico ai messaggi lanciati. nessun indizio nuovo.
Tutto è silenzio. essi sono ridivenuti silenziosi come quando erano dietro di me deliberato di morire, nella fusta, la notte di Cattaro.
Già otto de’ miei compagni di Cattaro sono perduti. i migliori.
Gli altri sorridono aspettando la loro sorte.
Son io dannato a sopravvivere?
Ho chiesto al mio capo licenza di intraprendere la scorreria marina.
Dedico questa azione temeraria ai miei due giovani fratelli.
Viventi me l’avrebbero invidiata. morti l’accetteranno come la sola offerta funebre degna d’amendue.
È un’impresa che di audacia avanza quella di Cattaro. disperatissima.
Riuscirà. si compirà.
Come dicevo dianzi al mio colonnello Moizo, la temerità non è se non una faccia della prudenza.
Fra tre giorni posso essere in fondo al Carnaro, o rigettato sopra una spiaggia di Veglia, di Cherso, dell’Istria orientale. fra tre giorni posso alfine essere anch’io, come lo Shelley della mia adolescenza, qualcosa di ricco e di strano, ‘something rich and strange’, o un livido cadavere introvabile, in una casacca di pelle, come Roberto Prunas.
Ma quanto la vita è oggi misteriosa e musicale!
Vado con Nerissa a visitare i luoghi colpiti dalle bombe delle squadriglie nemiche.
Fa freddo. il pomeriggio è cristallino sopra le vecchie case; l’ombra è violetta e cerulea sotto i vecchi portici. le strade son quasi deserte. a ogni svolto è l’imminenza di un’apparizione.
Nerissa ha il suo abito d’infermiera, la sua mitra azzurra con la croce rossa, i capelli nascosti da una benda bianca.
Il suo viso è oggi più patetico che mai: un viso da Maria accostato a quello del Cristo esanime, in una Deposizione di Croce della scuola mantegnesca.
Di tratto in tratto ella volge verso me i suoi occhi più chiari di due opali, con una bontà così tenera che tutte le linee di quel volto potente ne sono come cancellate. e ogni volta mi palpita a sommo del petto una bellezza ambigua.
Siamo davanti il palazzo di Ezelino. una gran fenditura attraversa il mattone, ma sembra una fenditura dei secoli discordi. qualche ciuffo d’erba vi cresce. abbiamo i piedi su’ vetri della casupola che sta di fronte. la fucina d’un fabbro è sotto il palagio. tre uomini attorniano l’incudine, e battono il ferro incandescente.
Cupa è la fucina. ombre ritmiche sono gli uomini. non vedo se non le braccia rischiarate dal riflesso della spranga torrida.
Restiamo lungamente a guardare, quasi rapiti. non v’è forse atto umano più insigne di quello che batte il ferro sopra l’incudine. forse è più bello che l’atto dell’arciere dall’arco teso contro il segno. l’uno e l’altro non vivono in me come i muscoli delle mie braccia, come gli emblemi delle mie fortune?
Da più tempo non avevo veduto una fucina operante. nasce in me uno stupore vergine, come in uno spirito primitivo.
Si arrossa e si torce il ferro; resiste e sfavilla. miro colui che l’abbranca con la tenaglia, lo tien fermo, lo doma. è un giovinetto chiomoso e fuligginoso. tinto il sudore gli cola come sangue. il bianco degli occhi m’attira, quasi di fiera nel serraglio. con un baleno bieco mi percote. mi volgo. esco, traendo Nerissa per mano.
Ce ne andiamo giù per il portico a malincuore. entriamo in un teatro squarciato.
Luce tetra su i rottami gessosi e su le poltrone riverse. un silenzio senza grandezza occupa la platea, dando imagine di una folla atterrita.
Il palco scenico è quasi buio, tra le alte quinte. siamo attratti nella finzione. assistiamo a una rappresentazione tacita, a una invenzione mimica. il silenzio soffre come nelle pause della tragedia, fra masse enormi d’ombra verticali come nella scena di ‘Fedra’ disegnata da me prima che dal novatore britanno.
‘Eleonora. Ghisola. Ghisolabella.’
Non so se il nome suoni nel mio soffio e se impallidite sieno le mie labbra come tutta la mia anima è smorta.
So che Nerissa trema. prendo le sue mani. le mie labbra sono all’altezza di quella bocca forte e dolorosa.
Sembra che il destino imponga un atto ambiguo. ma come un tale atto può esser compreso e non male inteso in quel punto? ho paura. batto le ciglia per respingere l’allucinazione. esito. abbandono le mani tremanti.
Eppure in quell’attimo di esitanza passa un’onda quasi voluttuosa. è un’onda simile a un’ombra fluida, tra corpo e corpo, tra silenzio e silenzio.
Nerissa è casta come una clarissa. conosco la sua storia di martire coniugale. conosco la sua lotta severa di ogni giorno. è in perpetua vigilanza. i suoi occhi di ‘ferro nuovo’ custodiscono la sua carne sediziosa.
Nell’abito di ‘crocerossina’ ha non so che odore monacale, non so che profumo di clausura.
Mi piace il suo petto largo e profondo, il petto della musa Calliope, o quello della Santa Barbara di Iacomo Palma.
Una volta mi ha preso le mani e le ha premute sul suo petto, ansando, palpitando, ma senza impurità.
Un che di sonoro: la cassa armonica del cuore melodioso.
Abbandoniamo la notte tragica di fra le quinte. usciamo di nuovo nella strada. c’incamminiamo verso la chiesa del Santo.
V’è un sentore di rosa nel freddo cielo. le fronti delle case sembrano arrossire come il viso della creatura sensibile a cui taluno mormori una parola che niun altro possa intendere.
Sentiamo sul nostro capo un chiarore miracoloso; e sentiamo che il vertice del miracolo è certo nella piazza del Santo, sopra le cupole.
Ci affrettiamo con la speranza di giungere prima che il prodigio si spenga o si affievolisca. la via ci par lunga, troppo lunga.
Il sentimento della pausa – là nella sosta scenica – perdura in me, quasi cullato dal ritmo del mio passo.
Una donna mi parlò d’una specie di languore indistinto che le tremolava alla sommità del petto, tra la gola e le mammelle, in certi giorni di primavera quando ella era seduta davanti allo specchio e la pettinatrice le maneggiava i capelli con una levità quasi carezzevole.
Dico questo a Nerissa.
Risponde: ‘sì, conosco, so.’
Anche la sua fronte si fa rosea come quella delle case che son per patire la minaccia notturna.
Non si arriva mai. siamo ansietati, nel linguaggio di Catarina senese. la luce crepuscolare si muta. perde ogni calore. è di fredda perla come dev’essere il ginocchio di Nerissa.
Le dico: ‘è di perla.’
‘Che cosa?’ risponde.
‘Non il cielo.’
‘Che cosa?’
Taccio. la prendo per la mano. ella non me la concede. dice: ‘fra poco ci siamo.’
La riprendo per la mano. godo di lei stranamente, in una comunione che forse è inversione.
Ella ripete: ‘fra poco.’
È come quando nell’amore si attende la gioia suprema, il gioioso spasimo; e l’un amante avverte l’altra per insieme gioire.
Una solitaria massa nella solitudine del vespro, una somma di bellezza isolata in un silenzio cilestro di ghiacciaio, un’architettura di anelito e di preghiera in uno spazio solenne come un divieto dell’Alto.
‘Il Santo.’
Camminiamo su lastre di madreperla. intorno alla piazza le case sono accosciate come le donne orientali nel quadro di Gentile Bellini.
Passiamo sotto la base della statua equestre assente. è andato alla guerra il Gattamelata?
Su la base nuda s’alza una colonna di cielo fino al zenit, con un capitello di stelle lassù, con un capitello di costellazioni innominate.
Ci accostiamo alla porta del Santo con un passo di gente furtiva. la chiesa è aperta?
È chiusa. il battente non cede.
Davanti alla porta laterale, apriamo l’uscio di legno dov’è il fóro che vi fece l’altra notte una scheggia di bomba.
M’inginocchio nell’ombra per cercare il fóro che ha passato anche il bronzo. lo trovo. ci ficco il dito. brancolando la mano di Nerissa si accosta alla mia. sono turbato. mi viene nella memoria un versetto del Cantico de’ Cantici.
Voluttà della tentazione e della repulsa, in un attimo. modo segreto di possedere una donna bramata senza violarla. musicalità dei minimi gesti. complicità delle cose. modulazione del desiderio attenuato.
Camminiamo lungo il fianco della chiesa, verso il chiostro, tenendoci per mano.
La piazza è deserta. le case pregano intorno inginocchiate. qualche zaffiro pusillo s’accende lungo i portici bassi.
Ci soffermiamo contro i cancelli. involontariamente fiuto l’odore di un giardino che non odora. penso, non so perché, alle violette che cercai una sera nel prato pisano, tra il Battistero e il Camposanto, dopo un acquazzone di marzo.
Ora Nerissa mi conduce verso la sua casa che è calda, dove una sola stanza è calda: la sua.
Entriamo nell’androne di un palagio gotico. la scala maggiore s’illumina, ma conduce all’appartamento della madre.
Saliamo per una scala piccola, passiamo per un corridoio che sembra condurre alla dovuta cella.
Un misto di sacro e di profano.
Un vassoio d’argento sopra un canterano veneziano.
Un candelabro d’argento da cero cristiano.
L’odore dell’ireos come nella farmacia d’un monastero toscano.
Apre la porta stretta una fante che ha l’aria d’una suora conversa.
Passiamo per la porta stretta.
M’invade un senso di piacere subitaneo nella stanza calda parata di damasco rosso ornata d’imagini e di libri odorosa di giunchiglie.
Dietro le grandi cortine rosse è il letto: un letto stretto di monaca terziaria, un capezzale di castità.
Tentazione e rinunzia. assaporo una delizia nova.
Seduti sul bel canapé dell’epoca di Giorgio Baffo, innanzi a una tavoletta di lacca ove son posati i miei libri più squisiti, prendiamo un caffè che ha il sapore del Floriàn. facciamo un’ora di conversazione vivida, che somiglia una frode di amore.
La sento godere della mia voce come d’una carezza sapiente.
A un tratto la punta di un rimorso mi rompe l’incantesimo facondo. ho promesso di andare a salutare Egidio Carta, il comandante, prima della mensa.
Mi accomiato dalla vita fallace e dalla musica dolosa.
Esco all’aria gelida, incerto come un cieco, vedendo nel buio i soli circoli fiammeggianti le comete i satelliti le nebulose del mio occhio ferito. mi soffermo. poi muovo i primi passi a tentoni.
Egidio Carta dolorosamente accoglie il mio dolore che è rinato. quasi con avidità parliamo dei due giovani compagni a cui il nostro amore sembra dare tutti i rilievi che nella passione di superar noi stessi avevamo trascurati.
Egli mi racconta che, trovandosi sul Campo di San Pelagio dove io non era ancor giunto da Venezia per un ritardo causato dalla mia novissima Squadra navale, notò qualcosa d’insolito nell’aspetto dei due piloti. parevano assorti e tristi. ripetevano: ‘attendiamolo ancóra: qualche minuto ancóra.’ infine salirono nel glorioso velivolo con una specie di svogliatezza e di lentezza non consuete, essi che solevano ogni volta balzare d’impeto al posto di guerra!
Mi ricordo di quel che mi diceva un ufficiale francese in una trincea dell’Argonne: – negli attimi che precedevano l’assalto distinguere egli al primo sguardo i ‘designati’, quelli che balzavano innanzi per non più ritornare.
Confido al comandante l’azione che voglio dedicare alla memoria de’ miei due piloti.
Egli è commosso; e mi prende ambo le mani senza parlare.
È un piccolo sardo, nervoso e duro, un soldato della razza migliore, un poco ombroso ma di coscienza diritta e di coraggio integerrimo. amo in lui tutta l’isola che m’è cara, e la fedeltà di Rudu.
Mi accompagna fin giù alla porta di strada, con un augurio sincero che m’è come l’aroma d’un sorso di Oliena.
Passo il resto della sera con le ombre dei miei morti. non posso mangiare, tanto mi turbano i ricordi della nostra mensa icària. e le notti di Pola, e i giorni igniti del cielo carsico, e la sosta a Gioia del Colle, e il miracolo di Cattaro, e la tristezza del ritorno, e l’angoscia subitanea della disfatta, e la speranza rinata dalla volontà di dedizione, e l’ansia violenta de’ nuovi disegni per obbedire al comando inscritto nella nostra prua: nvlla via invia.
Al combattente dagli occhi asciutti non è lecito piangere. neppure se gli resta un occhio solo?
Nel risveglio lo sguardo impaziente va alla finestra. il cielo è grigio, la nebbia refluisce nel Canale, le gocciole della pioggia pendono dai rami spogli. la disperazione mi torce il cuore. siamo perduti.
Oggi è il Tredici di gennaio.
È già incominciata la luna nuova. non ci restano se non tre altri giorni utili: lunedì, martedì, mercoledì.
Se il comandante vuol tentare l’azione alla ventura, senza attendere il resultato della ricognizione aerea, si può tuttavia sperare. ma, se si pensa che la ricognizione sia necessaria, tutto può esser perduto.
Bisognerebbe che domani le condizioni fossero favorevoli e che il sia potesse compiere il volo sino al Golfo di Fiume e fare le fotografie utili.
Il cielo è chiuso, senza indizio di chiarìa.
Mi occupa una tristezza così densa che non so lottare contro l’oppressione. e sento che crescerà d’ora in ora fino alla intollerabile angoscia.
Quanti subitanei volti ha per me la vita, divini e orrendi!
Le ore passano; ma il tempo sembra immobile come un fiume congelato.
Alla solita ora viene Venturina, tutta fresca e pieghevole, felice che il cielo sia nuvoloso e che io non parta.
Perché la sua grazia invece di allentare il mio nodo lo serra?
La carezza mi ripugna. mi discosto quando ella s’inchina verso me, con le narici palpitanti sopra quel sorriso che par discenda sino all’ìnguine e disgiunga già le ginocchia levigate. resto taciturno e ostile.
Tanto la sua presenza accresce la mia pena che la prego di tornare a casa sua. giungo quasi a sospingerla verso l’andito.
‘Ma ho rimandata la gondola.’
‘Hai la mia.’
Il cipiglio della sua ostinazione è adorabile. contratto alla radice il naso esiguo dischiude ancor più le nari spiranti. nella commettitura delle labbra convulse i denti perfettissimi fanno della voglia di mordere un aumento di splendore.
‘Ti prego, ti prego. lasciami solo.’
Estranea al mio spirito in tumulto ella è, più che quella portantina dipinta.
Non risponde. della sua inimicizia fa un solo rilievo immobile. si rannicchia tra i due bracciuoli dorati. la stupenda appiccatura de’ suoi capelli è stupendamente incisa dalla sua caparbietà. non sapevo che una grazia testarda potesse vincere ogni sorta di grazie arrendevoli.
Sento ch’ella non tenterà di sciogliere il mio nodo con un gesto di dolcezza né di turbarmi col suo odore che l’asprezza infierisce come la maturità di un frutto irritata dalle vespe maligne.
Non è anima e non è carne. non è acume e non è stupidezza. ma quanto mi piace! del frutto ha la lanugine lieve: lievissima e più espressiva de’ cigli seduttori. Lachne la chiamo quando è nuda; e non ho mai pronunziato con tanta lascivia il greco di Milo.
Certo, sono ingiusto. ma non so mutare la mia attitudine.
Certo, la desidero. ma non so stendere la mano.
Ho l’ansietà dell’ardire. e non ardisco intraprendere questo combattimento folle, che mi darebbe l’oblio del mio cruccio e del mio orgoglio.
La vita dunque non ha più pregio perché non posso rischiarla in un gioco mortale?
Lachne si alza. scote indietro la sua cocciutaggine adorabile. placa la sua gonna su le sue gambe che tanto mi bruciano quando mostrano la pelurie attraverso la seta sottile. se ne va.
Ci diciamo addio senza stringerci la mano, come per sempre, come in un rancore perpetuo.
La sera esco sotto la piovigginaia uggiosa. cammino alla ventura finché la bile mi scanni. la città è interamente deserta, informe come la velma primiera. il cielo è di sevo austriaco. s’ode a tratti la cannonata di Piave Vecchia. penso angosciosamente a quel vallone lontano come a un ‘paradiso perduto’.
Poi, nel letto ispido, l’inquietudine m’infebbrichisce. il desiderio tardivo dell’amica mi torna in beffa della mia austerità puerile. tra i sussulti del sonno schiumeggiano i sogni marini.
Il risveglio guata la finestra. m’è il vetro nell’occhio leso? tempo chiaro. leggera foschìa che il sole è per disperdere. l’incertezza ondeggia e fumiga nello spazio come fumiga e ondeggia il mio animo che ha tanto amore della vita e tanto amore delle sorti: cieco e veggente.
Ascolto il riso stridulo de’ gabbiani che svolano nel canale bianchi nel bianco. sembrano talvolta larghe mani agili e candide che di continuo rinnovino un velo perlato.
Mi alzo in fretta. ho l’ansia di correre al Comando per novelle. la ricognizione è possibile stamani?
Ah, se potessimo partire domattina! rimangono solo tre notti utili, fino al sedici, anche fino al diciassette per gli audaci.
Se ho buone nuove, mi propongo di passare l’ultimo pomeriggio con Venturina che è guarita. dopo la crudezza di ieri, la tenerezza mi riprende il cuore e la voluttà i sensi.
Com’è patetico il piacere in una carne che può essere domani un pallido sacco d’acqua salsa!
Il buon comandante Ponzio è desolato di dovermi deludere. stamani l’esploratore partito ha dovuto ritornare indietro. tutta la costa avversa era celata dalla più folta foschìa. si spera per più tardi.
Vedo una nuvola lunga entrare nel campo della finestra. mi trapassa l’anima come una sciagura affilata. non reggo più. non ho mai patito questa ansietà: neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro.
Perché?
‘Perché sono maturo alla morte.’
Io mi comprendo in questa parola.
Torno alla Casa rossa trascinando la mia carcassa e la mia bisaccia. è questa la quarta volta ch’io riconosco e accetto la necessità della mia fine: l’imperio del compimento. la stessa mia forma è compiuta secondo il cànone ascetico. lo scheletro è manifesto. il volto scarno è scolpito nell’osso giallastro. come il mio lato sinistro è immune, il mio lato destro fin dalla nascita ha patito tutte le offese: le massime e le minime. privo di luce, oscurato, spento, non può più guardarsi dagli ostacoli, dagli incontri, dagli urti, dai colpi. oggi sono la esatta metà di me medesimo. non v’è alcuno il qual possa contendermi il diritto di ricompormi intiero nel tempo ch’io misuro, nella regola che osservo.
Prima delle tre nel pomeriggio arriva Lachne, riappare Venturina – fresca acerba intrepida impaziente.
Mi trova cupo, svogliato, nemico.
Ho il coraggio di pregarla che se ne vada, anche una volta. ho la forza di perderla.
Resto solo. non riesco a fare quasi nulla. scrivo al padre di Maurizio Pagliano. ora io so che il mio compagno è morto; ma dev’essere egli ancor vivo per il suo padre. lo illudo. poi lo compenserò dell’inganno pietoso.
‘Sento le stelle.’
È circa l’ora settima del pomeriggio. scendo nel giardino.
Esco da una stanza calda ove le ultime rose bianche davanti alla imagine di mia madre odorano tuttavia. eppure, nel freddo repentino della sera di gennaio, mi sembra di fiutare la primavera.
Tutto è cristallo numerosamente incrinato col mistero vitale dei segni inscritti dentro le mani degli uomini.
Una sfera mirabile mi prende nel suo asse e gira secondo la mia intima legge. le facciate sul Canale, gli alberi della Casa Venier e della Casa Corner, la peata che passa, la gondola che s’arresta non mi sono se non figure musicali, pause e riprese della melodia notturna.
Il cannone tace, laggiù, verso la marina di Cortellazzo.
Rimango un’ora nel concento, aspettando il messo che approdi alla mia riva.
Più tardi vado al tormento vano. Venturina mi suona l’Allegretto della Settima sinfonia.
A mezzanotte il cielo non ha perduto alcuna delle sue stelle.
Sfoglio una rosa di Lachne su la maschera di Beethoven.
Dormo.
Ancóra il vetro della finestra nell’occhio di vetro. veramente meglio m’è inghiottire venti grani di stricnina, o riaprire quello scrigno da esca che mi assicurò nel cielo di Vienna.
Non c’è dunque il modo di liberare la guerra dalla tirannide della meteorologia? son proprio ontoso e stufo d’essere un combattente col naso in aria intento a strologare. si parte? non si parte?
Quante notti perdute prima della spedizione di Pola, a spiare l’orizzonte torbido dal campo dove gli apparecchi erano carichi di bombe e gli spiriti erano pronti a tutto! nil virtuti invium.
E il troppo lungo martirio di Gioia del Colle, coi differimenti dolosi o paurosi di giorno in giorno, di ora in ora!
E quest’ambascia ricomincia sempre, alla vigilia d’ogni impresa maschia cui basti per motore la triplice coglia di Bartolomeo.
Ecco un cielo incerto. nebbia fugace, sole pallido, azzurro sparente.
So che due apparecchi sono partiti per andare a vedere quel che c’è su la costa d’Istria.
Ho accanto al mio letto di miseria le bottiglie beffarde co’ loro sugheri e le fiamme tricolori.
Vengono stamani alla mia colazione i comandanti Ciano, Ponzio e Luigi Rizzo.
Pongo in mezzo alla tavola ritonda, fra quattro nane piante grasse, una delle tre bottiglie di scherno.
Consumiamo i ‘viveri’ che da provveditore dovevo portare a bordo nel canestro inglese: in quello della giornata di Reims.
Sul tovagliolo di Costanzo Ciano ho messo il testo della beffa imbottigliata. egli la legge a bassa voce. o grande fratello!
E il rammarico ci punge; e il boccone doventa molto più amaro della omai improbabile bevuta di acqua adriaca: sorso di Carnaro!
Per consolarmi Costanzo mi dice che è buona anche la notte del 17, la notte di Santo Antonio porcino. ma in tutti noi è fitto omai il convincimento che l’impresa debba essere differita al venturo interlunio.
Dopo la colazione le sigarette di Abdulla, il mio liquore detto Lisirvita, l’altro mio liquore circèo chiamato Molyvin, il caffè monastico di Fra Lucerta, la fraternità ancor più bollente; e i nuovi disegni.
Nel prossimo interlunio la spedizione dev’esser fatta con poche forze, speditamente. due giorni dopo bisogna tentare un nuovo colpo di mano su Spàlato. Bùccari e Spàlato in tre giorni.
Consultiamo la carta marina. ci attardiamo in fantasie eroiche. Luigi Rizzo vuole insinuarsi nell’arcipelago dalmatico, e durante il giorno rimaner là in agguato dentro una insenatura deserta per uscire in corsa la notte. la vera vita del corsaro in mare nemico.
Egli parla di queste avventure mortali con una pacatezza quasi sonnolenta, abbassando le palpebre grevi su gli occhi bruni di topazio, simile a un arabo che abbia trascorso l’intera esistenza in sognare addossato a un muro bianco.
Nella guerra m’è accaduto più d’una volta, non di rado mi accade di confondere i miei taccuini e di mescolare note di epoche diverse quando in taluno rimangono foglietti bianchi. così, ad esempio, una nota nautica di Bùccari è contigua a una nota su lo spettacolo della Deposizione di Bartolomeo Colleoni disceso col suo gran destriere di bronzo in San Zanipolo per esser messo al riparo dai bombardamenti.
‘Su la carta del Vallone di Bùccari a ostro levante di Fiume, è in direzione di Buccarizza un’ascia rossa: l’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore.’ ed ecco che una imagine lirica è seguìta dallo studio preciso e minuto del luogo; dove nessuna profondità e qualità del fondo è omessa, dove è perfin corretto alcun errore di scandaglio.
Inattesa si erge a sommo dello scoglio di San Marco nell’ingresso del Canale Maltempo la statua equestre del Condottiere.
La peata nera di catrame galleggia nell’acqua verde cavalcata dal ponte di sanguigno mattone. lavate dall’umidità le pàtere di porfido e di serpentino rilucono nella facciata dell’Ospedale, come le statue dei patroni e le urne sul fastigio. steccati di tavole contro gli stipiti delle porte proteggono le sculture insigni. la bellezza minacciata sembra disperarsi come le meschine dallo scialletto nero ai davanzali delle povere case che si fendono e scrostano. sopra un tetto è un piccolo giardino pensile con una pergola di legno dipinto. sopra un altro tetto una bandiera della Croce rossa lacera e logora sventola nel nuvolo fra sprazzi di sole.
Il fondo piatto della peata è coperto di paglia spessa e fresca, come una infermeria di cavalli. il Condottiere è colcato a prua, nella tolda, sopra una travatura coperta di sacchi, ginocchi e braccia infunati. ha larghe le gambe e tese e rigide e pontate su le staffe con tanta violenza che la soleretta gli fa una sorta di piede unghiato d’un’unghia sola. ampiamente arcionata la sella gli è pari in solidità.
Sùbito si eccita in me il dèmone del mestiere. mi curvo mi piego e ripiego a scrutare l’interno della sella da giostra. terriccio, sterco equino, cimature di panno vi rimangono attaccati, friabili ma tenaci. scopro i falli della fusione. ammiro la sprezzatura potente, la negligenza ne’ particolari degli ornati fatti a stampa senza collegamenti esatti contro le sbavature e le rigonfiature del getto. come l’elmo, l’arcione porta l’insegna del Leone a libro chiuso.
Chi con un colpo di smisurato frassino ha potuto scavalcare questo capitano? non m’è calmo il respiro mentre lo esamino, come se la gran corporatura fosse formata di gesso funebre e poi di getto. tocco la mano cautamente, quasi ella possa tuttavia abbrancarmi, tanto la sua potenza è formidabile. ahimè, l’indice della mano manca è piagato dalla fusione, quasi difformato dalle buca e dalle roditure. la destra, che impugna il bastone de’ Veneziani, ha un fallo anch’essa nella nocca dell’anulare, e un altro nella nocca dell’indice.
Se vi fu mai cavaliere che mozzò il fiato allo stallone con la tanaglia de’ cosciali e de’ gambaruoli, certo è costui. la sua scosciata è d’una energia tanto incrollabile che, pur così vuota com’è, evoca il galoppo sonante sul campo di conquista.
Ancor di strage ha roggia
l’unghia e la pancia il suo stallon romano.
Sembra che il contagio di una volontà precìpite, furiata mens, mi soverchi e mi affanni. distolgo lo sguardo, verso la misera vita. di sotto l’arco d’una calle dello Squero vecchio una donna ammantata s’accosta alla rivetta. rimane là in piedi, con la bocca coperta dal lembo d’un manto di lana bruna, col braccio piegato all’altezza della cintola e la mano sul ventre che forse aspetta il frutto doglioso. quel poco di volto, esangue come quella mano, s’annega nel tremolìo dell’acqua. la faccia di San Zanipolo, di nudo mattone, con le sue quattro arche, porta il lutto del Venerdì santo. i fanciulli giocano sul campo spingendo cerchielli di ferro che tintinnano. non sono maglie di reti da battelli sottomarini? ma tralasciano il gioco per aggrapparsi a una corda che si tende fra le impalcature della base e gli uomini della peata. la corda è obliqua dalla riva alla porta della chiesa. è una corda nuova che splende di contro ai panni scuri, eguale alla striscia di sole insottilita dalle nuvole bianche forse commosse nell’azzurro dal Tintoretto. la Vergine fa ombra sul marmo riquadrato, nell’Ospedale. dietro quel riquadro, dove l’ombra di Maria più e più azzurreggia, là nella sala di San Marco non era il Miracolo del Tintoretto?
Che bel grappolo infantile! vi ridono i bimbi di tre anni, di cinque. visi d’allegro coraggio, di sotto a berretti rossi con qualche piuma di bersagliere. ridono, gridano, ondeggiano. le piccole mani contendono e soperchiano nel tirare la vetta ma non lasciano. più tirano, più danno la voce. ‘forza che dopo bevemo l’acqua del mar!’ la forza entra nella corda che s’anima, più forte delle piccole mani, come una serpe lustra e come la banda di sole. ‘e i dirà che disiplinai che xe i tosi de Venesia.’
Il cavallo scende. gli uomini s’affrettano a collocare le leve sotto la nizza. è sul fianco la tremenda bestia, come un maremmano pel marchio. l’imbracatura di corda lo serra tutto e doma. la coscia destra calca i sacchi. posso contare le vene del ventre come al mio purosangue Vaivai. la sua gran coglia vince le tre del suo signore. mi chino sotto la gamba sinistra d’avanti. batto la testa dura contro il pettorale, così che odo il tono del cuore invitto e fedele. le tre altre gambe serbano la piastra di bronzo e il perno di ferro. càlciano. è forata la coda come un alveare.
O grazia sovrana! la testa è piccola. la bocca è di quelle che noi cavalieri diciamo: beve in un calice: beve in una coppa modellata su la mammella di Ebe. le sue labbra son fatte per tremare soltanto nel nitrito leggero, che non è se non il sobrio sorriso dell’amicizia quando pone il piede nella staffa il suo signore. le gengive sono scoperte sotto le narici capaci del più largo alito. delle orecchie entrambe erette la sinistra è volta indietro come per cogliere un suono d’avvertimento. il ciuffo è un vertice d’orgoglio, e simiglia la fiamma di Pentecoste.
Ben so che per questo cavallo Bartolomeo Coglione avrebbe dato un regno, come il re britanno.
Arcato il duro sopracciglio, ei guarda,
di su la manca spalla irta di piastra;
e, bronzo in bronzo, nell’arcion s’incastra.
Non posso allontanarmi da questo esemplare di volontà diritta, se pur non importa al mio volere la mia fragilità.
L’elmo è piantato nel cranio con un chiodo di bronzo; che non è il chiodo odioso da sradicare. scopro sopra l’orecchio destro una bietta di legno per fissarlo, che non vacilli. vedo un partito ornativo nella disposizione delle rughe. il cipiglio sembra sublimato in tre linee orizzontali nella fronte che il rilievo de’ sopraccigli salda alla radice del naso, mentre due altre linee scendono ai lati della bocca per contenervi il corruccio e rimisurarvi l’amarezza; mentre la bocca semichiusa, dal labbro inferiore che avanza il mento diviso, respinge il grido o l’ingiuria nel collo grinzoso non dissimile ai bargigli del gallo marzio.
Tuttavia m’indugio su i due tremendi buchi neri delle pupille. quello dell’occhio sinistro è più cavo. con un filo di paglia l’orbo non tocca il fondo.
Nel ritorno dal cielo di Vienna, in prossimità di Lubiana, quando il motore si arrestò d’improvviso e pacatamente dal posto che avevo a prua quasi tagliato nel serbatoio io mi volsi verso Natale Palli e gli feci il segno del commiato inevitabile, posi la mano senza guanto nella tasca della mia casacca per prendere la scatola di acciaio damaschinato che invece dell’esca ignita custodiva il segreto della tenebra.
Anche presi l’ultimo de’ tre taccuini di volo, per vergare con la punta di rame una parola; che di tante e tante poteva forse essere la mia più bella. quale?
Natale mi rassicurò senza parola, con una illuminazione del volto che non era il sorriso. e di poi ho sempre pensato che soltanto l’alta amicizia può abolire quella esosa contrattura di muscoli; e soltanto nell’alto, forse.
Sopra la selva di Ternova, e sopra il lido di Grado si rinnovò quell’attimo. e non più mai.
Nel segnare con la stessa punta l’ordine di scendere nell’Adriatico seguendo la scia del cacciatorpediniere in vista e calando a poppa, m’accorsi che quel taccuino conteneva altre note di anni lontani e che m’aveva tratto in errore il nome di Vienna scritto su la prima carta.
Nel volo tra le acque di Grado e il campo di San Pelagio, non interruppi la mia consuetudine. scrissi. si scrive nell’acqua, si scrive nell’arena, si scrive nella cenere, si scrive nel vento? non importa. ma il termine di quel viaggio era simile a una cadenza inaudita. la vita era bella perché non aveva ancor disgiunta la sua mano dallo scheletro della Inclemente.
Sul campo di San Pelagio, quando ci togliemmo i calzari grevi per ristorare i piedi nell’erba, quando ci sentimmo immuni d’ogni gloriola e franchi d’ogni gloria, Natale Palli mi pregò di mostrargli quel monimentum foederis. scorse le strette pagine. poi mi guardò. poi chinò i cigli arrossendo; ché il rossore subitaneo era la pura fiamma della sua giovinezza intemerata e predestinata, come io dissi al conspetto della sua madre in lutto. disse piano, tenendo il libretto sul cuore: ‘me lo doni?’
‘Tienilo. vuoi che tagli le carte ove sono scritte cose estranee e tanto lontane? del 1899. eri nato da un lustro, sentenzia il Censore.’
‘No. dammelo così.’
Parlò rapidamente, palpitando, chiedendomi perdóno dell’arditezza col suo sguardo virgineo.
‘Siamo qui. restiamo ancóra qui, in pace, prima che tu faccia col meccanico l’esame del motore traditore. trascrivi le pagine che ti piaccia di serbare. io non so nulla. ma credo che quell’anno non abbia cessato di vivere in te.’
Ho trascritto qua e là, tanto mi incanta l’anima questo riavvicinare gli elementi del motore esiziali e le reliquie di Maria Maddalena, le braccia sante di Teodoro e d’Innocenzo.
Mattina fredda e nemica. smarrimento senza timore. séguito a non aver nome; non ho più il mio nome publico. mi sembra d’aver abbandonato la mia spoglia luccicante di colubro, se bene in un autunno intempestivo. cammino alla ventura, non in queste vie straniere ma in me medesimo, senza incontrarmi. la vita è scema di dolore ma anche di splendore. Ghisola è partita. son solo e innominato nella barbarie.
Ella m’aveva chiesto ier notte nell’orrore strepitoso e fumoso della partenza: ‘Stelio, non vi trema il cuore, per la prima volta?’
Aveva ripetuto in quel punto l’inizio del mio novo romanzo non licenziato. aveva diffuso su la tempia sinistra il sacrifizio stillante dal ciglio, con le dita che laggiù su la tavola del mio oratorio fiesolano s’erano indugiate a premere il peso della fatica, il mucchio delle novecento carte. se v’è un limite nell’esprimere con un gesto lieve e quasi furtivo l’infinito del sentire e patire, la grande e misera creatura l’attingeva con quel solo gesto, senza sapere, rivolto a me solo. pareva ch’ella cancellasse, nell’ombra dei capelli e dell’ala nera. e chi mai avrebbe invece potuto incidere in quel modo l’attimo nell’eternità, il repente nell’indimenticabile?
Risposi, senza voce, di là dal libro, di là dalla poesia, di là dalla mia passione di vivere e di sopravvivere, di là dal mio bisogno di essere amato: ‘mi trema ogni volta, quando partite, quando giungete, quando temo di perdervi, quando son certo che non vi perderò.’
Non conosco il mio volto, com’ella non conosce il suo. quel suo di stanotte è diverso da tutti i suoi volti che traggono le moltitudini d’ogni terra alle sommità della vita ideale e le mie finzioni al conflitto delle verità. ma anche una volta ella non ha creduto? non ha veduto nel mio pallore straziato, non ha sentito nel mio soffio d’ambascia, non s’è fatta certa alfine che io l’amo?
Eccomi solo e innominato, sconosciuto fra sconosciuti vas di elezione fra barbari. ma sono una sostanza umana, o una pura volontà di arte?
A poco a poco il mio turbamento si determina. i contorni del mio spirito sembrano consolidarsi e quasi congelarsi in cristalli, rivelarsi in acumi, internarsi ad essenza. cerco i musei; che mi repugnano con il loro fasto abominevole, con il loro lusso offensivo. entro senza esitare nella sala decimanona, trovo Jacopo de’ Barbari. conoscevo questo ritratto? o veramente ho sollevato la cortina bianca orlata di verde io stesso?
È un animale dell’ordine dei Rapaci: un giovinetto sparvierato, che non si lascia drizzare il becco né usa tornare al logoro: d’alto lignaggio. sotto il naso forte alitoso arcuato s’inarca la bocca: due archi soriani a cui basta una sola corda maestra. dei due occhi torvi l’uno è sfida e l’altro minaccia, come degli occhi d’Alessandro l’un nero e l’altro glauco. penso che quand’ero il coetaneo di costui non già temetti di rintuzzare lo sguardo micidiale. ecco veramente, per santo Jacopo, acies oculorum, acies animi, stricta, corusca.
È vestito di nero non a uso di gramaglie ma di spedite eleganze, come il conte di Virtù. il suo capo fulvo più nobile del serto futuro domina su la cortina bianca orlata di verde. sembra che soltanto la sottile orlatura evochi la stagione della fronda entro quel chiuso d’insidia in ascolto. la giovinezza ha per luce una esigua lucerna di ferro nutrita d’olio funerario. dietro la cortina bianca orlata di verde s’ispessisce una letale profondità dove non può respirare se non una donna, o una promessa, o una congiura.
In veste verde è la Salomè del primo Bonifazio; e sopra l’orecchio porta un rametto verde ma il cruore della testa recisa fra le mani lascive.
Di che appassionata tristezza è ricca l’Adultera di Tiziano!
M’attira quest’altro uomo in veste nera presso la tavola verde nel fondo rosso; che tiene in mano una zampa da rapina, un artiglio adunco e aguzzo, e l’altra mano – la sinistra – tiene sul petto forse invisibilmente artigliato.
Quanto mi piace il ritratto del medico Parma, che mi fa presenti le sue muse terrestri Guarigione e Putredine! e questo dell’antiquario Strada che soppesa una piccola Venere di alabastro come io godo scandere l’esametro di Lucrezio in questo veramente amoroso elzevir di Amsterodamo che mi donò Ghisola ieri e che io porto nella tasca corale destinata alle epistole d’amore. è iniquo che nessuno de’ miei poemi sia stampato così e serrato da questa legatura di marrocchino rosso di sangue in grumo che serba una indicibile grassezza pastosa e untuosa forse in memoria del cuoio caprino o forse dello studio umano e già del mio, tanto fervente. non m’era destinato? e non è soprannaturale che la mano della donatrice, dopo avermi offerto la più rara delle orchidee, mi abbia offerto questo libello perfetto a misura della sua palma come il suo anello di fede è a misura del mio anulare? m’era destinato; perché nelle due facce, sotto lo scudo gentilizio, è due volte impressa a oro una parola di me degna: l’aspirazione della mia infelicità non contrita né insuperbita: non est mortale qvod opto.
È molto male che un tale intimo prodigio non mi sazii, e ch’io pretenda aver grazia presso quest’opaco Strada come apud Guiljel. Janssonium?
Voglio anche la statuetta, di sentore alessandrino. Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas…
Rifiuto la meschinella Eva di Hans Memling con quel pomo cereo e con quella foglia trista che le copre ‘le parti pudende e vergognose’. ella è certo di generazione pecorina. ma non la volto per trovarle la coda lanosa fra le natiche fiamminghe. o Rubens!
Il Correggio mi dà una giovine dama molle, nivea, rosea soltanto nelle piante de’ piedi, nelle punte delle dita. una forma bestiale, una sorta di mostruosa nuvola grigia l’abbranca. una zampa grigia passa di sotto all’ascella della Inachia. e tutto quel grigiore nùbilo si gonfia d’impudicizia come d’una burrasca d’agosto; e vi s’intravvede la faccia del marito di Giuno rabidamente popputa che pur in grazia di Eurimedonte e d’altri giganteschi maschi aveva fornito di corna il Massimo prima ch’ei si mutasse in toro al ratto della bianchissima figlia d’Agenore!
E il Tintoretto, togliendo ai vecchioni la carne di Susanna della tribù di Giuda, la dona in gloria al pagano Sole.
Il colorista è omai sazio di colore.
Non m’è facile ritrovare il palagio del principe Alberto, per condurre la mia malinconia a quella di Alberto Duro.
Eccomi all’Albertina, in un corridoio ove sono allineate le custodie dei libri. un uomo cortese mi viene incontro, e liberalmente mi consegna un fascio di disegni del Rembrandt. tremo come un ladro che sia per involarli e fuggire.
Questo mi basta. l’Altissimo appare ad Abramo. tutta la grandezza dell’evento è significata da un vasto albero che riempie il cielo e lo amplia come invaso dal soffio divino e fatto pari alla divina presenza.
Questo mi basta. ulterius tentare vetat.
Nei disegni verdi del Durero su carta verde, a penna lumeggiati di bianco, tra l’Arresto del Nazareno e l’Adorazione de’ Magi, m’impadronisco d’un coniglio vivente, lo afferro per gli orecchi, gli affondo le dita nel pelame, che non mi scappi mentre il prodigio del disegno mi abbàcina.
La poesia di sùbito mi rapisce nelle mie nuove invenzioni. i miei studii della danza per il Teatro d’Apollo s’illustrano in un baleno. la Tanagra, la mia danzatrice, mi trova una delle sue figure.
In uno dei disegni verdi una donna ignuda giace a terra; ha disteso nella pianura il suo corpo atteggiato secondo il lineamento dell’orizzonte.
Tra i miei disegni – fra que’ tanti e tanti che la brevità della vita e la difficoltà dell’arte non mi consentiranno di compire – è una ‘Vita di Alessandro’ concisa come un ritratto in piedi fatto da un maestro che lo conobbe e lo studiò a lungo vivendo con lui sotto la tenda e nella battaglia, nella marcia senza soste e nella espugnazione spedita: voglio veramente dire un Ritratto campale.
Quanti episodii nella mia vita e di guerra e di magnificenza e di generosità mi accostano a lui, non come imitatore, come un di quelli che lo imitavano nell’attitudine del capo inclinato su l’omero; ma per inconsapevole natura: specie nel suo senso umano, nella sua umanità, nella sua pietà del veterano sfinito, del fante stroppiato e assetato, del monarca stravinto, della donna resa inviolabile non dalla sua corona ma dalla perdita della sua corona.
Mi piace di non aver riconosciuto le singolari simiglianze se non dopo, molto dopo le mie azioni spontanee, dai miei studii recenti, con una fresca meraviglia, con un sorriso festoso.
Che mi vale ogni specie di gloriola? qual lode gretta e guardinga può rivelare me a me stesso, in confronto dei riscontri improvvisi che mi vengono dai miei pari noti e ignoti?
Sono in una notte di tregua, disceso dalla mia officina, più scorato che stanco. perché quando in un’ora di grazia io sento di aver discoperto per pochi attimi il volto nudo della bellezza e di averle rapito alcun lineamento e trasposto in questa pagina per pochi attimi o per i volubili secoli, perché ho sempre il desiderio di annientarmi, di dissolvermi, di scomparire? se una voragine fosse dietro il duro sgabello della mia fatica, non esiterei a riversarmi indietro nel buio seguendo l’estremo bagliore della mia fronte che fu luminosa.
A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo una essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può divenire esotèrica. in antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero e osservarono la necessità del silenzio. quelle che a tal necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite.
Così è della poesia, così è delle opere di poesia. queste, divulgate, si difformano e imbastardiscono: pongono a rischio la loro integrità, e la pèrdono. il poeta stesso e il suo modo di vivere son bruttati della lordura di quelle mani che, dopo aver tocco e svolto le pagine, si accaniscono contro l’intimo uomo, contro la sua diversità e discordanza.
Ben io son oggi l’esempio vivente del ludibrio publico, laudato e illaudato.
Stanotte sono solo, senz’arte e senza terra. una specie di rabdomante o idromante umbro mi ha mandato una bella idria di acqua nova, tratta da una vena incognita che oggi è la sua placida ricchezza. egli sa che io bevitore d’acqua ho appreso da quel mio famoso amico del Cairo d’Egitto a discernere tutte le fonti e a giudicarle. ho già in un vetro delicato la primizia dell’offerta che s’agghiaccia e lo vela. hausta clarior. m’è bello avere compagna di veglia quest’acqua nova.
Un altro umbro, un uomo di Perugia dotto e integerrimo, che incominciò ad amarmi nel tempo de’ miei studii su la genia de’ Baglioni quando mi accadde di trovare l’origine storica eroica del vocabolo cucinario e pellegrino ‘zanbajón’; un altro umbro seppe a me rinnovellare una parola di virtù latina come soltanto sanno le bocche vizze e fioche degli asceti bibliognostici, dicendo di me: ‘sì, è vero; egli si sente egregio.’
Sorrido nel pensare che stanotte io mi sento egregio più del solito. bagno il sorriso nell’acqua nova. mi siedo, mi alzo. esco nella Loggia dell’Apollino alla ventura per cercare nella mia Bibliothēcula māscula un de’ vecchi libri che vestiti di pergamena lacera mi portò da Verona ieri Antonio Occulto.
Esamino, sfoglio, spulcio, come soltanto sa chi di spulciatore ha inonorata nomea da’ primordii. così io leggo libri che nessuno ha letto e mai leggerà; so tante e tante straordinarie cose che nessuno sa né saprà. sono forse l’estremo de’ bibliomanti attentissimo e speditissimo nel cercare me medesimo e i miei fati.
Anche queste note segrete, e veramente esoteriche, non leggerà alcun postero. le scrive il postero di sé stesso.
Leggo. il cuore mi balza. se il mio buon sangue mi riarde, anche mi riluce, o madre. sotto i tuoi occhi leggo pur con l’uno.
All’assalto di Volterra, come la soldatesca era stracca e immollata di pioggia, Filippo Strozzi temendo la peggio corse in cerca di Francesco Ferrucci perché senza indugi venisse a rianimare e incitare le sue genti.
Si precipitò alla riscossa costui senza motto, tutto furia e vampa, gonfio il collo che a tanto ansito non soffriva gorzarino finché il masnadiero di Gavinana non isgozzò l’uomo morto.
Nemici acerrimi ribollivano lo Strozzi e il Ferrucci. poche settimane innanzi, in una disputa, eran per venire all’arme e per trapassarsi, sangue contro sangue gli occhi, ingiuria contro ingiuria i denti.
Dementato dall’ira il Ferrucci non la gorgiera soltanto ma negletto avea di mettersi pur in capo una cervelliera o un coppo, mentre i Volterrani dallo scagliar sassi e dal versare olio bollente non ristavano. in zucca e spettorato il commissario si esponeva a morte certa.
Allora lo Strozzi, il nemico infesto, si levò pronto la sua celata; e con mani ferme la calcò in capo al Ferruccio, seguendolo in zucca, come avrebbe detto il Davanzati a gara con Tacito, detecto capite, maestro magnanimo di concisione agli assalitori e alla Rocca.
Ah, per san Giovanni, questo mi piace! e anche per la fonte rude di San Cetteo dove fui battezzato.
Un esempio solo: di giovinezza, non di guerra. i fatti di guerra noti e ignoti io non li conto. c’è forse qualcuno che li conta.
Come gioiosamente il gran faggio purpureo canta nel gallicinio latino! e come vorrei che la copia traboccante di vasca in vasca e di canale in canale fino a valle mi divenisse acqua nova del trovatore umbro! semper abundantius.
In un duello con un vigoroso e libero scrittore, nato anch’egli in vista del Gran Sasso, antico amico divenutomi nemico e diffamatore crudissimo, io schermitore accorto e di buona lena cercavo di scoprire il suo gioco attaccandolo vivacemente con varie finte senza andare a fondo.
Egli indietreggiava così che dava le spalle all’estremo limite concesso; e fu dai padrini ricollocato al posto tre o quattro volte.
Il preparatore, nella sala di scherma, gli aveva insegnato a ferire l’avambraccio. due o tre tentativi, durante il mio attacco sempre più vivace, furono vani. certo la sua antica amicizia di adolescenza sussultava nel mio cuore quando cedeva terreno.
Allora scopersi il mio braccio nudo in una finta netta; quasi l’offersi alla sua punta, avanzando palesemente incontro alla leggera ferita, invece di prevalermi della mia perizia esercitata in più anni al gioco della ‘spada di terreno’ nella sala del mio maestro siciliano Emanuele di Villabianca.
Mentre il chirurgo osservava la mia ferita che m’intormentiva muscoli e tendini del braccio, l’amico nemico s’avvicinò con una timida pena che gli velava gli occhi. anche allora io sapevo sorridere, al torbido e al sereno, senza ironia e senza spavalderia. la mattinata nomentana era bionda come nella nona rima d’Isaotta Guttadauro. e ridiventammo amici: amici schietti e sicuri anche ne’ dissensi d’ordine civile.
Io già conoscevo e già soffrivo della inattesa parola del signor di Montagna, forse dolcigna, forse amariccia: ‘je suis amoureux de l’amitié.’
Quando si partì egli dal mondo, ultimo sopravvissuto de’ miei Ulissidi, io compivo la più bella e la più dolorosa delle mie gesta icàrie su le Bocche di Cattaro. itervm rudit leo. nella notte adriaca il mio commiato fu degno di chi ebbe le forze e l’animo per superare il suo destino, e non seppe.
Era un settembre senza grappoli in vendemmia e senza rondini in commiato, quando io ricercai e ritrovai le vestigia del Vallo romano tra il Monte Luban e il Trestenico.
Il fante, l’umile fante, il compagno di que’ fanti che oggi vangano e arano il suolo ‘sacro agli Iddii’, se bene deluso dall’armistizio infausto, lavorò a porre in condizion di difesa la linea raggiunta dalla mia audacia e pervicacia.
Condotto da quello spirito che nomavano genius loci gli antichi nostri, per collocare le sue mitragliatrici scelse due posti in corrispondenza esatta con le aree di due torrette difensive del Vallo, alla quota 850 e alla quota 617.
Per quella ispirazione e divinazione misteriosa che accomuna una gente d’una origine e d’una sorte, dopo venti e più secoli il piccolo fante del Carso si stabiliva nel punto ove radicato s’era il legionario di Roma per difendersi contro la medesima barbarie.
È bello che un tal ricordo basti ad assicurare un Capo di rivolta nel suo diritto, a drizzargli e afforzargli le vertebre della volontà, l’osso del dosso. il sangue s’imporpora, nello scarno paese che non sa come il mosto bolla.
Quante tracce romulee, a levante a ponente a tramontana, rivelerà tuttavia l’istinto marzio – Gradivus pater – ai nuovi Legionarii per postare le belle mitragliatrici!
Sedici anni avanti m’abbandonavo a un’altra melodia nel novilunio di settembre.
E io le dico: ‘O Ermione,
tu hai tremato.
Anche agosto, anche agosto
andato è per sempre.’
Il cielo è d’un azzurro cinereo come gli occhi di Scipio Slataper e di Natale Palli.
Il novizio è perplesso. esperimenta il mare; tenta l’altezza. ma basta la misura del pericolo a misurar sé medesimo? giova lo stato di amfibio a riacquistare il senso della plenitudine? due vite, due maniere di vivere, per chi visse tante vite?
Eccomi combattente amfibio. so che vi furono combattenti amfibii, ma di terra. amfibii chiamarono gli Elleni quei cavalieri che usavano combattere con due cavalli, saltando sul secondo quando era stanco il primo e con mirabile prontezza alternando il balzo nel momento opportuno.
Perito in archeologia militare il generale Augusto Vanzo mi avverte che il Padre Semeria parlerà alla Brigata Caltanissetta accampata in Versa. vado a Versa col colonnello Petella, che mi fa da mentore cortese e faceto.
Mattina limpida, quasi temprata e forbita come l’orbe d’un’arme in piastra. ma le strade sono già asciutte, per ridoventar polverose. file di carri, file di fanti. la macchina fende i battaglioni che si aprono. movimento insolito da per tutto. si sente un che di somigliante al polso dell’azione. qualcosa di straordinario si prepara, in dispetto dell’amfibio?
Sul campo m’incontro col Padre Semeria tanto gioviale e benevolo quanto io sono modesto e prudente. il Duca non è ancor giunto.
L’altare è alzato in mezzo ai pioppi ingialliti, coperto di lana rozza, senza arredi. i fanti sono schierati dall’una e dall’altra banda, con la baionetta in asta; che mi dà non so che inquietudine del disuso retrocedendomi alla prodezza delle armi corte. hanno un aspetto vigoroso e fiero che li svela della Brigata siciliana: bruni, salvatici, incotti di sole, simili taluni ad arabi o a cafri. li comanda il generale Vagliasindi, un duce della qualità di Ameglio, prode e rude. egli ha la voce dura del vero comando che foggia l’obbedienza in atto.
Il Duca arriva, supremo fiore di cavalleria sabauda, con quel suo aspetto grave e un po’ soffuso di tedio, ma semplice, tranquillo, sicuro.
Comincia la messa officiata da un sacerdote dalla barba fulva maschio membruto. ‘in ginocchio!’ comanda il generale nel cospetto di Domeneddio.
I fanti s’inginocchiano poggiandosi al fucile. come nei templi la preghiera è sostenuta dalle guglie e dai pinnacoli, oggi sul campo è sostenuta dalle baionette: preghiera irta e aguzza. volti reclinati di giovani imberbi, di uomini maturi, taluni d’inclita impronta, non men belli degli esemplari che trattò l’arte greca e latina. bocche sensuali, bocche tristi, che dalle lunghe ciglia prendono un’ombra di passione come ne’ canti della piccola patria. lanugine bruna, rossastra, albina, sotto gli orecchi, nelle gote, nel mento: quasi dolcezza di tardiva pubertà. teste modellate dalla materna morte, atteggiate di già nell’alveo scuro, trasposte da una prima creazione in un’altra. la placenta è il nome d’una focaccia triticea cotta senza lievito con un poco di latte. la vedo tra le mani scheletrite del sacerdote consunto nel sacrificio del corpo e del sangue. sono un poeta da macello. il cannone tuona verso il San Michele. un velivolo nemico appare tra le nuvolette bianche degli scoppii. gli occhi dei nati di donna si sollevano al cielo lacerato. si vede il bianco, ma non è il bianco della paura.
S’interrompe la santa messa perché il Padre Semeria concioni. ei sale in una bigoncia che domina l’altare. parla con una eloquenza facile e pedestre, ma persuasiva. non v’è bellezza nella sua parola. anch’egli professa l’errore di credere che i cuori umili non sieno tocchi a dentro da una voce di altura.
D’una purità sublime è il cielo incurvato su i monti che le prime nevi imbiancano. un tepore tardo si forma dalla preghiera, sopra le baionette lustre e verticali. di continuo tremola il fogliame de’ pioppi moribondo, oro nell’oro. il Carso è laggiù convulso di siccità, avido di bevere, bramoso di aver tra’ suoi fiumi occulti il fiume che fumiga e poi sotto il sasso si accaglia per fornire la più ricca vena di porfido alle arche della Gloria non ancóra scolpite.
Soffro o esulto. non più odo le parole del concionatore che ha già la bocca piena di saliva. odo il canto della terra? certo ascolto il battito de’ cuori carnali, l’anelito dei petti visitati dalla divinità senza figura. ascolto il silenzio di sotterra, e il silenzio ch’eguale dura di là dall’azzurro.
È una grande ora, la più grande da che abbiamo varcato il confine e piantato la nostra bandiera nel suolo redento. patet aditus.
So che domani a mezzogiorno s’inizierà l’azione, s’intonerà la sinfonia assai più vasta che quella dei giorni di luglio…
Volti di soldati in una specie di trasognamento; che sembrano già posati su l’erba funerea, già immuni d’ogni violenza e d’ogni angoscia, infinitamente più belli che nei feretri delle loro chiese parrocchiali. qualcun d’essi non fu modello a Michelangelo per i giovinetti della Sistina, per quelli che sostengono i mausolei o stanno seduti sul margine de’ loro sepolcri, per quelli che danno al mistero la faccia di un’altra esistenza?
Soltanto in quest’ora la poesia della dedizione mi rivela qual potenza plastica sia nella nostra schiatta di carne e d’ossa.
Il barnabita cessa di concionare. il sacrificio della messa vien ripreso dall’officiante, con un susurro lieve, con un tenue moto di labbra, perché ciascuno oda nel cuore la parola che non ha la sillaba e il suono di quaggiù. dunque tutto è converso? tutto è innovato? donde è discesa nel membruto uomo fulvo questa spiritualità trasparente?
‘Siate facitori della Parola, e non uditori’ è scritto nel pergamo di Grado, nella basilica dei Patriarchi.
Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginocchiato presso l’altare: i chiodi tra il fango e la terra molle e qualche fil d’erba e qualche foglia morta.
Ecco i soldati novamente in ginocchio. le teste son chine sotto la selva delle baionette. l’acciaio polito ne inacerbisce il disegno con l’arte di un incisore severo.
Il Duca è immobile, pensoso, con quella sua faccia solcata da una tristezza avita.
Un giovine capitano, alto snello fiero, si china verso la mia gota e a bassa voce mi dice: ‘perdoni.’ poi mi mette le dita nel collo bianco di Novara e afferra una vespa che stava per pungermi. ha la vespa viva tra il pollice e l’indice. me la mostra sorridendo. così può sorridere soltanto la prodezza. ci rincontreremo. è un Vagliasindi anch’egli.
Mi ricordo della vespa d’Abruzzi, della vespa anellata di Francavilla, che m’infisse il pungolo nel polso destro: ferita di poeta non ibleo.
‘Ite, missa est.’
Il sacrificio è compiuto. bello m’appare in tutti gli evi del Cristianesimo il rito celebrato innanzi la battaglia. i soldati si levano in piedi, presentano le armi. il Duca si muove per andarsene seguìto da’ suoi ufficiali.
Mi manda a chiamare, mentre aspetta che le compagnie gli si mostrino sfilando. ridovento l’amfibio. parliamo di velivoli, di squadriglie da comporre e da allenare, del mio compagno marino Giuseppe Miraglia, della disegnata mia impresa su Zara. o meraviglia! egli s’illumina di un subitaneo sorriso, che gli sorge da una diversa regione dello spirito. mi pone su la spalla una mano affettuosa, e mi recita due strofe del libro che si chiama ‘Alcyone’.
Molto contenni, puro o adulterato.
Il falso e il vero son le foglie alterne
d’un ramoscello: il savio non discerne
l’una dall’altra, l’un dall’altro lato.
E la virtù si tigne come lana,
e la felicità come Vertunno
tramuta la sua specie. Io voglio, alunno
di Libero, finir di fine insana.
Entrambi, e quel che intorno a noi cangia o vige, uomini, eventi, siamo come disciolti in una pausa senza principio e senza fine.
Il Duca mi scuote un poco, e continua: ‘– finir di fine insana –. Gabriele d’Annunzio! Gabriele d’Annunzio! non abbia in questo Suo cranio altro pensiero che di farci un altro dono, di darci un altro libro come “Alcyone”. mi vuol costringere a legarla, a rinserrarla? le hanno detto quel che accadde nella baracca dov’era il generale Sani a leggere, durante il tiro, “L’Oleandro”?
O Notte, piangi tutte le tue stelle!
Un trecentocinque cadde in pieno su la baracca. l’ha saputo? lo sa? un miracolo; e non il primo.’
Egli si volta, agitando intorno al suo fregio di Capo le due mani in afflizione profetica. si allontana. affretta il passo; si avvolge nel mantello.
Intanto il torrente di carne scorre su la prateria soleggiata. il cannone tuona dal monte.
Vado col colonnello ingegnoso e piacevole al Monte Medea, che è l’Osservatorio di dove il Duca assisterà alla prossima azione.
Possiamo salire con la macchina per la strada nuova di ghiaia asperrima. arriviamo al posto telefonico. i soldati si son ricoverati sotto le tettoie per non correr rischio d’esser colpiti dai bossoli del tiro contracielo. la nostra batteria séguita a bersagliare l’ostinato velivolo austriaco. do all’ufficiale alcune istruzioni per la copritura dei vetri che luccicano e indicano il posto all’osservatore avversario.
Visitiamo una specie di ridotto: labirinto di corridoi tetri come quelli delle Catacombe. v’è compresa una camera fasciata di legno che un pittor romanesco sta istoriando d’historie e istoriette clandestine meritevoli d’essere illustrate nel più lepido linguaggio papale da Gioacchino Belli. ma questo mastro di pennelle e pennellesse, ben nomato Temistocle Sordone, mi sa litteratissimo anche sotterra; e non manca di chiedermi due sentenze belliche da inscrivere in due cartigli annodati a due corone castrensi o vallari degne del generale Checco Coccapieller.
Che spesce t’ha da fa’ che ’sto scoparo
de pittore, che ttiè cquell’arzenale
de pennelli, in un’ora o ar più in un paro
te fa senza vedello un Generale?
Ma tutti questi operai sono in vero militanti: nelle attitudini ne’ gesti negli sforzi nella struttura adatta o riformata al mestiere mi sembrano modelli insigni per un disegnatore di pari sprezzatura in trattar matita e pericolo. tutti respirano il coraggio come un’allegrezza acerba. fiutano la vittoria, che anch’essa è femmina? ce n’è uno là, de’ miei: e pianta un chiodo a diamante con un martello grosso che gli rilieva i muscoli del braccio troppo fiero per un mingherlino qual è: inarcocchiato le schiene, incavato il ventre a sacco voto, distorto piedi e ginocchi: indispettito bietta e ganasce, sbalestrato gli occhi o torvo. penso con fremito e doglia al Michelagnolo di San Miniato. mi par che allontanandomi io mi strappi, com’ei ribatte con l’ultima ira la capocchia piramidale ‘di grande chiovagione’. affronto gli ostacoli; salgo alla vetta. d’essa m’impadronisco, e dello spettacolo: rapito e deluso, perché ho bisogno del sasso, perché nel Carso è la mia opera d’intaglio.
Una pianura dolce ove borghi e città si acquetano; Gorizia agognata che compone la corona di gramigna a chi s’indugia; colli e monti che alla vista han già assorbito il sangue e interrato l’ossame. tutto è ambra che non brucia, oro di pompa funebre, oltremare di cupola a pennacchi. intorno al velivolo è un cerchio di nuvole bianche, quasi serafiche, come nella icona del nostro Salvatore. il sole s’è fatto caldo come nel maggio di Quarto e di Roma: per ricordare? per rimprocciare? per auspicare? il poggio è folto di acacie, di pioppaie snelle come canneti. se i pioppi non cessano dal tremolare, riprenderanno le acacie a fiorire?
Sono impaziente. v’è una mitezza che esaspera. discendo a Cervignano. mi sottraggo senza grazia a una gozzoviglia guerresca. vado alla mia scuderia di fortuna. monto a cavallo. mi metto per la via di Palmanova in cerca d’un prato per galoppare. ne trovo uno troppo scarso, dove gli zoccoli s’affondano. scopro, verso Muscoli, un fiumicello colmo che fluisce tra file di salici annegati fino a mezzo il fusto, biondetti come le chiome di una Ofelia furlana e di sue vergini compagne. mi curvo sul bel collo di Vaivai senza crine. guardo, esploro. non più carri, non ambulanze, non fanterie. una pace improvvisa, in una ripa solitaria. il sentimento dell’arte di Palma vecchio alita su l’opera stellata di Palmanova. dimentico, e sorrido. mi rammento, e sorrido. penso a quel ritratto che biondeggia nel nome della Violante in carcere nemica: a quella capellatura ove il miele e la fiamma si fondono perdendo la lor qualità per crearne un’altra ignota alla pirausta e all’ape. diverso è il fuoco volatile che circonda i nerissimi occhi inventando quel che non è: l’astro nero.
Soavità di questo paese! ha qualcosa di femineo e di docile, da mettervi la mano per entro.
Ecco l’acqua verde: di quel verde che fa gli sgonfii nella manica fulva della Violante. m’abbandono alla viottola umida come a non so che intimo piacere. i salci i pioppi gareggiano in doreria, le lunghe lunghe erbe in ondulata lascivia. non v’è qui un’erba che si chiama doriana? v’è anche, di tratto in tratto, ‘quella doratura a smorto’ degli orafi di Vinegia, che così denominata si spande nella bocca facendosi sempre più scura. un uccello misterioso fugge per l’ombra.
Il sentiero si restringe sopra l’argine finché diventa impraticabile ai cavalli. non posso spingermi sin laggiù dove quella fila di pioppi vince ogni altro splendore. l’acqua fluisce come la voluttà senza carne.
Dov’è la strage? dov’è tutta quella figliolanza da lacerare e da pestare, che stamani era accomandata dal prete al Dio degli Eserciti?
Mi arresto là dove è impossibile avanzare, tanto è spesso l’intrico delle acacie spinose. torno indietro per le viottole molli, dove la pesta de’ cavalli più si assorda. Doberdò sbuffa e a quando a quando non nitrisce ma tuba roco come la tortora. io lo capisco. so quel che mi dice. ordino al mio palafreniere di Ciociaria e del ‘Piemonte Reale’, che smonti. cerco un po’ d’asciutto per non infangarmi gli stivali. balzo di sella. inforco Doberdò con un tripudio che mi sembra di non aver conosciuto neppur nel colmo della mia vita equestre e della mia signoria su la Brigata spendereccia, laggiù, alla Versiliana, tra Pietrasanta e Viareggio. il tripudio cavaliero! non ne può esser partecipe se non la staffa lunga.
Sono chino su l’incollatura di Doberdò, che ha serbato la criniera come storno; e mi tolgo il guanto per mettere le dita tra le ciocche, per palpare fin la barbozza. gli parlo come so; ed egli seguita a tubare nel rispondermi. non v’è più il luogo del mio cuore, non il luogo del suo cuore. cor saliens unum par ius. perfetta adesione, non soltanto tra le mie ginocchia e i quarti della sella. ‘andiamo, Doberdò. andiamo a cercare un prato che conosco, di là dall’Ausa. non far più la tortora, e non la civetta. risparmia il fiato. ti amo, alla gran carriera.’
Indulgente è la morte se oggi mi lascia provare anche il più ardente de’ miei piaceri.
Galoppo alfine sul terreno soffice, sopra le ombre lunghissime dei pioppi. il prato è segreto, tutto chiuso fra cortine di pioppi, tacito, d’una dolcezza musicale come quello asfòdelo, quello dell’Ade sotto il galoppo del cavaliere tèssalo, sotto le quattro unghie dell’ultimo Lapite.
Gli alberi splendono per le cime, pioppi e salici anelanti all’altezza, gli uni coi fusti, gli altri coi rami: aerei, pur fissi in imo.
Imitano essi me che penso? o li agguagliano i miei pensieri trasumanati?
Le ombre toccano l’altra estremità. il cielo si scolora. mi rapisce una malinconia musicale, misurata dal galoppo ritmico del cavallo unanime, non più bimembre. ripenso o meglio rivivo certi vespri fiorentini sul Campo di Marte in vista di Fiesole laureata tra una chiarità di muri graffiti. nei ritorni al passo, a briglia lenta, la mia poesia lavorava di graffito, e si levava su le staffe per cogliere a sommo de’ muri i giaggioli profumati. ho nelle narici l’ireos di Santa Maria Novella. il passato non val più nulla. nulla vale il presente. il presente non è se non un lievito dell’incertezza.
Eccomi più vasto dell’ansia. l’amica sovrana e arcana, quella che mi aspettava al ritorno dall’ebrezza del centauro snaturato lassù nel colle degli scarpellatori, mi disse allora: ‘la follia non è più ricca di te.’
Sono ancor più ricco; eppure ho una inebriata volontà di morire. è tempo di morire: tempus moriendi.
Esco dal prato come da me stesso. ritorno nella strada bruta, tra il fragore atroce dei carri. fumo, polvere, lezzo, ingombro, gridi. e il cielo resta remoto restando olimpico.
Nella scuderia, l’odore dello spirito canforato come al tempo di Undulna e di Malatesta. mi occupa uno strano torpore, nella posta di Doberdò, su la paglia fresca, mentre il palafreniere gli strofina le spalle. do la voce a Vaivai nella posta accanto, con una inquietudine come d’infedeltà.
No, non ho voglia di tornare al mio alloggio, non ho voglia di seguitare a vivere. mi soprasta l’imagine di una trincea lontana, sul monte San Michele, nel Bosco Cappuccio, dove si muore, dove la morte percote e schiaccia di sùbito, dove il corpo diventa inerte come la mota, come il sasso, come il legname, come l’escremento.
Torno all’alloggio. tutte le basse noie, tutte le puerili vanità, tutte le false petizioni e le più false dedizioni sono là, su la tavola, accumulate. se devo finire domani, val la pena che io le annoveri e me ne occupi?
La povera Donatella – la muliercula caucasea – è là, nella cornice di smalto, con i due levrieri favoriti: con Great Man e con Agitator. mi riappare Villacoublay, la cuna dell’aviazione di Francia. mi riappare la prateria di Dame Rose, il muro scialbo, il granaio basso, il gioco de’ cani nell’erba non falciata. ore ben perdute, ore di solitudine, di tenerezza, di afflizione. e la tomba di Fly, laggiù nell’angolo, rilievata di zolle, simile alle tombe dei fanti che vidi ieri sotto i cipressi insigni di Aquileia emuli del campanile venerando.
Ecco qui anche l’appello disperato della povera amica: la necessità di aiutarla o di lasciare uccidere i cani illustri, nell’angustia stringente.
L’oculatissimo Capo del Governo, quello che voleva per forza conservare all’Italia la mia ‘preziosissima vita’, pensava che la grande guerra non fosse per durare oltre quest’anno o – tutt’al più – sino alla Natività dell’Urbe. disse a me Gabriele d’Annunzio: ‘Ella chiede dodici velivoli – secondo il Suo neologismo non adottato – per la fine del prossimo febbraio. ma in febbraio saremo tutti morti.’
Già vasta, la guerra si allarga, supera ogni confine, solleva tutte le stirpi. ma v’è una stirpe barbarica che mostra una smisurata forza. ne sento la pulsazione nelle tempie, come quando il rivolgimento tellurico si annunzia. noi latini diamo il contributo verbale: telluris opes.
V’è un Dio d’Italia che sollevi domani di mille cubiti la statura nostra? che ci renda la volontà della potenza, del diritto divino, dell’imperio ereditato?
Nelle cacce alla volpe, quando educavo il mio coraggio fisico e indulgevo al gusto mondano dell’eleganza, dissi a un buon compagno consigliatore: ‘davanti alla staccionata di tre filagne e alla più grossa maceria io getto il mio fegato di là dall’ostacolo e vado a raccoglierlo. questo è il segreto, Peppino Senni. è anche il tuo. per cambiare, vuoi che saltiamo quella marrana, in lunghezza? poco più di quattro metri.’
Iersera un soldataccio che odorava di trincea muffita, e che aveva l’aria di un bùttero mal liberato de’ cosciali di capra, disse a mensa: ‘gettiamo il fegato di là dalla sassaia del Carso e andiamo a raccattarlo senza manco riprender fiato. questo bisogna, per le Oche capitoline! questo ci vuole, per Giove salandro!’ risata corale.
Anche iersera un capitano francese, ufficiale di collegamento, ricordava la mia ‘Ode pour la Résurrection latine’ divulgata in Francia prima ch’io partissi per Quarto. e non senza eloquenza invocava l’afflato della decima musa Energeia.
L’afflato metrico? ohibò! quando per forza mi dispongo a comporre l’ode aspettata, son preso da una ripugnanza che par vergogna. meglio consultare l’oracolo come nella guerra messenica; ed eleggere alla bisogna un altro grammatico claudicante, che moltiplichi gli anapesti di Tirteo attraverso le traduzioni di Onofrio Gargiulli e del bollentissimo Felice Cavallotti. ma, non senza modesta reverenza, l’esser comparato a quest’ultimo da un gazzettiere mobilitato o da un vecchio maggiore abbondanziere o da un appaltatore lombardo di vettovaglie sarebbe a me amfibio gloria non zoppa.
Ero sotto la spugna carica d’acqua ghiaccia quando il capitano Beltra ha picchiato ai vetri: il capitano dal capo di negro venusto, l’animoso mio pilota di Trento.
Forse viene a offrirmi la morte bella.
Mistero della sera, dell’arrivo inatteso, della voce che suona su la soglia, tra l’aria di fuori e l’ottusità di dentro. ogni uomo è un messaggero inconsapevole. bisogna aprirgli il pugno.
Beltra ritorna quando son pronto. mi risoffia l’aspro vento alpino, mi ravvicina la prateria fiorita di colchico.
Si siede. mi ricorda tuttora la medaglia di Leonello d’Este; ma gli manca la chioma crespa dell’Estense. ha i capelli rasi fino alla cotenna, come gli atleti greci, come i lottatori del ginnasio. prima l’avevo assomigliato a uno de’ tre Magi, al più giovine, a quello dalla pelle scura e dalle labbra tumide, a quello della mirra.
Piemontese d’oggi, pacato, volontario, tenace, ma non senza pieghevolezza e amor del gioco, preciso e ardito, deliberato a vincere e a godere. ha ventisette anni, e non s’avvede che questa assodata sua giovinezza è ingiustizia e ingiuria a me.
È stato a Verona per tre ore, divorato dalla bramosia, affannato dall’ansia, per vedere una sua amica che passava da quella stazione con un treno della Croce Rossa. è riuscito a star con lei un’ora: un’ora di voluttà quasi feroce, dopo la lunga astinenza del campo. mentre mi parla impudico egli ha su le gengive la pelle della sua donna. s’indugia nel racconto come per un bisogno di rinnovellare, mentre si vede rilucere la Natissa sotto la luna nuova e s’ode lo scalpitìo de’ cavalli sul ponte.
Che darei per avere ventisette anni! anche ‘Laus Vitae’, anche ‘Alcyone’, anche ‘Forse che sì forse che no’.
Ho là una fotografia indelebile, che mi rappresenta quel che io sono, quel che è il mio viso arato.
Eppure oggi a cavallo avevo il senso giovenile del mio corpo. là, nel bagno, sotto le spazzole dure e sotto i guanti di crino avevo il senso giovenile delle mie braccia, delle mie gambe, de’ miei ginocchi, de’ miei malleoli, de’ miei piedi d’avorio: de’ miei scolpiti piedi di ‘Crishte schiuvate’, come si diceva in terra d’Abruzzi.
Ma là, nella fotografia di ieri, nella ‘istantanea’ spietata, io sono vecchio.
Lo vedo: ho qualcosa di senile, che pure mi sembra estraneo, che pure non sento in me. quando cammino, nell’aria ho del mio viso un sentimento che non è reale. e questo non è un viso grinzoso di vecchietto ‘richiamato’?
Eppure dianzi son venuto giù dalla sella con una leggerezza di adolescente e mi son ritrovato saldo in piedi, su le gambe elastiche, con tutte le articolazioni libere d’acciaio unto che non scricchia.
Ho la volontà vigile d’esser giovine ancóra, come nell’epigrafe di quel ‘Canto novo’ scritto a diciannove anni, come in quella ‘Tregua’ scritta a quaranta.
‘O Despota, ei sarà giovine ancóra!’
Il mio Beltra mi offre il pericolo come si offre un fiore in boccio. domani a mezzogiorno incomincerà la danza sanguigna. martedì mattina andremo col nostro velivolo a riconoscere le linee nemiche e a proteggere con la mia mitragliatrice i ‘Caudron’ che faranno il servizio per le artiglierie.
Si parla di apparecchi, di camerati, di ‘superiori’, di fortuna, di sfortuna. si calcola su la carta la distanza tra Campoformido e Vienna: il mio sogno, il nostro. ier l’altro, il colonnello Barbieri in Pordenone sosteneva l’impossibilità di compiere il tragitto con un ‘Caproni’ da trecento cavalli. si discute, si persiste, si vuole, si spera, si sogna. ‘Beltra, ti giuro che prima o poi, con qualunque apparecchio, io andrò.’
Siamo tutt’e due sul banco, l’uno accanto all’altro. ci sembra che i nostri destini si leghino, si annòdino. egli è giovane, io non sono più giovane. e tutt’e due martedì prima di mezzogiorno potremmo essere un pugno di carniccio incarbonito, qualche osso annerito, qualche cartilagine rattratta, un teschio spiaccicato con qualche dente d’oro luccicante nella poltiglia. si conosce il giovine dal vecchio? ‘Paovre viel Paovre jou’ canta la canzone de’ montanari d’Auvergne.
O forse abbatteremo un velivolo avverso e ci guarderemo negli occhi con un altro raggio.
Quando glie lo dico, in punto d’alzarmi, come se avessero già ricevuto quel raggio i suoi occhi splendono tra le palpebre rilevate come quelle dei bronzi arcaici.
Si alza per andarsene. ha i guanti troppo stretti, il colletto troppo alto, la cintura troppo serrata. non ha vera eleganza – osserva la mia malignità invidiosa. ma ha i denti bianchissimi eguali che m’abbagliavano su l’alpe nel vento montàno quando mi voltavo dal mio seggiolino di prua per segnalargli la rotta corretta.
Su la soglia, nella sera limpida, mentre il novilunio d’ottobre sospende la sua curva armilla sul capo d’un albero della ripa, mentre un mozzo fischia sul ponte d’un barcone ormeggiato, mentre là su la strada di Palmanova un cavallo nitrisce alla mia impazienza, mentre laggiù il trecentocinque dell’Isola Morosina romba, egli riprende a parlare della sua amica bella e della furente ora veronese.
Un maggiore medico dal treno della Croce Rossa vedendolo passare – mentre l’amica fingeva di non conoscerlo e dissimulava l’ansietà nell’afa dell’acido fenico – il maggiore medico aveva detto: ‘guardi che capitano giovine! ha l’aria d’un ragazzo.’
Beltra soggiunge con una fresca modestia: ‘m’ero fatta la barba.’
Se ne va. va a desinare, poi riparte per Campoformido.
Io resto a casa. non ho voglia di andare a mensa, non ho voglia di ritrovarmi in quella sala piena di ufficiali famelici e strepitosi, non ho voglia di udire tra quel baccano il maggiore dell’Intendenza parlarmi del ‘cavallo di carica’ e del ‘prelevamento’ d’una uniforme pel mio caporale…
Ma non ho neppur voglia di far altro. potrei forse violare la serva soda e tarchiatella come la Beca del Pulci: vera furlana che illustra il grasso detto veneziano ma sa cantare qualche villotta.
Vuota la mia vaschetta nel giardino dove la fontana chiòccola e il cane uggiola. ‘ça pue’ soleva dire il gran dottor Robin.
Esco a mirare la luna. ‘bonsoir, madame la Lune!’ come a Villacoublay. il piazzale è deserto di carri, perché ha da essere rassodato e sparso di ghiaia. la Natissa è liscia come il più torpido degli stagni, senza il più lieve rincrespamento, senza la più tenue ruga. è giovine; e stagna.
Varco il ponte. le vie sono ancor folte di soldati oziosi. i carri passano rombando, con un occhio azzurro in fronte. passa una fila di cavalleggieri portando i cavalli a mano. passa una macchina del Comando, velocissima, con il solo fanale di sinistra acceso. la Natissa è insensibile come la luna del tempo di Saffo. stagna.
Torno indietro. cammino per la strada di Palmanova. giungo davanti alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. passo oltre, scavalcandola. l’occhio blu di un carro mi viene incontro. come si avvicina, il chiarore mi abbaglia perché l’uomo che conduce ha grattato il colore azzurro e ha scoperto nel centro un disco di luce bianca, per meglio veder la via. mi scanso; e urto contro qualcuno che borbotta e puzza.
È un prigione straccione che un lanciere a cavallo caccia innanzi pel margine.
Vedo laggiù, lungo la fronte, brillare le bombe illuminanti. arrivo all’Ospedaletto. torno indietro. un medico fuma la sua pipa davanti alla porta.
Rientro. c’è nella stanza un odore di stoffa nuova: l’odore dei paraventi portati dal tappezziere di Udine. paraventi? come vorrei stasera appoggiare la mia vita contro un parapetto di trincea, veterano senza nome!
M’ingegno a fissare contro la stoffa color di piombo le grandi imagini: i Profeti della Sistina, tre delle Sibille, la testa dell’Aurora, la testa del Pensieroso, l’intera serie del Trionfo di Andrea Mantegna.
M’indugio a mirare quel sublime giovinetto che conduce il toro adorno di lauro fra le lunghe bùccine dei buccinatori. tutto il cielo è irto di segni. dalle faci ardenti ai vasi coronati, dai simulacri alle loriche, dalle aste alle cassidi, le spoglie opime sembrano trasmutare in una sola immensa dovizia l’impero e il pensiero di Cesare, la terra dei vinti e dei servi, il conflitto della bellezza e del dolore.
Carmina non prius audita… cerco il polimetro saturnio. lo getto via. l’acredine mi strangola. il ventroso Venosino non certo s’agguagliava all’incitatore stroppio d’Afidna ma poteva agguagliarsi ad Alceo con la fuga dal campo della battaglia, con l’ànsito mal sedato dalla disciplina metrica. relicta non bene parmula…
[Ho tralasciato di notare che, alla fine del servizio divino sul campo di Versa, si udiva negli alberi gialli un crocidare di cornacchie fioco mentre i fanti inginocchiati si levavano mostrando un po’ di terra molliccia ai ginocchi. il Duca s’è voltato a guardare in su, corrugando la fronte.
Ma in quale delle Vite di Plutarco ho letto questo? ‘sentendo corvi che crocidavano, giù poste le armi, si tenne in quiete.’
Scintillava il vino nell’ampolla sopra la tavola dell’altare: non spinello ma carbonchio.
L’altare era fasciato con quelle coperte di lana bruna che coprono il sonno del soldato. talune eran così logore che mostravano i buchi. ci si vedeva il sole a traverso.
Mi corico digiuno.
Non per osservanza del rito.
Ma non è la vigilia? la grande vigilia?
Vorrei credere in Dio per segnarmi, e per pregare che da domani entri nella mia vita una luce nova. non posso né voglio scrivere l’altra parola, per sempre a me nera e informe.]
L’attenzione incessante fa della mia vita modi e forme di vita innumerevoli. io sono una struttura, una sostanza; e posso farmi simile a tutte le parvenze della materia costruita e atteggiata. interpreto il linguaggio, i caratteri e numeri delle cose, non dall’esterno ma dall’interno.
Eccomi in una piccola stazione ferroviaria che ha il nome di un maresciallo, di un erudito, di una venturiera celebri: Lamothe. sono solo, con la noia dell’indefinita attesa.
Il treno delle merci stride nelle rotaie, si muove, ricomincia, si ferma, stenta. il misero contadiname non vive al mio sguardo più che il vecchio binario con le sue traverse smosse e con le sue ferramenta rugginose. l’aspetto di ciascuna vettura come l’aspetto di ciascuna creatura mi rivela il passato la destinazione il patimento.
Una è carica di pietre, una di bottiglie, una di barili. quella porta serbatoi di terebentina, quell’altra macchine di metallo. e in quell’altra soffre e mugola il bestiame ammucchiato con la stessa parsimonia di spazio imposta al minerale.
Ma diverso è il modo per il carbone per il mattone per il sasso per la sabbia. v’è un ingegno esperto, v’è una industria perìta nel sovrapporre le legna segate, nell’adattare l’uno all’altro i fusti. aderiscono secondo le loro curve, secondo le loro gobbe e cavità, secondo la scorza e la fibra, perfettamente come il frumento nel moggio, i pallini di piombo in un bossolo, il miglio nel beccatoio.
Nelle annodature e legature delle corde Leonardo ritroverebbe il suo stretto stile. non mi sazio di osservare quelle tante fogge di nodi. non l’una somiglia all’altra. il nodo m’affatica e morde, e mi eccita continuo a scoprire non so che bellezza difficile intorta da un maestro di giochi e di pensieri. è il più astruso degli enigmi ma il più bello. invano ad artisti pazienti ho chiesto di disegnarmi il nodo gordiano. il Vinci non lo disegnò. spesso m’è parso di mirarlo nella mia mente per un attimo, disperato di non possedere la mano fulminea a stamparne la figura. consapevole o inconsapevole, ogni mortale ha in sé il suo nodo; e nessuno lo scioglie. non la morte lo scioglie. non Alessandro sciolse il suo tagliando il gordiano. tanti nodi ho io reciso e reciderò pronto: non il mio.
Cammino lungo il binario. cerco il nodo di Salomone? la mia malinconia si ricorda del tempo procelloso e sereno quando navigavo su i velieri dell’Adriatico, e m’abbandonavo al fascino dei nodi marinareschi – men varii e frequenti di questi. il nodo di scotta m’era familiare.
Mi volto: mi avvicino ai contadini, perché m’infóndano la pazienza. sembrano intagliati nella pazienza, dalla cervice al calcagno.
Sorrido al loro stupore melenso dinanzi alla qualità de’ miei occhi voraci. tutto m’è nuovo. i berretti calcati su i cranii hanno preso una forma non somigliante ad alcun’altra, immutabile come la figura classica del pètaso, della gàlea, dello pschent.
Certe donne reggono una rete, un sacchetto di maglia, con entro un tozzo di pane, una mela, una piccia di fichi secchi, una pezzuola rossa. tanta pena mi fanno quelle mani villose, nocchiute, gonfie di vene paonazze, piene di calli e di rosure, malate alcune e piagate, torte alcune e consunte come le mazze.
Cinque o sei facchini spingono una vettura nera come un feretro. uno, che ha la spalla contro lo spigolo, si china verso il compagno che cammina nella fossa del binario. gli dice qualcosa di buffo o di osceno. l’altro scoppia a ridere. tutta la catena ride, con diverse arie di ceffi, con una sguaiataggine attoscata d’acquarzente, nell’ombra del carro che pure ha una sua vita quasi lugubre a costoro estranea.
Le rondini svolano su per le gramigne de’ binarii. una rade più volte il cemento, l’erba afflitta, tra ruota e ruota, sotto i freni. se ne va, torna, cerca, s’allontana, dispare, creando non so che pensiere nelle cose taciturne.
Una coppia di sposi sta seduta, in silenzio. sono modesti, semplici, timidi, accanto allo scarso bagaglio. la donna accarezza la mano del giovine, a occhi bassi. e la sua felicità mediocre le somiglia allegorizzata goffamente.
S’avanza per il marciapiede un gruppo di operai. anche i loro berretti hanno assunto la forma dei cranii, ma con un che del morione e dello zuccotto. portano pantaloni di velluto logoro stretti al fùsolo, e cinture rossastre. i visi polverosi paion come tagliuzzati dal riso dei denti. l’insolenza scimmieggia la rivolta.
Non risparmiano una femmina magra, sfiancata, d’età incerta, vestita come una bagascia nomade, mal dipinta di rosso e di bruno, a volta a volta gallina bagnata e pavone spennato.
In fondo a una pergola coperta di roselline gialle è una specie di cortiletto sudicio ove s’accumulano vecchie casse. sotto un festone di cipolle la massaia prepara il pasto comune. due bambini inchiodano un pezzo di tavola, con l’attenzione tenace che li corruga e affanna in ogni fatica meccanica. un chiodo trafigge un dito. il grave artiere piagnucola e sanguina.
Con superbo strepito i treni ‘rapidi’ traversano l’umile stazione senza arrestarsi, zeppi di gente frettosa, perdendosi nella landa selvaggia, traendo dietro il fanale dell’ultima vettura una scontentezza che attrista l’aura e irrita la meschinità di questi servi legati ai binarii d’acciaio diretti dall’una e dall’altra banda verso gli orizzonti dell’ingiustizia e della pressura senza termine.
Restiamo in mezzo ai rifiuti della vita vile. scorie di male scorie? ecco un frammento di utensile, un rottame di ghisa, un chiodo torto, una scatola di zinco vuota, un palmo di spago, una scheggia, un trùciolo.
Tutto mi parla, tutto è segno per me che so leggere. in ogni cosa è posta una volontà di rivelazione: una volontà di dire, come significa la poesia. le linee espresse dall’incontro casuale degli oggetti inventano una scrittura ermetica.
Da quale favola senza focolare esce questa fata di spavento? è una vecchia ossuta: una rócca sconocchiata: con una bizzarra cuffia che le fa ombra sul viso d’osso osseo, ove lucono due occhi di colore mutevole, due non mai veduti occhi in destino umano, straordinarii occhi di creatura soprannaturale, sguardi più di profondità che di lontananza. non fuggo; mi annego in un pozzo di delitto.
C’è qualche suono della guerra che si sveglia nella falsa pace. erra nel labirinto dell’orecchio, e accompagna una certa specie di pensieri che non soffrono altro ritmo.
In una incavatura il soldato ritmicamente batte con la sua mazza il pistoletto.
Il centurione seduto sur un’asse tiene il pistoletto con ambe le mani. una mano è fasciata con una pezzuola gialla. al medio luccica un anello cavato dal metallo d’una spoletta.
Barbato è, con un naso adunco: è un di quei militi che vigilavano il sepolcro di Cristo. ha gli occhi bassi e socchiusi, per tema di scorgere l’angelo.
La mazza dà un suon argentino picchiando il pistoletto. egli solleva a ogni colpo il ferro aguzzo per rimoverlo nel foro. comincia a stillar sudore di sotto l’elmetto grigio. toglie a quando a quando, col nettamìne congegnato in guisa di cucchiaio agevole, toglie la polvere bianca del calcare forato.
M’avvedo che la sua camicia è nera quando egli alza gli occhi e mostra il bianco purissimo fulgente. m’accorgo che l’iride ha il verde delle fogliette pur mo nate, quando le frasche secche cricchiano ai soffii.
Sta su l’asse accosciato, co’ piedi sotto le natiche. risentito il profilo, adusto il collo, di rapina il naso, bruna la barba co’ baffi rossicci. non si coglie sùbito il disegno d’un uomo.
Schiacciato è il capo del ferro dove picchia e ripicchia la mazza. splende.
I sassi intorno impediscono all’uomo la vista del mare laggiù e della Ròcca.
Il fabbro nella dolina.
L’incudine è piantata sur un barilotto messo per ritto.
‘Una morsa!’ domanda il fabbro. ‘senza morsa qui non si fa niente.’
La fucina s’affoca. servono da alari due bossoli da settantacinque. martella egli i pistoletti, e rifà la punta e il taglio.
Siamo al limite della caverna. il soldato gira la manovella che accresce la corrente d’aria sotto il carbone acceso.
Mantovano è il fabbro, membruto, grave, con la barba ispida. si soffia il naso con una pezzuola rigata, superando il lagno della manovella.
La dolina ha la forma di un anfiteatro, simile a una ruina di gradi petrosi.
Perché nella fucina que’ travicelli fasciati di carta impermeabile? la carta è consumata. mi dà fastidio, come nell’anfiteatro un tragedo imaginario.
Mantovano, aiuta, aiuta! m’allegra il cuore il suon chiaro dell’incudine bicorne. i pistoletti senza taglio son raccolti in un canto. e io dico che aspettano il martello che li batta e li assottigli in lame. impositi duris crepitant incudibus enses.
Passa una lodola con un volo ondeggiante, sopra gli scoppii delle mine.
I due sono soli a lavorare in pace. io sono il terzo. senza pace, io prendo la manovella.
Vado a conquistare la Waterloo Cup, in terra britanna.
Perché, quando emigro, tutto il mio essere si fa più atto a ricevere? direi ricettivo se mi convenisse accogliere l’esempio del Varchi e del Segneri.
Vorrei che ora m’insegnassero que’ due a dire la maniera che quell’uccello ha di posarsi sul prato.
Il prato è verdechiaro. i campi son bruni. come un canale può essere tanto colmo senza traboccare? vasti cavalli dai garetti villosi tirano rossi carri pieni di carbone. tutta la pianura verdisce e verdeggia; dove Febbraio si diletta in variare il più gran numero di toni che mai abbia conosciuto arazziere famoso. come in panni d’arazzo l’erba è breve. gli alti alberi, tutti inclinati da una banda, accusano il vento del mare. i muricciuoli di pietra imitano le siepi tagliate. su la via piana e liscia le casette di mattoni per taglio respirano la pace dagli strombi delle finestre basse adorne di tendine e di fiori. l’edera seguace è quella di Rosamond Lovel: cingit at non stringit. seguono la ripa del canale molle i fili del telegrafo simili al pentagramma, dove il vento che passa su la cecità di Georg Händel scrive la musica del ‘Triumph of Time’. una barca si appoggia alla ripa come una testa a una spalla familiarmente.
Proseguo per una strada selciata che mi ricorda una via romana da percorrere piano a cavallo per raggiungere il convegno della caccia alla volpe. ecco nel prato i ribattitori di lepri con le loro banderuole bianche; e il canto delle allodole intente ad allentare l’arco del cielo.
Arrivano i cani in certi carrozzoni da’ vetri spalmati di calcina o accecati da carte e da tele perché i corsieri già frementi non vedan nulla che più li ecciti.
Scendono sul prato co’ lor mantelli ben tagliati ma molto meno eleganti di quelli del mio canile. spio tutte le loro mosse. portano gli orecchi alzati? le code basse a uncino? m’infischio del giudice su la poltrona del suo cavalluccio nero stellato in fronte.
Token mi piace: ha l’aria d’un serpente. l’uomo del guinzaglio gli netta la strozza con una pezzuola di lino, che sembra uno straccio al paragone di que’ denti splendenti. fermo su le quattro zampe in perfetto stile equino il campione piscia; e si vede il getto aurato brillare sotto il suo ventre rattratto.
Troppo ansiosa è l’attesa. e, se ho pietà di me, ho anche pietà dei competitori; se bene in questo momento Dilwin si tenda e posi il suo muso lungo sul collo di Token, qui accanto nel riparo.
Intanto due coppie mediocri corrono due cattive lepri.
Dilwin! Token! sguinzagliati i campioni partono con una velocità di novanta chilometri all’ora, accertata dai cronometri. ho il fiato mozzo. non v’è imagine pindarica che possa contendere con quello scocco animale. addio, armi da lancio. Token! Dilwin! i due nomi si avvicendano nella raucedine degli scommettitori. resistente è la lepre ungara. ma un grido breve mi fende il cuore partigiano. ‘red!’ la fulva Dilwin ha vinto.
Do l’anima all’Erebo. un cane nero e una cagna nerissima: Wail, Leucorix. ma Leucorix è balzana da quattro, appartenendo infatti a una mia amica matta della più nera mattezza slava. siamo legati alle zampe bianche della levriera, che in corsa balenano. nella dipartita la lepre rasenta il riparo. un’allodola la precede a volo, quasi insegna di Nike. Leucorix!
Chiara è la terza giornata ma d’un azzurro troppo languido sbiadito. tutta la campagna è velata e umida. odo un crocidare di corvi, che somiglia al vociare de’ ribattitori nel fosso. enormi carri di paglia mi vengono incontro tirati dalle bestie villose: giacigli da malinconie pigre. già finisce il gioco maschio?
Senza pause il canto delle allodole fa del cielo un tessuto di rammarico, di oblio, di desio, di trapasso. l’orecchio coglie un ritornello, e altri versi or salienti or discendenti. so una lassa d’un’antica ballata di Scozia.
Win up, win up, my bluidie dogs,
win up, and be unboun,
an’ we’ ll awa’ to Bride’s Braidmuir,
an’ ding the dun deer doun doun,
an’ ding the dun deer doun.
E passano le vetture dai vetri scialbati di calcina portando i cani.
Allo svolto d’un sentiero che entra in un prato riconosco il canattiere che conduce due campioni dalle coperte verdi: Dilwin e Distingue. forse è questo il vincitore nel presagio.
Son venuto per tempo, per non perdere un minuto di questa vita ignota che mi rivela, più d’una prosa di Walter Pater e d’un poema di Algernon Swinburne, la vigoria d’una razza e le cause della vigoria. la sua placidità insolita rinfrescava la mia stanchezza. imaginavo una favola puerile, lasciando sanguinare l’occhio di Malatestino.
Ora questa delibera. entra nel fosso. vedo le sue orecchie drizzarsi. il didietro è bianchiccio e la punta è nera. ripenso al fiore della fava.
What became of your bloodhounds,
Lord Randal, my son?
What became of your bloodhounds,
my handsome young man?
Passano i cani condotti a guinzaglio da uomini rudi: passano i cani sanguinarii con quelle arie di damigelle delicate e infreddolite, con quelle zampe in vista gracili e fragili. Adversary viene all’orlo del fosso. è più snello del mio Agitator, più vivo. Dilwin ha il piede sinistro bianco, e anche bianco qualche dito degli altri piedi. tiene la coda ripiegata verso il ventre.
S’avanza un grosso signore dalla cera infelice in una carrozzuccia scura scura tirata da un ponetto castano. pare che il ‘gentleman farmer’ non abbia gambe, ed è accompagnato da un famiglio che ne ha una sola e s’aiuta con le grucce. al parafango bistorto è legato un astuccio di cuoio nero, accanto a una lanterna rugginosa e a un ombrellone verdoccio.
Quando il ponetto s’impunta, il famiglio riesce a tener ferme le grucce nelle ascelle e gli riscalda le orecchie con le mani sospirando.
Alcuni di questi allevatori e allenatori di ‘greyhounds’ sono gentiluomini di cultura e di cortesia insigni, come il duca di Leeds compiutissimo.
Mi conducono a visitare i loro canili omai gloriosi. ma le loro case sono di una raffinatezza che mi stupisce. nascondono opere d’arte italiane ignote a tutti gli studiosi. custodiscono documenti delle storie arcane d’ogni età.
‘Questa è la vetrata rotta da Oliviero Cromwell’ mi dice l’allevatore di Springtide che nella seconda giornata ha ucciso una lepre di gran lena. e mi fa leggere l’iscrizione. ‘orate pro bono statu. Thome Leigh, Isabella uxor ei.’
Mi siedo in una delle poltrone di velluto genovese distinte dalla corona marchionale di Casa Balbi. ma mi converrebbe restar in piedi o ginocchioni davanti una Santa Caterina d’Alessandria di Francesco Francia, dinanzi una Vergine con l’Infante dalla capinera di mano del giovine Sanzio rapita a Città di Castello, dinanzi un Cristo alla Colonna del vecchio Palma, dinanzi un Sacrifizio d’Isacco d’Andrea del Sarto.
Giù per la scala un Cìgoli, un Carracci, un Federico Zuccaro, un Giulio Romano.
‘O Leigh, non sapevo che foste un emulo di quel buon condottiere e depredatore inghilese Gianni Aguto quando si godeva gli ozii suoi sanguigni in riva d’Arno dopo le grandi stragi romagnole fatto mansueto come Vernon Lee.’
Egli ride e si frega le mani.
‘Aho!’
Siamo alla porta della Cappella gotica vestita di edera. entriamo. ‘il paliotto de’ Piccolomini! la piletta dei Barbarigo!’
Ma ora bisogna visitare le cagne che hanno partorito, confortare le puerpere illustri. ora bisogna che io palpi la cagna gravida Ellinor e non isbagli il pronostico. bisogna che assista alla frizione di Springtide col doppio guanto: ardua sapienza.
Caro Leigh! la sua mano fine accarezza Arrow la veterana color di piombo, tredicenne, con lo stesso amore che dianzi gli intiepidiva la medaglia di Matteo de’ Pasti e quella preziosissima di Leon Battista Alberti senza rovescio. bisogna poi sentirlo disperarsi per quel puppy incorreggibile che gli mangia tutte le coperte e che si presenta buffissimo con la camiciola della moglie del trainer.
E domani va a Londra ‘to carry away at any price’ un bronzetto fiorentino di Bertoldo – che per averlo io darei il più energico dei miei tendini – e uno di quegli scrigni sacri costruiti a foggia di trittico che il Crociato feudale portava seco in Terrasanta.
Nessuno; non dei prossimi non dei lontani, può comprendere quel che io stesso rinunzio a definire e ad esprimere. nessuno, per esempio, può comprendere l’indefinito sentimento che mi occupa e mi trasmuta se penso o se pronunzio queste parole: ‘la via di terra straniera dove alla fine d’un giorno di libertà ho condotto il cane nobile.’
Debbo partire. debbo tornare in Francia trascinandomi Donatella.
Tra Londra e Dover mi riposo ancóra lo sguardo in una prateria inondata dove le pozze d’acqua sono uno specchio in frantumi che disperde un cielo di Turner. una nuvola bionda si pettina a un ciuffo d’erba. i montoni e le pecore brucano senza mai levare il muso, attaccati alla terra come le sanguisughe alla vena, con l’istessa costanza immobile. penso ai mercatanti fiorentini che andavano a comperar lana ne’ conventi inghilesi.
Presso una città di case rosse è il cimitero erboso: un prato eguale ove i morti sono presenti in pietre fitte allineate. e ancóra erba, sempre erba: ‘sweet grass’.
Il mare. il castello di Dover su le rocce bianche a picco, sotto un dramma di nubi improvvisato da Joseph Turner col delirio di Christopher Marlowe.
Di sùbito la luce cambia. il fumo della nave è cacciato dal vento contro il castello che si oscura, mentre le rocce percosse dal sole diventano accecanti.
Ho sete di colore. le armature di ferro tinte in minio gridano contro i grigi con una violenza cruenta.
Ahi, bisogna scendere nell’orrore dei bagagli, nel baratro dei bauli, dove il cane nobile patisce ma ammutolisce. apro la canestra, libero il lungo muso; tocco il tartufo che è freddo. Donatella rinnova l’esame con le sue dita eburne che le cure del canile non iscurano. gli diamo senza scrupolo, per una volta, cose ghiotte che scompariscono in men d’un attimo. poi lo passeggiamo a guinzaglio.
Ecco il porto di Calais, sotto la nuvolaglia grigia che si lacera in piaghe di fulgore.
Donatella resta seduta sul canestro del cane, dov’è scritto: ‘Live dog. Chien vivant.’
Si avvicinano due portatori franciosi con l’autorità della placca d’ottone in fronte, giovani, biondicci, distinti da virgole più scure appresso il naso rabbuffato in suso, come direbbe il mio calonaco Bambini.
Sollevano il canestro ov’è scritto ‘chien vivant’. e sùbito il naso si riempie d’umor faceto, mentre lo portano per i due manichi saldi. entriamo nell’ufficio della dogana, nella ressa. il canestro mutolo è sul banco. i compagni lanciano occhiate gaie, dissimulando qualche gesto burlesco l’un dietro il dosso dell’altro. Donatella implora, con gli occhi, con la bocca, con le braccia, con tutte le sue grazie. un doganiere dalla tunica blu e dal berretto di panno blu salta sul banco, si piega sul canestro, con un gesso da sarti lo segna. balza giù, s’inchina ammirando con l’occhio acceso Donatella, in galanteria francesca. i portatori afferrano pronti i manichi per collocare il canestro nel carro de’ bagagli.
Esultante Donatella mi dice: ‘non vorrai vedere, quando s’arriva, il piccolo di Tiniwini? piccolo così, raso e neve, col musetto rosso, con le zampine di rosa, con le costole palesi che promettono.’ quanto mi piace che nella sua maniera fanciullesca ella mi persuada non esservi cosa più importante nel mondo!
Nel porre da parte la sedia di ventura, mi scurisco. la punta, usata a infiggere nel suolo, conserva qualche filo d’erba e un po’ di terra secca.
Io e Donatella ci guardiamo commossi da un improvviso rimpianto dei giorni di vita inimitabile. nella bestialità del corpo l’anima trova non so che modo segreto d’indiarsi. noi non sentiremo più mai l’incognito indistinto odore di quel campo. non sapremo mai più gettarci in dedizione intiera e pura a quel gioco di folgori. più mai non saremo un di que’ fili che le allodole ci rapivano ritessendo col canto l’opera del cielo.
‘Et numerosa linunt stellantem splenia frontem.’ m’è nella mente questo verso di Marziale non ad altri versi congiunto; cosicché m’è lecito interpretarlo secondo il mio spleen.
Splenium! era una sorta di erba che alleviava il male della milza. ma in questo esametro splenia non ha il significato di nèi artificiali? ‘grains de beauté? mouches?’ uhm! e quel ‘linunt’? uhm!
Chi sa dove s’è sperduto il morditore bilbìlico! avevo gli Epigrammi nella nova edizione di Ugo Grozio ‘typis Ludovici Elzevirii A.° 1650. Amstelodami’ delicatissimo libello degno dell’Ape nell’elettro.
Certo il secondo emistichio mi par bello di suono e di lume: ‘stellantem splenia frontem’.
Il primogenito Ennio, che soffiò tanta arditezza nel timido latino, dice del cavaliere quadrupes eques. appunto nell’Agro, e in ogni altro terreno privo di sassi e di buche, io fui e son per essere quadrupes eques.
Ingenio maximus arte rudis. è vero. consumo la mia notte nello studiare e scavare l’inculto Ennio.
La trasmutazione delle parole è una vera operazione di alchimia. non v’è convenienza tra il linguaggio ben chiamato itinerario da Ugo Foscolo e questa non divina né umana materia d’arte, che non ha eguali in tutte le materie del mondo se non forse in alcuni concenti della Musica. [Beethoven passa dal più significativo dei temi alla prolissità intollerabile degli sviluppi.] la trasmutazione delle parole [ahi, ricasco nella sintassi annosa e rugosa] non è forse dissimile a quello studio che trasmuta l’acido solforico nella formula so4h2.
O Pindaro che pe’ tuoi trapassi non ricorrevi alla parentesi!
Penso alle qualità sconosciute del linguaggio in un’altra famiglia di esseri viventi sopra il pianeta ignoto, sopra ogni qualunque ordine di astri ignoti.
Non mi stanco di comentare e di laudare in me la sentenza di Francesco Francia, che spiacque all’ombroso Michelagnolo. per me avanza di possa e di franchezza la miglior pittura d’esso Raibolini. ‘questa è una bella materia.’
Paragonata alla parola metrica la materia adoperata dai pittori e dagli scultori è povera.
Di Michelangelo da Caravaggio diceva Annibale Caracci ‘ch’ e’ macinava carne e non colori’.
Sorrido senza malizia mentre scrivo, nel volgere gli occhi a un libro raro ch’io posseggo, stampato in Firenze da Pietro Matini, con nel frontispizio l’impresa della Academia incisa in rame. ‘Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi’. il mio esemplare ha il ritratto di Francesco Redi, quello dipinto da Giusto Subtermans, inciso qui da Adriano Halluech.
La vita e l’arte.
La vita conosce un solo destino, esercita un solo officio: è soltanto intesa a perpetuarsi e a moltiplicarsi.
Non v’è scopo, non v’è meta, non fine è nell’Universo; e non v’è dio. ‘figlio, non v’è dio se tu non sei quello.’
A Monfalcone, dopo ch’ebbi sepolto Giovanni Randaccio, dopo che il cannone austriaco ebbe distrutto anche l’ospedale ov’era spirato il mio compagno, io stabilii una cultura di bachi da seta con il sottilissimo intento d’inspirare per ‘mimetismo’ la tranquillità a’ miei fanti fanciulli. questa è un’altra storia ma molto bellissima.
La farfalla del baco da seta batte le ali per un attimo quando nasce: si accoppia e muore.
Altri insetti efimeri nascono a vespro, s’accoppiano. le femmine pónzano nella notte. gli uni e le altre muoiono prima dell’alba.
O purità!
Gli efimeri non hanno bocca: non mangiano, non bevono. sopra l’acqua, fra le canne, trasvolano al loro destino; che è il coito e la morte: la fecondazione, la genitura, la conservazione di una forma fragile, d’una labilità continuamente riprodotta.
La grandezza di un’opera non si misura al numero dei suffragi che l’accolgono ma sì bene all’impulso ch’ella determina in rari spiriti chiusi, all’ansia subitanea ch’ella solleva in un uomo d’azione o d’accidia o di mercatura, alla perplessità straziante ch’ella agita in una sorte già resoluta.
Dopo la lunga voluttà occulta, dopo la malvagia ebrezza, il corpo è come alleviato. la testa è sonora. i fuochi nell’occhio leso si dissolvono per riapparire con altre figure, ora più molli e vane, ora nefande e infauste.
Il coro vespertino degli uccelli raccolti negli alberi di magnolia si fonde come se le piccole voci si compenetrassero.
Le campane sembrano quelle della cattedrale sommersa.
I pensieri sembran fluire dalle tempie col sangue delle arterie aperte.
Falso è il rimorso ma mi affatica come un sordo terrore.
I suoi occhi hanno l’azzurro di certe vetrate sacre, l’azzurro di Chartres, quello della Vierge bleue.
Nell’attitudine supina, nell’attesa, nel sogno, nella malinconia, pare pongano nella mia stanza dalle ombre diverse non so che specchi d’acqua come in un atrio in una loggia in un verziere.
Il motivo dell’acqua ne’ suoi grandi occhi è d’una novità incantevole pel mio libro, se ho la destrezza di farne il motivo dominante ma senza peso, ma senza indugio, ogni volta breve e lieve. due vasche gemelle, due sorgenti, due stagni, due cavi della sabbia rempiuti dal flutto che si ritira…
L’espressione è il mio modo unico di vivere.
Esprimermi esprimere è vivere.
Quante e quante volte ho sentito – e mi son persuaso e mi son radicato nel convincimento – che l’istinto prevale su l’intelletto.
Quante volte ho sentito, in me artista peritissimo, in me tecnico infallibile, tesaurizzatore assiduo di modi antichi e novi, quante volte ho sentito che il mio istinto supera la mia abilità mentale, precede tutte le sottigliezze del mio mestiere.
E però non amo le donne se non per quel che v’è di animale in esse; voglio dire: d’istintivo. talvolta so renderle divine, nel senso che la bestia è una forma del divino, anzi il più misterioso aspetto del divino.
Il loro potere su me tuttavia – di là da tutti i miei esperimenti e inganni interiori – è soltanto corporale, è soltanto carnale.
Amo l’Ombra che incede sul prato asfòdelo ritenendo sotto le sue palpebre violette la guerra d’Ilio.
Quando conducevo la mia caravana nel Deserto d’Arabia, avevo meco preziosissime stoffe d’Oriente. misi la più bella al collo del mio dromedario.
Non avevo mai cacciato lo sciacallo. in Egitto fui con molta magnificenza invitato. durante l’inseguimento vidi il principe abbattuto di sella nella sabbia, povera salma inerte, in vestimenta suntuose.
Più nudo mi parve il Deserto e più regale. o meraviglia! sceso di cavallo trovai nella sabbia rovente un gruppo di fioretti esigui, simili alle miosotidi alpestri: una delicata freschezza mattutina che resisteva a tanto fuoco. ne colsi uno per me, uno pel mio sauro nomato El-Nar, uno per la mia donna lontana. era un segno? era un prodigio? non seppi. El-Nar annitrì. un cavaliere di Zakazik tornava indietro verso me con in su l’arcione lo sciacallo ucciso.
Delle semplici cose la più semplice – d’una semplicità essenziale e per me necessaria, quasi onore del mio spirito, apice severo della mia vita – è la morte violenta.
Ho comperato un’arme nuova e l’ho ben provata. ottima.
Per finire in una vecchiezza sanguinaria, mi bisogna apprendere a mirare e a sparare nel modo dei cow-boys che pronti abbassano il browning dalla verticale alla orizzontale descrivendo un quarto di circolo.
I viaggi del capitano James Cook. mio padre m’aveva donato i volumi, quando non compivo dieci anni. ora mi vergogno di chiederli, in ricordo del rapimento gioioso e tormentoso ch’ebbi dalla lettura. tanto sono grullo e smarrito che mi credo di rinvenire tra le pagine oceaniche la mia fanciullezza e la mia aspettazione?
Ma dove, ma dove ritroverò pur qualcosa di simile al sentimento novo che mi esaltava nel disegnare le carte geografiche, nel mettere con la matita blu il mare blu intorno alle isole alle penisole ai continenti? il segno blu circondava un sogno ampio, un arcipelago di sogni minori, un istmo tra due voglie ineguali.
Tutti i rumori che hanno straziato i miei orecchi nel pomeriggio, i latrati, i battiti dei motori, i rintocchi delle campane, i crosci delle fontane, i soffii improvvisi nel fogliame, il martellìo degli operai, tutti a poco a poco sembrano fondersi in una lontananza musicale, attrarmi nella insolita monotonia come per agguagliarmi, per levigarmi.
Anche la stanza n’è invasa. i marmi i bronzi le maioliche gli avorii sembrano fondersi: avvicinarsi a me [forza centrìpeta dell’occhio destro] senza rigore, con forme più lievi, divenendo a poco a poco il senso istesso del mio corpo, la qualità de’ miei affetti, de’ miei pensieri, la mia specie non umana e non disumana.
Compenetrazione. fluttuazione. senza nuoto io galleggio nell’Incognito indistinto.
[Studia, cerca, trova. o espressore, t’è vano forzare l’inesprimile. veritatis integrator et expressor, ti chiamerebbe un fosco dottore ecclesiastico se tu non abominassi la verità. espressore, expressor.]
Vivo in una solitudine selvaggia e raffinata, misera e opulenta, dove le passioni ardono s’inceneriscono riardono incessantemente.
I miei turbini i miei nembi s’aggirano sempre nel medesimo spazio.
Quale creatura, già da me eletta, può apparire alla mia soglia vietata? rinunzio ridendo e stridendo alla favola dell’incontro fatale che rinnovelli le mie sorti.
Stanotte nel dormiveglia ho trovato in un tetrastico un’assonanza crudele.
‘Patir la pubertà della vecchiezza
concede il dio sul ciglio della fossa?
Do per lo stelo d’una violetta
tutte quest’ossa.’
Piuchebella. L’Italia?
D’improvviso mi sorprende questo nome di danzatrice umbra in una cronaca di teatro lirico.
L’Italia bella. oltra le belle bella.
Piuchebella è il nome di una honesta meretrice veneziana, e di una mia levriera senza vittorie.
Muore un gran cuoco mio nemico singolare, un certo Munsch; che governò le cucine dell’Imperatore impiccatore prima della guerra.
Si converte anch’egli in mito vulcanio. Vulcanius coquus ater fumifer unctus, cui sua sordentem pinxerunt arma colorem frixurae cucumae scapha patella tripes.
Era egli il compositore e l’ordinatore di quei vasti conviti in quella Hofburg ch’io minacciai con ilare eleganza senza diroccarla.
Per volere del decrepito e bavoso Impiccatore certi piatti erano assaporati in silenzio, come religioso omaggio alla Perfezione raggiunta dal Cuciniere.
A giudizio dell’imperiale ammiratore, questo Munsch non aveva eguali nel preparare un œuf à la coque.
Ma quest’ultimo tratto, in vero, è molto altamente significativo. la gente sciocca pensa che cuocere un ovo in guscio o un ovo sodo sia facile. è arte difficilissima, di rari maestri. è più difficile del comporre un incensurabile sonetto.
Chi conosce l’arte della frittata? ‘fretada rognosa’. io. io solo, e per testimonianza celeste. un gentile uomo d’America, un Royce, buongustaio di molti gusti, sedeva alla mia mensa. se bene Lucullo e Verre d’oltremare, egli talvolta s’indugiava in terra latina; e s’era addobbato un padiglione di caccia in Parigi, come al tempo del Re Sole avrebbe eletto Versaglia o Fontanabeliò. la sua straordinaria cultura mi consentiva perfino la lepidezza classica. e mi piacque di compararlo al Ciclope in atto di tastare all’uscita dalla caverna le pelli di pecore che fasciavano e celavano i compagni di Ulisse. egli invece noverava i milioni dissimulati in pelli di bovi; perché il suo più alto vanto della sua tavola francesca era appunto il ‘bœuf à la mode’. non rifiniva di laudarsi, e d’insistere per ottenere da me la promessa di andare a bearmi di tanto capolavoro.
Alzando la fetta, e di fetta in fetta, si sprigiona il lugubre mugghio bovino. ‘amico mirabile, non abbondate in lodi, perché io non aggiunga ai miei epiteti il più noto al tempo di Lucullo: coquus clamosus’, gli opponevo io ridendo. ‘io mi vanto maestro insuperabile nell’arte della frittata, per riconoscimento celestiale. uditemi. nel bel tempo, in terra d’Abruzzi, a Francavilla su l’Adriatico, io vivevo con miei fratelli d’arte accordati in una specie di fràtria monda di ogni altra gente estranea, accordati e giurati a cucinare il pasto cotidiano per turno.
In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno e nella gara del nuoto, quando mi fu rammentato con le voci della fame toccare a me la cura dell’imbandigione rustica.
Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita a Ebe e di correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adorna di maioliche paesane.
Ruppi trentatre uova del nostro pollaio esemplare. e, dopo averle sbattute con mano prode e sapiente, le agguagliai nella padella dal manico di ferro lungo come quel d’una nostra chitarra da tenzone o d’una tiorba del Bardella.
La grande arte si pare nel rivoltar la frittata per dar ugual cottura all’altra banda.
Scarsa era la luce. annottava. i nostri mezzi d’illuminazione erano incerti.
Allora escii con la padella all’aria aperta, sul limitare del vestibolo di tufo. scorsi l’armilla della nova luna nel cielo glauco. adunai la sapienza esatta e il misurato vigore nelle mie braccia e nelle mani che reggevano il manico. diedi il colpo, attentissimo a ricevere la frittata riversa. la frittata non ricadde.
Pensate con quale angoscia dubitai che per mio fallo si fosse spiaccicata sul tufo. ero certo di aver questa volta superato me stesso. guardai e riguardai. nessuna traccia!
Nel volgere gli occhi al cielo, scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala d’un angelo. mi feci di gelo.
L’angelo nel passaggio aveva colta la frittata in aria, l’aveva rapita. la sosteneva con le dita non usate se non a levare l’ostia. la recava ai Beati, offerta di perfezione terrestre. non imitava la dorata ritondità dell’aureola?
In Paradiso, o mio ospite vantevole, o emulo raumiliato, nel Cielo primo ell’è per i secoli dei secoli l’aureola di Sainte Omelette.’
‘La bugia è zoppa. la bugia ha le gambe corte’ continua a predicarmi il candido fantasma del mio istitutore, con l’indice levato, ignorando la bugia di vaste ali.
Le gambe corte! come le donne – secondo l’osservazione del misogino Schopenhauer di Dantzig. le quali sono in massima parte – secondo il cinismo di un altro misogino – menzogne che sogliono disgiugnere le lor gambe corte, e sanguinano in ogni luna da una piaga che non mai si rammargina.
‘Le vostre gambe sono di buon disegno, ma quanto si avvantaggerebbero di otto o nove centimetri in più!’ osai dire a Lina Cavalieri in una sera di danze e di romanze. mi rispose ella con insolita acredine, fulminandomi da quegli occhi d’incantesimo: ‘v’ingannate a partito. mi servono benissimo così, né potrebber meglio.’ e mi voltò le spalle ammirabili.
Reduce dal Cairo, ella porta i capelli tagliati in tondo, come la regina Mertitefs. o come Nofert? costei ha corti e lisci i capelli su la fronte, visibili di sotto la sua parrucca. in un’altra la capellatura è conservata e spianata su la fronte, ben piatta come un coppo d’ebano.
Ma per mia ventura ella ha rapito, e mi reca, la gran dolcezza diffusa nei volti del tempo di Akhenaten. non conosco alcuna specie di fuco egizio che abbia potuto incavarle e allungarle così la fossa lacrimale.
Ecco che posseggo in lei la grazia dell’arte niliaca: quella giovinetta che in piedi nel suo naviglio suona il liuto, circondata d’un folto di papiri. le gambe sono lunghe a dismisura contendendo con gli alti steli intorno. disgiunti sono i piedi per assicurar l’equilibrio del corpo su leggero legno; ma le cosce restan congiunte.
Nel giardino, sotto il faggio di porpora, fra il macigno del Grappa e il macigno del Sabotino, fra il Leone veneto di Sebenico e la mitragliatrice austriaca di Asiago, è un lembo di prato, quasi frammento di vasta prateria: ché l’erba v’è folta e vivida e libera come nelle piane solitudini.
Tra queste pietre di memoria, tra questi massi discesi dai monti della Guerra, è uno spiazzo angusto ove il vento nel piegare l’erba sembra recare l’alito di una vastità remota, di una smisurata libertà.
Mi vince una sùbita voglia di stendermi, di affondarmi, di abbandonarmi al sonno senza compagna.
Ecco. abbatto la mia statura d’uomo, mi adeguo alla terra, mi spiombo nell’erba che cede al mio peso ma mi nasconde alta ne’ contorni del mio corpo.
‘Non c’è, non c’è. non c’è nessuno qui.’
I miei cani mi hanno sentito. si accostano. si accovacciano ai margini del mio prato breve e immenso.
Mi sollevo sul gomito, emettendo la voce roca ma imperiosa che comanda immobilità e silenzio. vedo i lunghi musi che si abbassano tra le due zampe d’avanti stese. odo qualche fiato, qualche sospiro. quanto ci amiamo!
Nel riadagiare il capo sul mio braccio sinistro piegato come quel del Prigione di Michelangelo, intravedo per entro al verde fitto pochi fiori lievi, gialletti turchini rosati, che si dileguano come i miei pensieri nel mio sopore divenuto sicuro.
I miei cani mi custodiscono. sono in una cerchia di sicurtà. mi sembra che i loro fiati a poco a poco si accòrdino col mio, e ch’essi respìrino quasi dal medesimo mio petto.
Libertas non libera.
A un tratto il faggio sanguigno, investito da un colpo di vento subitaneo, stormisce con una voce insolita che non è d’albero ma di folla. e i miei cani si drizzano su dal giaciglio, cominciano a fremere e a latrare.
Antho dalla finestra mi chiama col nome dello Spirto d’aere. ‘Ariel, come! come with a thought, delicate Ariel.’
Libertas non libera.
Cantano gli uccelli dell’alba. sembrano impazienti di superare l’un l’altro, folli in dar tutto, in dare col canto la gola e il petto e l’esile cuore. esprimono l’ansia del mattino. anelano di riempiere l’Universo.
Tale fu, non so più in quale evo, il risveglio di taluno.
Si stancheranno di cantare. si stancano. in sul primo credono avere un petto vasto come il giorno; ed è più tenue della più tenera foglia.
La massa delle magnolie è immobile. i rami del faggio purpureo non hanno il più lieve brivido. sembrano sentire l’avvento del sole come quel della Medusa che impietra.
Il canto corale prende a quando a quando una forma circolare: una ruota sonora che giri. poi il cerchio è come trafitto da alcune note più acute e più libere, dissonanti.
L’alba nel mio sentimento oscuro si profonda novamente nel limite del mare onde nacque: sembra ridivenir sottomarina. ha il colore denso della profondità.
La porpora del faggio è come il bisso. il verde della magnolia è come la malachite.
Ma il canto degli uccelli perde a poco a poco la sua divina spontaneità, la impetuosa allegrezza, la vittoriosa disfida: doventa un suono meccanico. la cupola delle magnolie è ora una officina ove operai diligenti iniziano la loro giornata di pena limando segando battendo martellando.
Ahi, non così è dei poeti immortali? non così di me?
I cantori s’involano. ciascuno va in cerca del suo granello, del suo ramo, forse del suo amore. rimangono nelle magnolie due tre quattro. persiste uno che canta monotono su tre note eguali: una staccata, due in coppia.
La strega di Tahiti apre l’usciolo del suo cafarnao; che cigola come se quel tristo volatile fosse riescito a penetrare nelle stanze del delirio.
Non so che misteriosa mescolanza di luna e di burrasca, di nuvole fuggevoli e di acque correnti, stanotte.
Su tutte le colline e su tutti i piani tutte le foglie degli ulivi si sono rovesciate.
L’argentea pace! una smania inesplicabile agita e sovverte tutto quel che luce.
I profumi rischiarano l’orgia come in antico la rischiaravano le fiaccole. la colórano, la rinnovellano, la compiono. la scelta è tra ispirazione e divinazione; e non ammette scambio né fallo. il gelsomino di Corsica ha la sua ora. ha la sua la rosa di Versaglia. così il fior di lilla bianco, e il violetto; così l’essenza di Cipro, il sandalo di Timor, l’heleneion di Lindo.
È savia cosa contemplare il corpo della compagna devastato, considerare il suo sgomento la sua ebetudine la sua smemoraggine: edificante come imparare a memoria un certo salmo di Davide dato al Capo de’ musici. la bellezza vendemmiata spremuta vuotata è misera ma non scema di bellezza.
Così la mia pietà, verso costei che ha servito il mio vizio, poco divaria da una lucida riconoscenza.
Ella è diminuita, mentre la mia vita mentale è accresciuta di elementi novelli. non il combattimento dell’angelo contro l’uomo Giacobbe ma la lotta dell’angelo contro la belva vorace.
E se, in fine, della belva io mi fossi nudrito?
Il suono delle ore nell’orologio publico non misura la mia notte. la follìa, scandita come il ditirambo, strugge anche il mattino e il meriggio e il vespro successivo.
La stanchezza, una certa stanchezza, è condizione maravigliosa per nuove ricerche di piacere. non altrimenti è a me condizione maravigliosissima per trarre dal mio cervello tutto quel ch’e’ può dare e pur di là da quel ch’e’ può dare. io m’illumino, e m’inebrio di me, dopo la ventesima ora dell’assidua ‘volontà di dire’. suona la campana della mezza notte? un giorno si schianta di ricchezza, un giorno incomincia nella ricchezza.
La divisione del tempo, quasi tagliente e aguzza come spada micidiale, mi provoca al duello in campo chiuso.
Di tutte le sentenze ammonitorie incise nei quadranti degli orologi da sole io mi beffo.
Come il pensiero della fine può in me abrogare questo privilegio di sentire e di sempre più sentire, che m’è fatto da infiniti esperimenti e rischi e delitti, da’ più diversi gaudii e dai più diversi dolori indefinibili e innominabili, da una lotta incessante contro la consuetudine contro l’obbligo contro la rinunzia, da una temerità e da un dispregio che nessuno mai esercitò eguali, dall’aver posto all’imo della bassezza umana l’obbedienza e dall’aver posto al sommo d’ogni valore umano la disobbedienza?
È il privilegio del primigenio questo d’una verginità perpetua dello spirito insonne. ‘io nacqui ogni mattina’ canta il poeta novo in una lauda della vita. nasco in quest’ora.
Nell’aprire i vetri per dar respiro e frescura alla malinconia giacente, scorgo la luna logora che sfiora la nuca della collina solinga. m’indugio su l’òmero della poesia.
Ho sete come nella notte febrile di Ronchi, quando l’amore senza figura offerse alle mie labbra il grappolo senza sorte.
noctivagvm melos.
L’alito che ti spira dal tuo viso
vien di lungi: dell’isola febea
dove Psappha alle Pleiadi cogliea
l’ode e il narciso.
Lo sguardo che t’è strànio fra le ciglia
viene dal mare e viene dalla rupe:
serra nell’ambra le foreste cupe;
né ti somiglia.
Il riso che ti scroscia insino al cuore,
frutto immite squarciato dal piacere,
vien della cornucopia e del verziere
e d’un sol fiore.
Il cruccio che s’aduna fra le tempie
è di castigatrice senza scure:
e’ t’inserpenta di vendette oscure;
e non s’adempie.
Non dell’Imetto non dell’Ibla aroma
ondoso e folto, non letale raggio
d’insania chiuso in alvear selvaggio
è la tua chioma.
Non il galèro fulvo che dai velli
del lupo trae Vergilio con man casta,
non la corintia gàlea sovrasta
a’ tuoi capelli.
Tratto questo tuo spirito secondo
con le due mani come un’arte mia:
ben so che il raggio della mia pazzia
è nel profondo.
Ecco. Il bacio che s’arca e non iscocca,
sembrando denudarti a poco a poco,
stampa nel mio pallore l’ombra e il foco
dell’altra bocca.
Se tu l’apra e mi scrolli in te confitto,
ardendo come gli ìnguini l’ascella,
t’amo con una crudeltà più bella
d’un bel delitto.
Fra tutti gli sguardi umani [ahimè, non conosco il mio sguardo se non nell’adulazione delle donne che tuttavia preferiscono in me non so quale cosa crudamente cieca, ahimè, se non nelle esclamazioni dei soldati dopo l’impresa da me forzata e condotta] fra tutti gli sguardi umani m’è fiso nella memoria quello di un coltivatore di api, d’un produttore di miele, che – nella sua visita primaverile agli alveari – traeva dal melario i telaini come libri rari da una biblioteca giacente, li sollevava con dita di liutaio, li esaminava volgendoli e rivolgendoli nella luce e nell’ombra; li riponeva, ne prendeva un altro. io ho quello sguardo, mi sembra, o almeno vorrei averlo quando esamino una mia pagina – rettangola anch’essa – o una pagina d’altri, o una qualunque opera d’arte ovvero frammento di arte: lo sguardo tecnico, lo sguardo del mestiere, della disciplina, del perfetto conoscimento.
Penso allo sguardo di Aristide Sartorio nell’esaminare la prova ‘avanti lettera’ di un’acquaforte; a quello di Adolfo de Karolis nell’esaminare il legno di una sua incisione reggendo il suo ferretto tra le labbra minacciate dal cancro.
Penso allo sguardo di Felice Alberghini nell’esaminare le due effe di un violino attribuito al Guarneri del Gesù, e il manico il riccio le fasce il fondo di un altro attribuito a Geronimo Amati.
Penso allo sguardo di Ettore Modigliani nel giudicio d’un fortunoso Domingo el Griego da acquistare per la Pinacoteca di Brera: a quello sguardo continuamente attirato dalle mani del monaco che tiene il teschio quasi non avesse peso, attratto da quel gesto misericorde, da quelle dita che sembran togliere ogni peso alla morte.
Chi può giudicare così, per esempio, le pagine del pianto nella ‘Contemplazione della Morte’ e quella dei cuccioli poppanti? chi?
Io forse, postero di me medesimo.
Nato, educato, esercitato a osservare tutto, senza un solo attimo di tregua, io colgo sùbito – in qualunque uomo in qualunque donna ch’io veda per la prima volta – il gesto maniaco: direi il ticchio se parlassi di cavalli.
I gesti maniaci involontarii incorreggibili rivelano in noi antiche attività antiche consuetudini antichi vizii della nostra specie, della nostra schiatta, della nostra ascendenza.
Anch’io ho i miei gesti maniaci, taluni inavvertiti, altri a me noti come mi si rappresentano nel farli, non senza un moto di corruccio o d’avversione quasi io fossi abitato da un estraneo indomito.
Dopo troppi anni imperfetti ho ricostruito l’interno mio Universo; e ne sono unico signore. ritorno forse alle origini, se l’uomo primigenio non ancor separato dalla struttura del mondo sentiva come un suo gesto un suo desiderio una sua parola determinassero una azione su gli esseri e su le cose della vita esteriore non altrimenti che su le rappresentazioni del suo proprio spirito.
Ecco: io non sono incluso nel sogno cosmico, né sono il centro del sogno cosmico, ma il sogno cosmico è la rappresentazione totale del mio cervello. ogni oggetto è attratto in me e si dissolve in me. io creo trasfiguro invento. non accetto nulla di fuori. non posso più tollerare nulla di estraneo. né credo che di una qualunque creatura o di una qualunque cosa io possa arricchirmi; perché non v’è cosa né creatura che nell’approssimarsi ai miei sensi non si dissolva per fondersi nella mia vita profonda.
Ora, se nulla mi resiste, di quali caratteri, di quali rilievi si compone la mia certezza?
Non ho certezza. e non ho limiti. sono senza limiti, così che in certe ore io perdo anche i limiti della mia carne. il piacere fa infinita la mia carne. trovo negli eccessi del piacere la mia più vasta spiritualità. perfino nella malattia non riconosco l’invasione di un potere esterno, la minaccia di un nemico larvato.
So che le cause del mio male sono nell’oscurità del mio spirito, che a poco a poco io rischiaro guarendomi. v’è, se io sono infermo, un fallo d’armonia non nella mia carcassa ma nella mia anima. ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come ‘un problema musicale’. ma forse son io quegli. cerco di ricomporre l’armonia con quell’orecchio pacato che la Musa ama.
E quanti viaggi ho compiuti durante la mia malattia, quante navigazioni, quanti perigli! mi basta guardare fisamente la parete il soffitto la finestra la porta.
Viaggiare non giova. io conoscevo la vera Grecia prima di approdare a Patrasso e di riverire Erme in Olimpia, prima di toccare le colonne del Partenone e le maschere micenee di oro. io conoscevo l’Egitto molto più veracemente che quando veleggiai sul Nilo e galoppai nei roseti verso le Piramidi.
Nato per esprimere, non mai come ora fui una potenza di espressione in continua opera.
Fui grande oratore? seppi con la parola trarre gli uomini e dominare gli eventi? ora per lunghi giorni resto in silenzio.
Non considero la parola come un mezzo di scambio. mi sembra di non poter più adoperare quel che Ugo Foscolo chiama ‘linguaggio itinerario’.
Lo studio lo studio lo studio mi ha reso tal maestro ch’io so esprimere l’inesprimibile e che supero nel mio stile di scrittore tutti gli uomini che scrissero in tutti i secoli. pur nella più tenue e nella più potente ode di ‘Alcyone’ non è tanto mistero quanto nei numeri della mia prosa recente; ove io aduno gli arcani della Magìa e quelli della Poesia non dissimili.
O prosuntuosa asinità dei giudicatori: di tutti!
Una gentildonna ieri scriveva dell’arte mia a una mia amica questo: ‘la vita, la vera vita in una forma di poesia che è la vita stessa.’
Questo – di una giovine donna dalle belle gambe non costrette in ‘bas bleus’ – vale quel che io medesimo scrissi di me nella Landa: ‘una sensualità rapita fuor de’ sensi’.
Postero di me medesimo confido ai posteri candidi o torbidi queste due formule.
E séguito a vivere, studiosamente voluttuosamente sprezzantemente: nel tempo medesimo più mostruoso del mostro e lineare come la perfezione.
Rileggo nel libro dedicato al nome di Melpomene, delle Istorie di Erodoto, l’episodio degli asini imperiali.
‘Abbandonò Dario negli alloggiamenti gli uomini infermati e gli inetti. anche lasciò quivi gli asini, che fece tutti legare. dissimulò questo stratagema, specie nel riguardo degli uomini, con varii pretesti. poi accese i fuochi del campo; e con celerità massima s’incamminò verso l’Istro. allora gli asini già inquieti, accorgendosi d’esser separati dalla compagnia consueta, si diedero a ragliare con inaudito furore. e l’immenso coro asinino persuadeva gli Sciti tuttavia durare nel luogo antico la presenza dei Persi.’
Il buon Erodoto non si lascia tentare dal descrivere lo straordinario orecchiuto concento; e passa oltre. io, pazzo amatore di vaste sinfonie animalesche, non mi tenni dal magnificare il coro estivo delle rane negli stagni di Mantova quando Isabella Inghirami era per convertire in arme corta il motto estense ‘Forse che sì forse che no’.
Ecco una terzina scolastica rinvenuta – senza data, senza indicazione di luogo – nella pagina dugento sessanta del ‘Dante’ scolastico di Scarto Scartazzini.
‘Gabriele io mi son tuo terzo nato
che avesti dalla Musa arcana; il primo
e l’altro non redarono il tuo fato.’
Dal medesimo volume trascrivo questi vaneggiamenti del dormiveglia, vergati in confuso – per mancanza di carta bianca – nelle prime pagine, sino alla xviii del proemio.
‘E costui dubitò perfin del Dubbio.’
Se l’umanesimo non è se non l’arte di farsi uomo di là dall’umano [scriveremmo una parola volgarizzata se non ci disgustasse per l’uso e l’abuso dei cercopitechi domestici], se l’umanesimo non è se non l’arte di construire sé medesimo facendosi il fabro del suo proprio ingegno, il suo proprio fabro mentale, io sono il supremo degli umanisti, ch’ebbi la pazienza ed ebbi la costanza di vivere in comunion di spirito con l’intiera somma della umana esperienza, con la Somma intellettuale e morale a noi conservata dalle Lettere greche e latine e italiane e francesche.
L’uomo è tanto più uomo quanto meglio ei sa isvegliare le virtù assopite nel sangue della sua razza e quanto più gagliardamente ei sa rappresentare esse virtù risuscitando in sé gli eroi che le magnificarono con le opere scritte e con le gesta compiute.
Io posso consentire di riconoscermi affine all’Alighieri e a Gianni dalle Bande nere; ma dico che dell’uno e dell’altro mi affranco per andare oltre, per farmi degno del parentado.
Scrisse colui ch’io volli chiamare all’italiana Michele Montagna: ‘que nous sert-il d’avoir la panse pleine de viande si elle ne se digère, si elle ne se transforme en nous, si elle ne nous augmente et fortifie?’
Quel Montaigne nella sua famosa torre aveva una libreria d’un migliaio di volumi. io nel mio eremo ne ho una di circa settantacinquemila. e anche le forme della condizione eroica: non soltanto con le odi e con le prose ma con le gesta e con le conquiste.
E mi rido degli spettatori e dei giudicatori, sempre, con un riso più vasto di quello detto omerico.
Quanto Michele Montagna frequentò il tedioso e ozioso Seneca! credette di appropriarsi l’antica saggezza facendo uno spoglio di massime enfie della lor propria vanità. poi, passando a traverso gli Opuscoli di Plutarco, si abbassò insino a Sextus Empiricus. ma costui l’aiutò a respingere per sempre la fede stolta di Seneca nella umana Ragione, e lo accoppiò dilettosamente con il Dubbio; cosicché per eccesso di voluttà mentale ei giunge a dubitare anche del dubbio.
La nostra mente? ah ah! ‘cette pierre de touche pleine de fausseté.’
Così egli conquistò la sua libertà, ed ebbe il coraggio di non approfondire se non sé stesso, il coraggio di non esprimere se non sé stesso.
Di tutte le sue letture e di tutti i suoi studii alfine ei seppe fare il suo miele. ogni succo e ogni sostanza ei convertì nel suo miele; che non ebbe il sapore del timo o della salvia o del serpillo ma un sapor singolare, un sapore unico, il suo sapore, il sapore e il profumo dell’arnia sua laboriosa.
Così fu egli nel suo secolo e ne’ secoli la perfettissima Ape: l’ape che mellifica e che pugne: l’ape che produce la cera come materia per le sue costruzioni e non per illustrare alcuno altare, alcun casolare: insomma l’ape moritura e immortale nominata Ego.
Quanto son io riconoscente a questo Montagna per questa sua dottrina lirica che, senza conoscerla, io esercitai fin dalla prima adolescenza e più profondamente esercito nella mia vecchiezza robusta. ‘c’est une absolue perfection, et comme divine, de sçavoir jouyr loyallement de son estre.’
Al veloce impeto di queste parole scritte senza penna non consente questo Dante? Dante della Cavallata, Dante priore, Dante proscritto, Dante bilioso libidinoso rabbioso imperioso vendicativo feroce crudele: Dante accoppiato alla Gentucca e alla Pietra su l’origliere di Beatrice: Dante violento contro natura che osa svergognare Brunetto maestro incomparabile: infine Dante morituro che trasfonde la sua ombra all’ombra della pineta di Ravenna e del suo sale insala il lito di Chiassi, la mia riva adriatica.
Certo egli consente se il terzo de’ suoi figli battezzato fu Gabriele degli Alighieri.
Pur ei disse di me:
‘a te fia bello
averti fatto parte per te stesso.’
Di me disse:
‘rimasa ogni vergogna,
tutta tua vision fa manifesta
e lascia pur grattar dov’è la rogna.’
E questo di me verace epitaffio incise:
‘D’ogni valor portò cinta la corda.’
ferrevs scriptor et fervs.
ferrvm est qvod amat.
Pilucco un grappolo d’uva scelto intra le frutta a me inviate da ‘frutticultori’ ignoti ma certo remoti.
La buccia è tanto dura che sembra fatta di un vetro pieghevole, d’un vetro, studiato da Francesco Redi. ogni acino è una piccola fiala, tra verdiccia e gialliccia, che contiene una gocciola di nettare, una sostanza ambrosia.
M’incanto in una lunga imaginazione per giungere a determinare i lineamenti di quell’uomo industre che riesce a indurire la buccia dell’acino e a farne una fialetta di dolciore che supera forse quella dei granelli piluccati nella vigna opima.
Penso a un disegno su carta verde di Alberto Duro nel tempo del suo soggiorno in Vinegia dove Erasmo correggeva le stampe e beveva un malvagio vino nelle case di Aldo.
Porto la terra d’Abruzzi, porto il limo della mia foce alle suola delle mie scarpe, al tacco de’ miei stivali.
Quando mi ritrovo fra gente estranea dissociato, diverso, ostilmente salvatico, io mi seggo. e, ponendo una coscia su l’altra accavallata, agito leggermente il piede che mi sembra quasi appesantirsi di quella terra, di quel poco di gleba, di quell’umido sabbione. ed è come il peso d’un pezzo d’armatura: dell’acciaio difensivo. suo se pondere firmat.
Io sono di remotissima stirpe. i miei padri erano anacoreti nella Maiella. si flagellavano a sangue, masticavano la neve onde s’empievan le pugna, strozzavano i lupi, spennavano le aquile, intagliavano la siglia nei massi con un chiodo della Croce raccolto da Elena.
Il sapore della Maiella è tutto nel nostro cacio pecorino.
Un vecchio amico di mio padre, un patriarca di Fara de’ Peligni, me ne manda ogni anno. domando al servitore che mi porti la forma onde fu tagliata la fetta a me servita, in un piatto di Castelli, in una maiolica di Francescantonio Grue.
È il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che può rotolare su la strada maestra a guisa di ruzzola in gioco.
Miro e rimiro. non mangio più. a dieci anni ero anch’io un ruzzolante su la strada di Chieti; e sapevo legarmi al braccio lo spago e avvolgerlo intorno al cacio e prendere la rincorsa per tirare, entrando in furia se la mia gente rideva di me.
Vige in me un affetto etereo che si accresce insensibilmente come il musco nella parete o nella quercia, come l’arena nel lito, come le ore nel giorno, come i giorni nell’anno.
Nell’ora della mia natività, nel tetro anniversario, mentre irreparabilmente varco il limitare della esosa vecchiezza, carico d’anni e pur tuttavia irto di desiderio e ancor pronto a tendermi come arco che non falla, valido a balestrare la volontà nel segno, ecco dinanzi a me in un bel vaso di Persia un fascio di rami fioriti di mandorlo: il gonfalone di un albero straziato al mio dispetto, che stasera non sarà più fiore né sarà mai frutto.
Timbra è il nome d’un’erba odorosa, e di un de’ luoghi ov’era venerato Apolline.
Ecco una lode ellenica della mia levriera diletta: ‘niuna lancia è mandata più veloce di lei, né la pietra scagliata dalla frombola.’
Talvolta la poesia è trasmessa da una specie di sostanza senza sostanza, di materia spogliata d’ogni qualità e servigio. talvolta si crea nel punto dove la vita come materia coincide con la vita come spirito.
Una pagina di tal poesia è immarcescibile come il cedro delle fondamenta di Venezia, come il legno dei violini illustri, come la corona del martirio.
Là dove io vissi, al margine del secolo, le vaste menzogne le belle frodi le ambigue illusioni si levavano con Espero, come inalzate cantate incantate dalla voce delle acque invisibili che travagliavano la rupe traforavano il sasso risolvevano ambagi ravvolgevano meandri: opera lieve, opera dura, opera fugace, opera costante.
Mi sia dato appiccare alla mia coppa le anse dei crateri greci con le loro impronte di fabbrica, che vidi nell’aula ov’è l’Apolline seduto su l’ònfalo di Delfo.
Sono come un’ombra a traverso la porta di bronzo, non viva né morta, né passibile di destino, né della terra né di sotterra, tra i giorni che saranno e quelli che furono.
Tutto vive e tutto perisce per la forma.
Il problema dello stile è di ragion corporale. taluno scrive col suo corpo intiero. il suo stile è una incarnazione, come nel mito del ‘Verbum caro factum est’ o nel motto del Caravaggio.
Tutte le mie ansietà affannose verso la perfezione io le offero al mio vizio, le sacrifico al mio vizio vivo con tutte le sue radici di mandragora, potente in tutte le sue radici maschie di dolore, di orrore, di sacrilegio, di penitenza, di giubilo, di disperazione.
Uno scultore ‘animaliere’, disceso di quel Pisanello che trattava da altiero maestro anche il corpo umano come nel rovescio di alcune sue medaglie celebri e nascoste, il mio compagno Renato Brozzi – di Parma come Ildebrando – m’intaglia una Venere lunga, molto lunga dagli inguini ai malleoli, stralunga, per indulgere al mio vano amore delle ismisurevoli gambe, in un avorio d’insolita misura e d’insolita struttura donatomi da un amico di Calabria reduce dall’Africa monstrifera.
Ogni causa è inconoscibile, anche quella che sembra conosciuta.
Il mondo non è del vano conquistatore ma dell’artefice solitario. il mondo, perituro e perenne, non fu creato se non per esser converso dall’arte in forme sovrane e immortali.
Puerilmente Alessandro macèdone imitava il metro di Omero cieco.
Nessuna stupidità prosuntuosa eguaglia quella di coloro che cercano di costruire una teoria del miglioramento di questa razza umana nel senso della forma fisica.
La Giulia di Gargnano può sostenere il paragone degli esemplari sommi dell’arte ellenica. ha forse il più bel torso di donna a me noto. ed è nata d’una famiglia ambigua tra meschina borghesia e contadiname impuro. il padre, mutilato, inadatto ad altri mestieri, ha preso in fitto una casupola e un breve campo che malamente ei cerca di coltivare, non vivendo se non di sacrifizio, traendo seco nei disagi e nelle pene la sua figliuolanza.
E Giulia è ammirabile nelle particolarità più rare, nelle perfezioni che sono il segno dell’inclita stirpe, del lignaggio celeste, onde discendevano o dove risalivano i modelli di Prassitele e di Fidia.
L’omero, l’ascella, l’inserirsi del braccio al busto, le inflessioni agevoli della schiena dalla nuca al sacro, la linea del mento e della mascella sul collo che mi fa indicibilmente vivo il latino ‘teres’; e le piccole mammelle divergenti, le stupende modulazioni nella parte interna della coscia, il solco esterno della gamba simile a una stria dorica di scarpello fuggevole, il piede stretto che mi dà imagine d’una di quelle magnolie appena colte che i fiorai sogliono serrare con un vimine perché non si slàrghino. questi sono prodigiosi capricci del genio bizzarro preposto a vestire gli scheletri. ma chi ha intonato d’una tal voce un tal petto? certe note basse del suo dire sembran fare delle sue coste le nervature d’una navata di basilica, tanto profondamente risuonano quasi ampliando l’intiera architettura umana. la sua voce sembra aerare tutto il corpo, echeggiare digradando sotto la pelle insino al piede che s’arca come nell’inizio della danza.
In quale statua il sobrio e il grandioso, il venusto e il robusto, la grazia e la possa si armonizzano così magistralmente?
Atalanta e Calliope nella Giulia di Gargnano, o miglioratori della mala genìa male stampata.
Dinanzi ai visitatori agli indagatori ai testimonii la mia cupa tristezza ha il volto e il gesto di una allegrezza quasi frenetica.
Chi mai mi ‘vide’ triste? chi mi vede triste?
Io ho saputo accordare il mio riso con tutti gli aspetti del mio soffrire.
Fratelmo Gian Carlo di Riva, quando sono smisuratamente gaio, dice a sé stesso: ‘Come deve soffrire il mio Comandante!’. e, poiché egli mi ama forse unico, i suoi buoni occhi fedeli si velano.
La mia gioia palese è l’esaltazione e la esasperazione del mio coraggio. e non di rado mi avviene che dal mio studio di nascondermi nasca una singolarissima gioia intima, quasi a compensarmi dello sforzo e ad assicurarmi in quel che valgo e posso tuttora; perché sento che anche una volta esercito la magìa occulta, la vera alchìmia spirtale, e che son lungi dallo smarrirla.
Alludo alla facoltà di creare da una qualsiasi cosa contraria una perfetta cosa contraria: alla virtù di conciliare l’inconciliabile e di dominare l’indomato, di asservire l’indocile e di servirmene con eleganza accorta.
Che val mai la stolta o pazza smania della felicità che in noi persiste quando più siamo infelici? che giova quel sospiro verso la bellezza mentre tutto è brutto nella nostra vita? quell’anelito verso la grandezza quando tutto intorno a noi è meschino?
Io con la mia libertà e la mia incuranza, io cortesissimo pur col proposito di non esitare a volger cortesia in villania, io so quanto mi sia difficile isolare il mio travaglio intimo. le apparenze esterne, i rumori esterni dissolvono talvolta ingenti masse di vita mentale.
Ecco, per esempio, la difficoltà di porre in corrispondenza la mia inquietudine laboriosa con quella monotonia dell’uccello in quell’albero quieto. è certo un merlo, tra merlotto e merlone, che vuole imparare a cantar senza maestro. il merlo è il mio nemico, sia pennuto sia implume.
Poso l’asta. cerco uno de’ miei taccuini di Cattaro. v’è oltre la vita e la morte un’altra plaga dove possa abitare l’asceta? v’è quel ‘terzo luogo’ dove io credetti respirare nella notte di Cattaro, nella notte illune, lungi alle due rive, all’amica e alla nemica, tra le stelle nebulose e l’Adriatico senza fari?
Ma, se v’è il terzo luogo, da qual regione oscura vengono a me i miei sonni e i miei risvegli che recano già risoluti i problemi della vigilia insolubili?
Spesso, troppo spesso, da amici che si vantano devotissimi e fedelissimi, mi sento chiedere: ‘ma come puoi tu perdere tante ore, che tu chiami euclidee, davanti al Triangolo o al Delta rovescio? questa tua non è passione; peggio: è una specie di demenza, una incomprensibile mania.’
Cari poveri amici ammonitori! ‘o amici, non ci sono amici’ sentenzia Aristotele ch’è tuttora autorevole. certo, nulla al mondo è incomprensibile quanto una passione a cui l’uomo sia interamente estraneo. l’estraneo nella sua censura abbassa la passione al vizio, la agguaglia alla più lorda bestialità: si effonde in parole di dispregio e di abominio: ne’ miei riguardi invoca l’esorcista, e cita l’episodio biblico dell’indemoniato.
Poche sono le mie passioni, pochi i miei vizii; ché le une e gli altri sono estremi.
Uno mi domanda: ‘tu fumi?’ rispondo: ‘ho fumato nella guerra, contro l’odore del prossimo
‘Avete la passione del gioco?’ mi chiede un altro.
‘Sì: estrema. non quella che arde e tace nelle sale da gioco intorno alle tavole coperte di panno verde. la prima volta ch’io visitai Montecarlo, con Petrillo Trabia e altri, i miei compagni sconfidati di comunicarmi la febbre mi trassero a un chiromante in ozio e presentarono una delle mie mani alla sua sapienza. egli guardò le linee semplici e rade nella mia palma leggera; e incominciò così il suo responso: ‘esprit un peu lourd.’ vacillò sotto uno scroscio di risa che lo percotevano come grani di grandine.
Appesantito, non volendo e non potendo essere sfrenato giocatore né dilettarmi al rumore delle palle e dei rastrelli e dei dischi né addormentarmi alla voce stanca e infausta dei commessi di gioco, m’ingegnai di penetrar nell’animo di un gran giocatore smilzo scarnito pallido taciturno da’ grandi occhi febrili.
Compresi, e consentii da presso, quando egli mi confessò con una sincerità indubitabile che per lui non valeva se non il rischio, e che il guadagno gli era estraneo.
Il denaro avvilisce la passione, avvelena l’eroismo.
La passione vera non conosce l’utilità, non conosce alcuna specie di benefizio, alcuna specie di vantaggio. vive, come l’arte, per sé sola. l’arte per l’arte, la prodezza per la prodezza, il coraggio per il coraggio, l’amore per l’amore, l’ebrezza per l’ebrezza, il piacere per il piacere.
Consentivo al giocatore magro, senza riserva e riserbo.
Nella mia giovinezza, quand’ero perplesso nella scelta fra due venture o sventure, quando non m’era lecito tra due offerte rispondere ‘tutt’e due’, usavo ricorrere all’alea. avevo sempre meco in un bossolo d’oro gemmato due dadi d’avorio. agitavo il bossolo e gettavo i dadi senza spiare la sorte.
Ospite di Francesco Paolo Michetti a Francavilla, nel Convento francescano, dove stavo scrivendo ‘L’Innocente’, un giorno fui sorpreso dalla visita di Leopoldo Muzii mentre ero per gettare i dadi. giocatore disperato e celebre Poldo gettò un grido involontario e tutto s’accese, rifiammeggiò veramente, come nel rogo che l’adipe dell’arso incita.
‘Mbe’, Gabbrié, che te vvo jucà?’
M’aveva tolto dalle mani il bossolo, e l’agitava simile al grasso lanzichenecco davanti al tamburo. non gli resistetti, tanto mi piacque l’ardore della passione che riesciva a dare una levità di fiamma per alcuni attimi alla sua corpulenza provinciale. giocammo a dadi, come due veri lanzichenecchi o due guardie svizzere del Papa sul cuoio steso del tamburo imbelle.
Io affogavo ne’ debiti, povero in canna. canna della fistola di Pan? persi diciassettemila lire. e non m’impiccai.
‘Nel voltare una carta, nel seguire il giro della rota’ mi confessava un amico ‘io provo una emozione non comparabile se non a quella dell’amore. ma tra le due, per intensità, preferisco quella del gioco.’
Dunque, pur sempre, la sola cosa che valga nella vita e nella morte è il dono di sé, la dedizione dell’essere intiero.
‘Sì, quando io gioco, sento aumentare la mia propria vita. vivo come non mai. tocco il limite sommo della mia forza, della mia libertà, della mia temerità. chi disse che la vita è sogno? la vita è gioco.’
Ecco che c’intendiamo. io ho sempre vissuto contro tutto e contro tutti – non soltanto in Fiume d’Italia – affermando e confermando ed esaltando me medesimo. ho giocato col destino, ho giocato con gli eventi, con le sorti, con le sfingi e con le chimere. il vero giocatore di baccarà o d’altri giochi rischiosi e veloci seduto alla tavola verde ha in sé qualcosa del mio sentimento sfrenato; che è la vera nobiltà e la vera bellezza della mia vita lunga.
Il giocatore – che gioca contro l’avversario seduto di fronte a lui o che punta contro la banca – crede di combattere contro una potenza misteriosa cieca e invisibile; che per lui ha una essenza spiritale: pronta a dileguarsi a ritornare a tentare a incitare a sfuggire a vanire a ripresentarsi novamente.
Dal tempo lontano di Montecarlo io serbo nella mia memoria certi volti di giocatori veri, senza guadagno, senza alcuna cupidigia di oro: sì, certi volti che non dimenticherò mai. li rivedo in me con tutti i loro rilievi, come se pur ora io li lavorassi con la mia acquaforte segreta.
Come diversi dai volti de’ miei giocatori pescaresi, di Pescara città di Gioco come il Vasto è città di Grazia!
Li vide, li cercò, li mirò la mia infanzia tormentosa.
Voglio ancóra svelare me a me stesso. voglio dire come l’impronta della mia città natale sia stampata in me, e nel meglio di me, fieramente. ricordare ricordare, voglio; e gettare la mia miseria nel gioco mortale.
Balzato di sella quadrupes eques
Dalle prime ore del mattino fino al mezzo giorno rimango nella zambra della Zambracca a scrivere a leggere a studiare sottilissimamente intorno l’arte della maiolica di Persia.
Maiolica è parola impropria. ‘Faïence’ degli studiosi franceschi è impropria. dirò terra invetriata? anco questa è parola inesatta. o povertà! tanto familiari e congiunti siamo, io e il vocabolario, perché siamo poveri amenduni.
I ceramisti dell’epoca del primo Chah-Abbas insino ai miei Robbia sono mal noti, male esaminati, troppo spesso falsati e d’una importuna rarità come esemplari e come documenti.
Occasione dello studio singolare è un piccolo piatto a me venuto dalla raccolta del mercatante Lambert; il quale giustifica l’alto prezzo dichiarandomi che il detto piattello è dei primordii ‘Kakaplate’. questo vocabolo, che indica la specie venerabile e molto preziosissima, mi turba come una minaccia ventrale e come la denominazione di una malattia oscura e chiara nel tempo medesimo. consulto invano una tavola cronologica delle dinastie persiane, da quella dei Saffàridi a quella dei Selgiucidi, da quella dei Gengiscànidi a quella degli Zends. e, come spesso mi accade, vado errando tra le imagini della Persia di Dienhanghyr, di Bokhary, di Bahzadè.
Alla ignorante Simonetta avevo raccontato nei primi giorni la storia di Maghnun e di Leila, perché ella accogliesse il suo nome cubiculare. perché tanto m’indugio nell’interpretare il capolavoro di Bahzadè che rappresenta appunto la storia di Maghnun e di Leila gareggiando con l’ode insigne del poeta Anveri?
Ecco Maghnun il folle, l’ambizioso deluso, eccolo scarnito e afflitto di contro a Leila estenuata e disperata, accosciati entrambi nel pianoro di una rupe ignuda. intorno la coppia infelice sono raccolti a coppia gli animali diversi: i giaguari le gazelle le lepri le anatre gli ibi i falchi: a coppia tutti fuorché il pavone il cane e il coccodrillo. soli questi tre sono deserti. e io penso che sieno per significare la solitudine inviolabile dell’orgoglio, della fedeltà, della crudeltà.
Di meditazione in meditazione, di sogno in sogno, assaporo divinamente la mia stessa solitudine. sono beato di sentirmi solo, di essere solo. come ridoventa viva e fresca nel mio profondo l’antica sentenza degli asceti ‘Solitudo sola beatitudo’! veramente fioriscono le solitudini.
Le ore passano. scocca l’ora dell’amante, l’ora citerea; ch’io chiamo per me segreto l’Ora dell’Invenzione.
Mi alzo per accertarmi che la porta del Prigione è chiusa, e che non è possibile alla forza e alla frode penetrare nel penetrale.
Leila è giunta? offro in pensiero un sacchetto d’orzo al suo caval bianco rimasto dinanzi alla mia porta difficile. o nella mia mattonella infissa?
Sono solo. sono nel colmo del mio digiuno rituale. nella Loggia dell’Apollino è un’ampia coppa di frutti. c’è l’uva che ieri m’inviò da Pegli il conte di Grado Luigi Rizzo, il mio diletto compagno di Buccari, il mio ammiraglio delle navi ribelli o rubate in Fiume d’Italia. sotto la specie del rimpianto. ci sono le pesche stupende che mi ricordano quelle d’Abruzzi: polpa e sugo, sugo e polpa; e il sapore che si assottiglia nella buccia per donarsi soltanto al gusto esquisito; e il nòcciolo duro che non è là se non per insegnare la voluttà della durezza inviluppata di mollezza e di succulenza: il nòcciolo scabro che serra il veleno per gli ignari, negli anni della casa paterna rotto tra due pietre da me fanciullo periglioso.
Ho un bacino d’acqua ancor fresca. lentamente pilucco i grappoli di Pegli e quelli di Bolzano, comparando con molta attenzione i due sapori.
La coppa era preparata per Leila. tuttavia Leila è presente con tutta la sua vita di frutto immaturo e maturo, dall’ora che la conobbi a quest’ora che la deludo. e gioisco e patisco di lei più misteriosamente che s’ella fosse nel mio letto ignuda o sopra i miei cuscini d’aremme seminuda.
Per una di quelle transustanziazioni che senza miracolo compie il mio cervello alimentato dal fuoco degli ìnguini, gioisco di Leila in ognuno de’ miei versi rapiti a Saadi, in ognuna delle mie mattonelle, in ognuna delle mie figure, in tutta l’arte di Persia mistica e sensuale.
L’Elam, la Susiana, fu sotto il dominio di Dario una satrapìa. l’arte degli Elamiti è all’origine dell’arte persa. o gigli di Susa! corrispondenze arcane.
Mi rimane un solo grappolo. sono tuttora solo.
‘Chi coltiva i frutti degli orti quegli coltiva la purità’ canta un de’ primi comandamenti dell’Avesta.
Un certosino, di nome incerto o travolto, in un Trattato della Vita interiore dice: ‘se tu tracanni un bicchier d’acqua fresca e tu n’hai piacere, tu cadi in peccato, tu prevarichi.’
Io ho contato stanotte tutte le stelle di prima grandezza: le Chiare. noverate le ho come i miei cani nel mio canile: ciascuna per l’antico suo nome.
La poesia stamani abita in un groppo di nuvole temporalesche.
Da qual vena di poesia scaturì quella parola L’Oreade che ieri trovai scritta con un inchiostro ingiallito sul margine d’un libro veridico dedicato alla vita e alla morte del Bonaparte, nel passo ov’egli desidera essere sepolto presso la dolce fontana di Sant’Elena ombrata di salici amarulenti?
L’Oreade! non la Naiade cœrulea soror.
Io ho diviso i giunchi foltissimi su l’Asopo di Beozia. ho rapito tre foglie agli oleastri dell’Alfeo. ho reverito il pioppo bianco su un fiume di Tesprozia nomato Acheronte.
Nella mia prodigalità, nel mio fasto, nella regale mia magnificenza, la mia porta è sempre aperta alla mia miseria.
Hans holbein stava dipingendo Antonio Fugger e la sua famiglia. io gli preparavo la tavolozza parca.
Quando Carlo Quinto venne ad alloggiare in casa di questi Fugger banchieri d’Augsburgo, un d’essi accennò ch’io togliessi la lucerna di sotto il moggio e glie l’avvicinassi. accese una polizza al lucignolo doppio. poi si chinò per dar fuoco al fastelletto di cannella posto sotto la catasta delle legna nel camino della camera. la polizza non era se non la ricevuta degli ottocentomila fiorini dati in prestito all’Imperatore.
Il tizzo scoppietta imitando gli schiocchi d’una frusta d’Abruzzi nella strada maestra.
Non so quali foglie; agitate dal vento, fanno un rumore simile a quello dei cani che si gettano su le scodelle di zuppa.
Ora che so alfine qual sia l’essenza dell’arte, ora ch’io posseggo la compiuta maestria, ora che dopo cinquanta libri ho appreso come debba esser fatto il libro, ora non ho se non il vespro di domani per esprimermi intiero, non ho se non il vespro di domani per cantare il novo mio ‘Canto novo’, e per illudermi d’esser lieto.
V’è un tono del silenzio.
I silenzii umani si distinguono per toni diversi. anche il tono d’un medesimo silenzio d’uomo può variare. conosco le variazioni del mio come conosco i modi e i limiti della mia voce.
La vita interna aumenta nella stanchezza, s’accresce nel riposo dell’uomo forte. come rievocherò le plenitudini, le più armoniose abbondanze, in certe ore di tregua e di estremo sfinimento, al colmo della mia guerra? le caverne del Carso han conosciuto e protetto il meglio della mia vita mentale, i pensieri senza numero nati da una imagine sola, le musiche ricche generate dalla monotonia del mio motore volante.
Più attendo quando più ho fretta. più mi contengo quando più sono impetuoso. più mi velo quando più son lucente. più mi spengo quando più sono ardente: soffoco le faville, non il fuoco addentro.
Certo io non vorrò mai raccontare quel che so e che voi ignorate né conoscerete mai. io ve lo dico senza rancore e senza orgoglio, pacatamente: mai.
È notte. sono solo. a chi parlo?
Nessuno ascolta. nessuno spia. non v’è ombra che si pieghi e si sporga di su le mie spalle curve all’opra.
Come Erodoto, i viaggiatori hanno mentito. come Plutarco, gli scrittori di vite illustri hanno mentito.
Se l’italia m’è un enigma, non io sono un enigma per l’Italia?
L’uomo coraggioso non è quegli che ha compiuto un atto di coraggio o condotto una impresa temeraria; ma quegli deliberato a concludere coraggiosamente la sua vita che fu coraggiosa in tutto il suo corso, in tutto il suo corso magnanima.
Sono scomparsi gli interpreti delle preghiere e dei sogni.
Scrivo questo mio sogno senza interpretarlo.
Nella mia giovinezza, dopo il trapasso del mio padre, le nostre terre e le ville – quella del Fuoco, quella del Trappeto, colme entrambe d’imagini della puerizia e dell’adolescenza – furon vendute all’asta. la casa paterna fu riscattata dalla dote della mia madre.
Assisto in sogno, con indizii appariscenti, con una evidenza più manifesta della realtà, assisto alla spoliazione. rivedo tutta la tristezza dei vecchi contadini che ci lasciavano, il loro pianto, il loro gesto tremulo. alcuni s’inginocchiavano dinanzi alla mia madre per baciarle l’orlo della vesta. alcuni mi baciavano le mani, me le bagnavano di lacrime. certe donne recavano le ultime offerte: una mela, un pugno di noci, un ramo fronzuto di albicocche, un tralcio di vite con pampani e grappoli, una caraffa di vino de’ Colli, due polli, due capponi, un agnello, ‘na pizze de grantìnie’…
Di là dalle stagioni, di là dalle Opere e dai Giorni, tutti i riti e tutti i simboli si ripresentano nel sogno. e ancóra le rondini sotto le volte della cantina. le pecore belano, i bovi mugghiano, il grano cricchia all’urto delle pale nel granaio.
La villa del Fuoco al tempo del mio soggiorno con Maria di Gallese, con Marioska, nella ‘luna di miele’; la nascita del primo figliuolo; la desolazione e la paura tra le grida della partoriente; i primi strazii umani ne’ precordii, tutto mi torna in sogno.
Premuto contro il guanciale il cuore si fende si scioglie si duole. è come un sogno precursore di agonia.
Questi volti rudi e scuri dei contadini mi riappariscono come i visi degli angeli? una rondine si partirà dal mio petto con l’ultimo anelito? volerà verso un nido abbandonato sotto una volta della cantina? mi addormenterò io per sempre sopra un poco di paglia nel carro dipinto? il timone senza buoi è posato sul moggio, sul barile, o sul termine róso, su la pietra di confino.
Ora un gruppo d’uomini della gleba giunge sollevando con le braccia una vite enorme: la Vite del Signore. le facce mal tagliate, scolpite con l’accetta del carradore, sembrano alleviarsi nell’ondeggiar de’ pampani quasi azzurrigni e nel brandir de’ sermenti sotto il peso dei grappoli scossi. tanto fragili sermenti che non si spezzano, come l’arco teso non si spezza.
Mi guardano gli occhi della vite e gli occhi del colono.
La schiera s’è ferma. e incomincia la lamentazione.
Tuttavia le braccia restano alzate nel sostenere la Vite del Signore. soltanto le radici divelte, ancor terrose, sfiorano il suolo.
Azzurrigni i pampani e rosati i sermenti. una vicenda del cielo scurisce i pampani che doventano di color plumbeo. ingiallire sembrano i sermenti come la cera grezza, mentre la lamentazione è misurata da un sussulto che va dalle gomita alle pugna nelle braccia fosche in dove le vene si gonfiano.
Morto mi vedo tendere sopra due aratri appaiati e avvicinati da quella specie di crivello rettangolo che appresso noi serve a nettare il frumento.
Così alla tomba della mia madre io non diedi se non una croce formata coi due legni incatramati d’un de’ nostri trabaccoli.
Forme di Passato, forme di Futuro, certe femmine aduste e affrante, dure come ceppi in pieghe di gonna diritte eguali, assemprano le Parche frugìfere, vengono al mio feretro adunco sotto la nube del mito, non sotto l’ombra de’ pampani: vengono alla mia fine dalle religiose lontananze della mia poesia non espressa.
Apro gli occhi, senza muovermi. mi metto a singhiozzare.
Antho dice senza dolcezza: ‘piangete?’
Non posso parlare. il mio pianto sembra riempire tutte le fiale vuote del filtro, mescolarsi all’empio supplizio, alla nera malinconia.
Antho dice non senza scherno: ‘credevo che non poteste piangere, che foste l’unico uomo arido su questa terra flebile.’
A un tratto il mio orecchio ode il primo canto degli uccelli nelle magnolie.
È un canto misurato, quasi a percussione, arsi e tesi, per battere la luce incerta, per sollecitare la luce esitante.
E la percussione del canto mi somiglia quella della treggia su l’aia: su l’aia lontana della mia origine.
Acini di luce esprime il canto, granelli di frumento solleva la treggia ostinata.
Questo è un altro sogno.
In un chiostro dell’undecimo secolo, dinanzi ad alcune pietre intagliate che il mio sguardo affettuoso fa rivivere come un sentimento o un intendimento passati e futuri.
Le sollevo dalla polvere e le consegno al custode del chiostro, che è il mio diletto amico.
‘Prendile, Bosuè. tu medesimo le disponi nella parete che già respira.
Dentro te nell’amor tuo ritrova la loro ordinanza. con le tue stesse mani, Bosuè, tu le disponi come figure di musica non interpretata, come segni di melodia senza stromenti.
Con l’arte tua silenziosa, o mio fratello estinto, riconsegnale nella pace di questa parete esanime che già respira, e s’intona; e forse è per cantare secondo un modo inaudito, in un de’ tuoi modi, col soffio senza suono.’
[Quante particolarità mi sfuggono al risveglio! la luce nel chiostro era d’un azzurro argentino come l’azzurro d’una vetrata nel velo del gelo. le pietre scolpite avevano quel color verdastro ch’è dato dalla lunga e cupa umidità: eppure alle mie mani parevano asciutte, erano aride. né avvertivo alcun senso di freddo nel toccarle. penso che avessero il calore del mio corpo mortale.
Il custode del chiostro non aveva aspetto di morte. era vestito di scuro: quasi baio castagno.
Mi avvicinai al suo orecchio per dimandargli: ‘ti chiamavo Bòsue o Bosuè?’
Sapevo che le mie parole dovevan essere incise. ma non so perché sapevo questo. non so più nulla.
‘Forse il tuo vero nome di spiaggia è Màgdalo.’]
Questo è un altro sogno.
Forse è un ritorno oscuro dell’episodio di quel cavalleggiere ucciso dal calcio del maremmano quando io ero volontario in un reggimento di cavalleria. nell’ospedale del Celio frequentavo la sala anatomica, e facevo esercizio d’allacciar vene in cadaveri di tubercolosi. quella volta segai con arte il cranio dell’ucciso e tenni entro le mie mani la massa del cervello venuta fuori. da nessun’altra sostanza mai m’ebbi un tal turbamento ed esaltamento. chiusi gli occhi per fingermi il peso del cervello di Leonardo, di Galileo, di Will Shakespeare, di Pierre Curie.
Nel sogno, io medesimo scoperchio il mio cranio. prendo fra le mie dita quasi aeree il bulbo dell’occhio. scopro e tocco il nervo ottico, lo palpo, lo rimiro, con una sensazione intiera di grossezza, di colore, di durizie, di sublime vita mentale.
Ho sotto il mio esame intentissimo la mole del mio cervello vivo. studio e m’inebrio, come nel Celio laggiù. insinuo le mie dita aeree nelle sinuosità tiepide; le ritraggo tinte d’un sangue ricco e quasi ornativo che ne fa i tentacoli di un mollusco flessibile e colorato. per alcuni attimi il sogno mi sfigura trascinandomi in un fondo marino raggiato di cefalopodi, rinchiudendomi poi nei cristalli di un aquario squallido. infine mi restituisce nelle dita il mio cervello. e la mia intuizione del mistero mentale si moltiplica. esploro a una a una le ambagi del grigio labirinto. vado cercando un seme ne’ solchi? ritrovo la veggenza del cieco che vergò le diecimila liste del ‘Notturno’. riconfermo quel che nel ‘Notturno’ fu divinato. pel nervo ottico, per mezzo dell’intiero congegno oculare, a me si scopre questa cerebri ambago flexa perplexa connexa. penetro nel segreto che è il prezzo del mondo.
Quando vivevo nell’oscurità fiammeggiante, ferito all’occhio destro, minacciato di perdere il sinistro, agguatato dalla pazzia, non vedevo i ‘bastoncelli’ rosseggiare esatti nel fondo della irridente disperazione, e non li descrivevo a Giuseppe Albertotti attonito? non vedevo nel cervello un intrico di vie? di vie irrigue. il demone crànico è viale, come Erme e come Eracle.
Un altro sogno è questo: il sogno nato dal ‘Gioco della Rosa e della Morte’.
Sono per accogliere l’attrice in un palagio da me costruito e ornato con un’arte che non conobbero i papi né i re, non i dogi né i soldani.
Ora in lei è non so qual sublimazione, non so qual sommo e colmo di giovinezza, come per un fato retrorso degli anni.
Presenti all’invito pochi, e singolarissimi. ma i loro aspetti rimangono stampati nella mia memoria plastica, dopo il risveglio.
Prima di danzare ella è seduta in silenzio: assisa come la sibilla che attende entro sé l’iddio o che già in sé l’ascolta.
Qual fato statuario e spirtale la sublima? quando mi guarda senza sorriso è in lei qualcosa di più umano e di più dolentemente dolce.
‘Par quel mystère vous m’apparaissez plus humaine, tout en étant plus divine?’
Ella abbassa lo sguardo su’ suoi ginocchi. anche una volta ho la sensazione indefinibile della vita particolare e indipendente delle sue gambe. non ci sono occhi che vivono ‘da sé’ come due creature che non appartengano a chi li porta ma a un essere visivo non visibile? non ci sono mani che vivono di lor vita solitaria come distaccate dai polsi? io non ho sentito viver sola la mammella sinistra di Venturina?
Liberai de’ cosciali e delle gambiere le gambe del mio Sebastiano invitto, quando vidi l’arciere d’Emeso in tutt’arme; anche d’usatti e di solerette. ebbe una calzatura non conosciuta, quella di stanotte: non coturno, non socco, non talare alato: connessa con l’arte morbida che mòdula una chioma ambrosia, una cesarie intonsa. non so.
L’amore de’ primi tempi, l’amore del tempo di Cleopatra e di Sheherazade mi rifluisce nel cuore aumentato come il fiume dalla alluvione subitanea.
‘Vous souvient-il? vous souvient-il?’
Tutti i ricordi di quel tempo, e la brama tormentosa, e i primi baci alla sua bocca insensibile, e i baci di tibicine lungo le gambe fino agli ìnguini; e il folto e cupo divieto quivi crinito; in tanta delicatezza di linea e di colore quella specie di selvaggia ambage chiomante, quella oscurità ferina, quel cespo inestricabile che dissimula i margini della sterilezza: tutti i fuochi riardono a castigo. non so.
Ella è fisa nella invenzione di sé. ansa nell’inventarsi, con ambe le mani che comprimono il petto palpitante.
Ora nel sogno il palagio è novamente deserto. nel sogno appariscono e spariscono le vicende dell’incantesimo letale. gli anelli di tutti i pianeti ròtano intorno al ‘Gioco della Rosa e della Morte’.
E come ritroverò le mie parole d’amore? e come ritroverò la metamorfosi del mio corpo in quel del coppiere cretese?
noctivagvm melos.
Forma perfetta, necessaria gioia,
non pure un’oncia d’adipe t’ingombra.
T’amo; e scorgo lo scheletro nell’ombra
come le nervature nella foglia.
Chi ti nutre la chioma e te l’accende?
Il teschio cavo che non vede nulla:
di dura luce indistruttibilmente
dentato, o Drosis, per tritare il nulla.
Ella si leva dal sogno nel sogno, e danza nell’aula smaltata come una legatura straricca di Corano o di libro sacro dell’Iran.
Ella danza, presente e assente, di là dalla natura, di là dalla magia, di là dalla musica.
Quale nel mio sogno è la sua musica?
Non ho io riudito quella della Ciniza, della Furia di cenere nel fuoco? ‘de la Furia de cendra a travès del fuego’?
Ciniza è il nome dell’animale musico trovato da Bòsue durante il suo viaggio in una regione dell’America australe.
La Ciniza è uno strumento vivo, d’ossa, di muscoli, di tendini, di membrane, di toniche, di cartilagini, che dà i suoni inauditi. li dà nella pressione, tra la voce umana e l’organo dalle canne d’oro, tra la voce trasumanante e l’organo di Silvestro papa secondo, fra tutti gli strumenti a fiato e tutti gli strumenti a corda. ‘Furia de cendra a travès del fuego.’
Bòsue nella mia scola ha una stanza in disparte, è come recluso. vuole per sé una tavola dove io abbia lavorato, una mia vecchia tavola, qualsisia: da quella di collegio intagliata col temperino a quella in guisa di leggìo dove scrissi tutta in piedi la ‘Laus vitae’.
Vive là con la Ciniza, con l’animale musico ch’egli preme come lo zampognaro preme l’otre della cornamusa per modulare i suoni.
Inauditi, ah inauditi suoni. i suoi capelli irti, i suoi occhi stravolti, il suo ardore pallido, il suo delirio di baccante sembrano imbestiarlo e indiarlo. la sua furia è congiunta alla Furia. la Ciniza è come una gonfiezza mostruosa della sua membratura. è come un impensato posludio del mito d’Orfeo. negli improvvisi estri la musica orfica sgorga dal suo cruciato sempiterno di semideo deposto e dallo strazio gaudioso del mostro forse immortale senza plettro aonio ma mille e mille volte più potente della cheli estinta, della testudine vacua, della scaglia inerte in tempra tesa di tre corde, di sette corde.
Chelys fides.
L’aria vibra, l’aria trema, l’aria patisce come i vetri delle finestre ne’ loro piombi esatti quando un carro senza cavalli deforme passa, e risuona più della quadriga nella via lastricata di marmo laconico e di porfido da Eliogabalo.
Ieri portai meco a Sirmione il libro di Catullo. non mi sazio di leggerlo e di rileggerlo. sat es beatus, Gabriel.
Ebbi nelle mani i ‘Carmina’ quando entravo appena nella terza classe del Ginnasio di Prato in Toscana. non ero a bastanza dotto nella lingua latina per intendere alla prima lettura Catullo. o ebrietà! o delizia e libidine delle parole godute come suoni, bevute come musiche! o semplice grazia! ‘da nuces pueris.’
Non è già in Catullo l’istinto – o la divinazione – dell’assonanza e della rima?
Dopo aver sillabato ‘Collis o Heliconii cultor’ non si può esclamare in rapimento se non ‘Quid suavius elegantiusvest?’
V’è un suo poema ardito e ardente, d’insolita poesia, di numeri aonii: ‘peliaco quondam prognatae vertice pinus…’ dopo averlo ancor sillabato con l’intiero conoscimento di acquisto, dico: ‘questo poeta minor è qui maggiore di Vergilio. ebro di latinità, per questo poema io do il migliore dei canti di Vergilio.’
Nella Università di Roma Onorato Occioni il Rettore, Occionius noster, mi scrollava per le spalle con un riso cordiale ove io sentivo spirare l’anelito di Trieste serva. novem continuas fututiones! e continuava a scrollarmi come per ischiantar la pietra dello scandalo.
Una ricevuta pontificia datata dall’anno del Signore 1233 nomina in qualità di banchiere ‘di Sua Santità’ un Angiolieri Solafica di Siena, che percepisce in Francia e in Inghilterra le rendite papali.
Già fin dall’anno 1229 gli usurieri senesi condotti da Mastro Stefano cappellano e nunzio di Gregorio IX, gli usurieri nomati Caorsini, avevano approdato in Inghilterra con l’officio di levar la decima papale in occasion della guerra contro Federico II.
Quel buon percettore pontificio mi dà il nome appropriato alla mia amica penultima.
Per sentir tintinnire la campanella d’argento e di cristallo nella gola di una musa del Campo San Stefano, ho ricominciato a parlare speditamente l’antico veneziano del secolo XII che già mi piacque di apprendere dal volgarizzamento del Panfilo per rallegrare il mio squisitissimo maestro Ernesto Monaci in una lezione sul codice trascritto che facea testo nelle scuole medievali.
Madona Venus sì disse: No te vergonçaras né no aver dobio de dir li toi anemi, çoè le toi volontade a ciascuna femena.
Ke apena serà dentre mile femene una la quale devede a ti quelo ke tu li domandaras.
Mai per la ventura quelo ke tu li domandaras, pregandola e clamandoie, mercé ela lo vedarà a ti aspramente da lo començamento: mai lo encargo de quela aspreça k’ela te mostrarà, si è molto leve.
Si qe ça curando dal començamento quele caose le qual quel medhesemo vendeor negava, veçando elo lo bon compraore, sì il demostra le cause le qual davanti le avea devedhadhe…
Questo è un altro sogno, ma più confuso, incomunicabile.
Da prima il senso della lontananza distende il mio corpo in quella guisa che – non so dove, non so quando – vidi cordai o canapai tirar le fila per lungo per lungo da una estremità all’altra del terreno adatto al gioco del pallone sotto un resto di vecchio muro comunale gradito alle ciarlerìe delle passere in una cittadetta toscana.
‘Dovunque fuori del mondo.’ nel sogno quel che nella veglia è un senso vago, un sospiro di malinconia senza signoria, mi si cangia in una specie di struttura interna dalle linee manifeste e dai congegni esatti; che genera l’ansia dell’esser distante, la bramosia di sentirsi discosto, la frenesia di ritrovarsi lontano inconoscibile inafferrabile.
Invaso da una diligenza pratica improvvisa io mi do tutto agli apparecchi di un viaggio chimerico in un velìvolo inventato da me terrestre e marino. nulla sfugge alla ricerca di tutto quel che mi occorre, nulla resiste al mio sforzo ingegnosissimo di ridurre tutto al minimo volume. io sono monocolo e astigmatico: gli occhiali esatti mi sono dunque di necessità estrema. quanta minuzia nella ricerca, nel numero delle lenti, nel modo di preservarle chiudendole in un astuccio di acciaio foderato di velluto blu!
Prima del commiato, l’ultima ora familiare. eccolo, è accanto a me l’amico senza nome – artista, filosofo, scienziato, filantropo, credente, nel tempo medesimo oltre le nubi e nella piana terra – il sodàle composito delle intime essenze e delle sembianze di amici veri e bene amati che non sono più, che non vivono più e non mi aiutano più.
Ora m’è da presso. come delicatamente mi soccorre con la sua attenzione perché io non dimentichi nulla nel partire per la terra ignota dove non sarà alcuna alcuna alcuna cosa gradita alle mie consuetudini di spirito delicato! ‘dearly, my delicate Ariel’ mi ripete con la voce di Adolfo de Bosis nato in Ancona da una voce greca delle origini. ‘farewell, master: farewell farewell.’ parla dunque Caliban?
Non so, non so. egli mi parla con una voce che sembra quella ch’io udrò libera di apparenze, non soggetta ad organo alcuno, a stromento alcuno, laggiù nella terra incognita.
Perché non posso fermare, non posso ridire quel ch’egli mi disse?
La sua moglie è presente, anch’ella formata con i lineamenti con le arie con i gesti con le espressioni delle donne di quei diletti indimenticabili amici non mai traditi. parevano esse interpretare nei modi feminei l’amicizia degli uomini loro, con non so che protezione senza peso, con un avvolgimento quasi tenero che talvolta mi rivelava quasi l’ombra di una voluttà indistinta. non so.
Presso l’imagine composita è un’altra singolar donna; che io ho amata e desiderata e non mai posseduta se non nel pensiere, se non nel colore, se non nella melodìa: Manah.
Non esplico, non esprimo. attraverso la parola dell’amico pallido dalla gran fronte io vedo osservo conosco nella profondità più oscura l’anima di Manah, le cause dell’attitudine di Manah, le fonti della sua vita e della sua infelicità e delle sue aspirazioni martorianti.
È come se io mi distaccassi da una regione incognita per involarmi verso un’altra regione incognita. e sono invaso dall’estremo ardore della sensualità nel mirare il suo viso bianco tra i capelli neri, i suoi occhi dove lo sguardo non ha colore perché non è se non l’apice dell’inquietudine, le sue braccia nude fino al gomito, la curva dell’anca e della coscia, le labbra aride ma vermiglie che sembran disegnate dalla Sete conversa in iddia plastica.
Un sussulto di volontà, più potente che il balzo d’una fiera flessibile – di una pantera, di un giaguaro, di una lonza –, mi solleva al mio posto dinanzi al mio volante. ma come la statura di Manah ha potuto d’un tratto elevarsi così che il suo braccio sinistro alzato presenta la mano bianca all’altezza della mia linea di prua?
Non prendo quella mano fra le mie dita già prese dal mio mestiere, ma soltanto mi chino per baciarla.
E il lungo bacio si accompagna allo spiccar del volo.
La mia macchina e il mio rammarico e il mio rinato amore sembrano passare attraverso quelle fibre trasparenti.
La mano è omai senza braccio senza torso senza corpo, sola: unica. monta col mio disperato coraggio nel cielo, come una costellazione di cinque stelle.
noctivagvm melos.
Non so. non chiedo. non indago l’ombra.
Nulla è di qua, nulla è di là dal velo.
La menzogna è la druda dell’oblio.
Nell’antitempio è il traffico del dio.
Ogni prece è un mezz’òbolo di cielo.
Supino sul mio letto vilipeso,
figura di bassissimo rilievo,
occupo l’arca che non ha coperchio.
Nessun asceta in fondo al suo deserto
seppe scarnirsi mai come scarnire
io mi seppi. non ho nulla soverchio:
non la cera pe’ moccoli. non peso
nelle braccia di quelli che, se degni
di me, non piangeranno. eccomi illeso
tra l’alba prima e la non prima morte.
Come ho l’odio e l’amore della sorte
ho in dispregio il passato e l’avvenire.
noctivagvm melos.
Se tra l’odio e l’amore della sorte
io senza fede vivo e senza tema,
‘pulvis et umbra’, polvere non ombra,
aridità che dona e non iscema,
perché m’è l’alba imagine di morte?
L’una e l’altra mi sono arte del cielo?
È di entrambe misura la mia fronte?
L’estremo sonno mi consacra a Delo:
della mia compiutezza è statuario.
Non vena di carrara, non di pario;
non alabastro, non cristal di monte:
una sostanza di vivente gelo.
L’alba fuga il mio mito antelucano.
Pur mi sovviene di quell’istmo arcano,
senza pentathlo, senza agonoteti,
senza la numerosa ode e l’uliva
umiliate al giocator di pugna,
dov’io solo cantai me stesso invitto.
‘Allevato su le ginocchia della musica’ diceva di me Louis Vierne organista di Nostra Donna in Parigi, dopo avermi dato le più alte ore del mio esilio. mi conduceva di nascosto nella Cattedrale, a notte; accendeva soltanto il lume del suo leggìo; per me solo nell’oscurità sonava le opere sacre dei più grandi maestri. mi manca il respiro e mi si scava il petto se ripenso alla notte quando Louis Vierne mi rivelò il trittico sublime di Johann Sebastian Bach: Toccata Adagio e Fuga.
Non resistevo al desiderio di udire l’organo di Nostra Donna del Buon Porto in Nantes. io e l’organista di San Sulpizio, l’ammirabile Jean Bonnet, partimmo senz’ali – e valeva pur la pena di compiere a piedi e scalzi il pellegrinaggio – partimmo in ansiosa congiura come se andassimo a provocare l’Editto di Enrico quarto.
Ricòrdati, Ariel, dell’organo di poco fiato che t’intonava il Mistero di San Sebastiano nell’eremo della Landa, al limite della immensa pineta, sotto il titolo di San Domenico. ricòrdati dell’olio nella lucerna, dell’olio d’oliva, che si consumava come l’inchiostro del calamaio bevuto dalla tua penna ‘bibace’.
Non vanamente, nelle notti landesi, intonavo con improvvisi accordi d’organo il mio poema, a parte a parte. musica v’è tra sillaba e sillaba, musica v’è tra verso e verso; plastica musica v’è in ogni didascalia che determini un singolo gesto o un folto movimento di moltitudini.
In questa mia opera, come in talune altre mie opere, la musica inclusa e segreta ha qualche analogia con la gemmazione dell’albero nell’imminenza della primavera. urge la musica in ogni sillaba come in ogni gemma il turbamento dell’ima radice. la sinfonia primaverile è presentita e annunciata.
La linea della modulazione è nelle labbra del sonatore appassionato, prima ch’egli imbocchi lo strumento. ho nella memoria non so che angelo di cantoria respirante l’inspirazione nella grazia dell’atteggiata bocca e del misurato soffio, mentre le dita già commosse avvivano i fóri del flauto prima di trascorrerli. voglio esprimere l’inesprimibile? spesso la mia penna latina, il fusto della mia penna scorrevole, è il càlamo.
M’avviene in alcuna sosta poggiarne le estremità al labbro, come il dito nel silenzio: non legno insensibile ma sì capace di afflato, obbediente all’alito umano, obbediente allo spiro del dio meditabondo.
O mia penna, aggiustata in una delle sette canne della fistola di Pan disciolta dal lino e dalla cera, dislegata e sparsa! e credo averle provate tutt’e sette, nella mia arte notturna di scrivere, con tutte le generazioni di suoni originate dalle sette e sette e sette.
Claudio di Francia,
Io medesimo avrei potuto comporre la musica scenica del mio mistero, torcendomi io medesimo contro le mie interne corde, a simiglianza di quelle figure intagliate nel luogo del riccio in sommo del manico di certi antichi strumenti, figure angeliche o demoniache rivolte verso il sonatore di viola o di violino, quasi alenanti vólti del legno sonoro, della misteriosamente congegnata anima.
E mi sovviene del brivido magico ch’ebbi in una sacrestia della terra sulmontina, del paese di Ovidio, al tempo dell’adolescenza, quando per la prima volta un parroco rustico mi pose fra le mani lo strumento mal tolto da una specie di custodia ermetica; e la figura intagliata nel manico, una specie di Belzebù ebro di ritmo, mi fu così viva che non soltanto mi creò le corde assenti ma al numero della regola aggiunse altre corde che l’ardire delle mie imaginazioni conobbe e tentò sùbito, non senza inaudite consonanze e dissonanze omai familiari alla mia arte inimitabile.
E perché, in que’ primi incontri con Claudio di Francia, le memorie della mia più lontana puerizia rivivevano con tanto melodiosa freschezza?
Mi ricordo. più d’una volta al mio dolce pedagogo fiorentino Enrico Nencioni avevo parlato – con angoscia talvolta – del nodo lirico annodato dentro di me; ch’io pur m’affannavo a disciogliere, che mi bisognava pur disciogliere per essere il grande poeta certo. mi ricordo. pativo quel nodo entro me sin dal limitare della perizia, sin da certi avidi giorni dell’infanzia consunta.
Il mio zio diletto, quello medesimo nomato Demetrio nel ‘Trionfo della Morte’, soleva al tramonto condurmi verso la foce della Pescara e poi a destra verso il lido dell’Adriatico quando ad accelerarmi il cuore mi bastava l’essere attento alle ombre dei pini maritimi fratelli degli olivi di poggio nell’espressivo distorcersi, e attento all’attenuarsi delle ombre nella sabbia che pareva suggerle come suggeva l’orlo lieve dell’onda.
Mi si accelerava il cuore, e mi si gonfiava di non segnati ritmi. e il mio compagno nell’ammaestrarmi si agguagliava alla mia infanzia con una triste grazia ove l’acume non era dissimile agli aghi del pino galleggianti nella spuma della maretta. m’insegnava il nome della prima stella sgorgante. m’insegnava il nome d’una conchiglia che mi pareva ascoltasse il mare come l’orecchia di un fanciullo a me simigliante e a me consanguineo ma nato prima di me. m’insegnava a riconoscere la fase lunare dalla curvatura della falce che il pugno del mietitore celeste volgeva e rivolgeva per tagliare il vento azzurrato o la lanugine della nube pùbere. sapeva dare per me una subitanea novità ai più antichi detti della nostra gente pensosa, ai più usuali adagi del nostro popolo paziente.
Come tanti sapori della vita dolosa con tanto studio assaporati potevano disgustarlo di vivere?
Egli si uccise, in disparte.
Io così mi ucciderò.
Se non più mi piacesse di scrivere, quale arte mi piacerebbe eleggere? l’arte del vasaio o quella del vetraio?
Il vasaio sta all’ombra; e dalla ruota silente gli nasce il vaso intra le mani come un fiore senza stelo.
Il vetraio sta davanti all’ara fiammeggiante; e il suo soffio fa del vetro una forma leggera ed espressiva come la parola giusta.
Per eccitare il mio purosangue mi basta dargli larghe dosi di zucchero, prima di andare al convegno della caccia.
Quando io giungo presso la tenda, è già ubriaco. alla partenza non posso più tenerlo. con gran furore del Mastro per violazione d’ogni regola equestre, sorpasso la muta, affronto gli ostacoli senza misurarli, più che di galoppo divoro il terreno, mi vedo lanciato verso una marrana senza aver nessun potere su quel poco ferro che il forsennato ha in bocca.
Carlo di Rudinì, al mio passaggio, grida con la sua beffa dall’erre grasso ‘il Poeta porta un messaggio all’Orizzonte!’
Ho smarrito una stampa rarissima di Domenico Giuntalodi pittore e architetto pratese; che avevo da quando ero cicognino nel collegio della Cicogna invisa colubris. Giorgio Vasari l’ebbe certo sott’occhio, se ricorda ‘un vecchio nel carruccio, stato messo in stampa con lettere che dicono ancora imparo’.
Il Vecchio è in piedi dentro il carruccio a sei girelle, sorretto da altrettante colonnette e ornato d’alcune teste di ariete. sta curvo il Vecchio ma con la faccia alquanto levata. indossa una tunica ampia e prolissa. porta in capo un turbante dalla lunga fascia che gli passa dietro le spalle e di sotto al braccio destro. dal mento gli cade una gran barba di profeta michelangiolesca. nel campo superiore, in lettere romane, dentro lo svolazzo d’una cartella, è il motto anchora imparo: il mio motto. sono io quel Vecchio.
Mi piace Alessandro che rifiuta di accostar le labbra all’elmetto pieno d’acqua nell’orrida sete di tutto l’esercito.
Non conoscevo non rammentavo l’episodio quando nel Carso feci il medesimo semplicemente, non avendo testimonii se non due fanti che se ne ricordano.
Non è incredibile cosa ch’io non sia stato consumato da quel che v’è di più vorace al mondo? dico le femmine e le muse.
Mi taglierò le vene, come sotto il regno di Tiberio.
La carne non è se non uno spirito devoto alla morte.
Mi torna l’ardire maniaco di passare e ripassare dietro il cavallo che calcia.
Quando penso o studio con la più acuta attenzione io non cesso dall’ascoltare il ritmo del mio cuore che m’è profonda misura, vera metrica, più di me peritissimo.
Questa è la dedica di un libro che doveva esser dedicato a G. d’A. e ai suoi pochi.
Il male non è se non un dio profondo.
manes excoriatvs.
‘Ecce deus fortior me.’
dantes eiectus.
Il mio nume verace non abita se non la mia salma ch’ei dilania.
avctor avdentior.
La serbo a un disperato libro postumo.
Si torceva la nemica come io vidi un gatto nero torcersi sopra una pelliccia suntuosa, non mi ricordo più se di lontra o di zibellino.
Mi cinge il collo. preme il seno contro il mio braccio nudo. a un tratto una folgore di gelo mi traversa, ma la folgore diventa una lama. sentendomi rabbrividire ella sembra voler comprimere il brivido serrandosi ancor più a me, che ho gli occhi chiusi. mi profuma di tutta la sua fragranza libera, non peso di carne ma fascio di fiori e d’erbe lunghe quando il legame di vimine si scioglie o si spezza.
noctivagvm melos.
Lachne è il tuo nome, che già ladro d’orti
traggo dalla pelurie delle frutta.
La ghiottornia di que’ miei denti forti
or si rinnova in una polpa ignuda?
In verità la sostanza del cervello, quella che tenni nel cavo delle mie mani molle e tremolante come la giuncata nella fiscella, s’agguaglia alla vastità degli orizzonti per una parola che la pènetra.
In verità, come artista scrittore, io mi sono ingrandito nel tempo degli ozii, mi son cercato addentro e trovato nel tempo della svogliatezza.
Chi mai oggi e nel secolo o nei secoli, potrà indovinare quel che di me ho io voluto nascondere?
V’è un acerbo piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto. forse lo conosco io solo, sinceramente io solo so assaporarlo e di continuo rinnovellarlo.
La scrittura, l’arte del verbo, è veramente fra tutti i giochi mentali il compiuto: di là dalla pittura, di là dalla scultura, continua l’opera di creazione e dà forma al mistero estraendolo dalla tenebra per esporlo alla luce piena.
Ma io aspiro a superare i limiti dello stile scritto: meglio, a cancellarne i limiti. o divinazione remota! come posso io rileggere i miei sonetti giovenili al mite poeta Giovanni Marradi senza che il cuore mi balzi e la mente mi baleni?
Sono il mostro: per ogni volgo dotto e indotto: monstrosa facies, spectaculum mirum.
Taluno ha detto che ogni opera d’arte ha la sua cuna terrestre e che v’è una certa predestinazione, segreta o manifesta, nella figura de’ luoghi ov’ella incomincia a vivere.
Ha detto il vero.
Si crede, si vuol credere che esista l’armonia fra le leggi della Natura, dell’Anima e della Città.
Non esiste.
Meglio convien credere al corpo che all’anima, meglio alla misura del corpo che alla dismisura dell’anima. troppo sovente l’anima non è se non la menzogna della carne.
Ma il primo discordo è nelle false denominazioni.
Forse l’estasi a Sebastiano impediva sentir le frecce, distinguere le parti della statura dove le punte s’infiggevano.
Ma come sento io, con quale esattezza, quest’ultima freccia nel mio costato!
Con qual lucidità considero se mi sia possibile togliermela senza troppo lacerarmi e troppo sanguinare!
Mi sopraggiunge l’Amico d’infanzia. forza la clausura sotto la specie dell’Amico d’infanzia. ‘ti ricordi? ti ricordi?’
L’evocazione solare della mia fanciullezza, della mia puerizia, della mia pubertà: del mio fiume, del mio mare, de’ miei colli, della mia pineta, del mio camposanto. ‘ti ricordi?’
Ed egli è mio coetaneo. si pretende si afferma si conferma a me coetaneo. così disfatto, così grigiastro, così frale! dinanzi alla mia magrezza agile, al mio febrile bagliore, alla disumana gioventù che mi dà la morte mescendosi alla mia vita.
‘Ti ricordi?’
Le allucinazioni marine sono le più balzanti: il nuoto del corpo interamente nudo, l’incontro del delfino scherzevole, lo sforzo verso le paranze; i pescatori che mi asciugano e mi coprono con i loro quattro cenci, di sotto agli sbattimenti della vela rancia e roggia; il brodetto caldo, cotto lì per lì nel tegame di terra, tutto triglie sogliole calamari, scarlatto di peperoni; e la fame, la fame, delizia e oblio, con quei marinai intorno a me attoniti e beati come intorno a una creatura del mare tratta su nella rete dal fondo insieme con la pesca abbondante. e il ritorno; e la sabbia affocata, e le dolci conchiglie di buon udito; e il mio capo al limite della maretta, e il resto del corpo fino al mezzo nella rena umida, e poi le gambe e i piedi nella rena rovente. e il ‘canto novo’ nelle vene, nelle midolle, ne’ precordii; e nel polso le parole senza sillabe; e l’ambascia del mutolo, il bisogno folle d’inventare a me il mio linguaggio e la mia prosodia; e l’amore della gloria non dissimile al mio amore delle telline crude che sapevo aprire con le unghie, l’una dopo l’altra, senza pause, per suggerne più la salsedine che quel po’ di polpa. ungue rigente.
Gettavo i nicchi a Policleto che fin da quell’anno mi ammoniva: ‘quello è il momento più difficile del lavoro, quando la creta ti entra sotto le unghie.’
La sabbia non è né scultile né conflatile.
In delfo, come sbarcai dal mio veliere venturiere, corsi a cercare una delle prime opere di Fidia consecrata in Delfo. vana ansietà, che non mi moderarono le statue e i rilievi del Partenone.
Era il votivo gruppo di bronzo, fuso con la decima prelevata sul bottino di Maratona.
Voglio gettare nel Benaco, presso il lito di Catullo, il cofforetto d’argento che ha sul coperchio figurati a opera di smalto i miei tre cavalli arabi del più florido tempo di mia vita quando il Deserto d’Arabia mi fece dimenticare la Campagna romana.
Presso i corsieri – il sauro, l’albo, il leardo moscato – sono anche inscritti a smalto blu i tre nomi: El Nar, Khafra, Ptah.
Ogni volta che mi tornano sotto gli occhi, e ch’io non mi tengo di leggerli e di rileggerli o di gridarli come quando entravo nella scuderia di Charia el Maghrabi e i tre nitriti mi rispondevano in tre concenti, ogni volta mi annego nella malinconia e mi rammarico d’essere stato salvato dall’annegarmi nel bacino di Mena presso la piramide di quella figlia di Cheope messa dal padre per avarizia a bordello e vaghissima di lasciare del suo mercimonio diurno e notturno un monumento perpetuo con le pietre ch’ella pretendeva in dono dai bordellieri oltre la pattovita moneta.
El Nar, Khafra, Ptah. getto nelle acque catulliane il triste argento. salve, o venusta Sirmio. solo può comprendere la malinconia del nomare quei tre nomi il fratel mio veronese, flos veronensum iuvenum, che in una parola di più, in quattro parole, piange e ride come odia e ama: suaviolum tristi tristius helleboro.
Sospira la donna inebriata dall’insolita menzogna che non è dissimile forse al ‘vanas pro veris fundere voces’ o al ‘blandae mendacia linguae’ di Ovidio obeso e facondo se bene alunno della mia terra peligna; sospira:
– Ariel, come puoi tu dare tanta felicità? tanta tanta felicità.
Le risponde una voce rimota ma limpida, senza sospiro:
– Perché sono tanto infelice, tanto tanto infelice.
Questo ferale taedium vitae mi viene dalla necessità di sottrarmi al fastidio – che oggi è quasi l’orrore – d’essere stato e di essere Gabriele d’Annunzio, legato all’esistenza dell’uomo e dell’artista e dell’eroe Gabriele d’Annunzio, avvinto al passato e costretto al futuro di essa esistenza: a certe parole dette, a certe pagine incise, a certi atti dichiarati e compiuti: erotica heroica.
Il mio genio sembra girare vertiginosamente intorno a sé come la fionda rotata prima di lanciare il sasso o il piombo.
La rotazione violenta e sempre più rapida della fionda intorno al capo del fiondatore non è dissimile a quella de’ miei pensieri agglomerati per ostile foltezza.
La mia fionda aonia non è da comparare a quella esercitata dai settecento fiondatori della città di Gabaa tanto abili e certi ‘che un capello non avria potuto sfuggire al lor colpo’.
La fionda giudaica era di cuoio o di lana, o di crino tessuto.
La mia è d’osso del cranio. le corde sono attorte con le filamenta de’ miei nervi più occulti.
Si può forse conoscere la specie della mia umanità considerando che io sono amato senza misura e senza cautela dalle bestie, dalle donne, dai fanciulli. quanto fui amato da’ miei cavalli e da’ miei cani; e – con la protezione di san Domenico da Cocullo, nel tempo mio fertile di Francavilla, nel tempo dell’‘Innocente’ – dalle serpi!
Un amico romano, un buon compagno di caccia, Peppino Senni, mi lascia montare un suo gran sauro che mi piace molto. credo o almeno spero che, in fondo, egli abbia l’intenzione di venderlo.
Monto in sella, vado nella campagna, lo provo a tutte le andature, e al salto della staccionata e della maceria. mi piace molto.
Ritorno alla scuderia per l’ora indicata. trovo l’amico lepido e cortese. gli fo l’elogio del suo cavallo. soggiungo: ‘anche più mi piace per quella ciocca di crini bianca nella criniera.’
Esclama Peppino Senni: ‘quale ciocca?’
Egli aveva montato il sauro nell’ottimo suo stile per tutta una stagione di caccia, avendo il collo dal ciuffo al garrese sotto gli occhi; e non aveva osservato la ciocca di crini bianchi.
Mi ricordo che nella mia infanzia scopersi nell’ala destra del verdone un’esile piuma rossa; e mi ricordo della mia gioia, e della mia smania di avere verdoni, di chiederne ai cacciatori da rete, agli amatori di paretaio, al contadiname delle mie campagne, alla mia madre, al mio padre, per accertarmi che in ogni ala destra fosse celata quella piumetta rossa.
E quanti altri esempi di attenzione infantile verso ogni specie di animali! cercavo l’orecchio nel pesce; spiavo certi errori d’un condottiere di anatre; perseguitavo la scelleratezza dei conigli, la ferocia delle cavallette verdi; sussultavo alle strida strazianti dei gatti; studiavo non senza sospetto il lungo corno ricurvo di un certo scarabeo e le mandibole di un altro fiero insetto ramose come le corna del cervo; disputavo con la mia zia saputa non volendo io convenire che il pipistrello allatti i suoi piccoli; e non mi saziavo di fisare l’occhio delle passere e dei colombi.
In una coppa di terra tenera ricoperta di ematite rossa metto i miei giacinti di un violetto così scuro che sembran neri.
Emanto. in questa parola Emanto è il sangue e il fiore.
Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il sentiere ti sembra novo.
Eccomi da ore accucciato nella cuccia del mio cane malato. è forse tra i men belli; o per morbidezza inclino a persuadermi che così sia. gli altri abbaiano; egli non abbaia più. ma la sua intelligenza è acuita dalla sua sofferenza, per farmi più soffrire.
La pietà è un’angoscia immobile. chino su lui, vincendo il disgusto dell’alito grave, cerco di consolarlo, l’accarezzo, lo chiamo per nome, gli parlo ne’ suoi e miei modi.
Ansa e soffia. si contrae, sussulta; e mette un gemito sempre più fievole.
Muore. e il canattiere già scava la fossa nel giardino, in mezzo ai due cipressi foschi come in un intercolunnio di pace.
I cani cessano di latrare, quasi fossero pietosi al mio dolore. sembra che il mio giardino chiuso abbia una seconda cinta.
Ecco un soffio dell’aria ch’è passata su l’aiuola della reseda.
Aspetto. so come la mia malinconia talvolta aspetti una cadenza che non le vale.
Ecco un soffio dell’aria che ha mosso i festoni dei glìcini intorno ai due cipressi foschi.
Monterò a cavallo. andrò a Vincigliata. o, per istancarmi, vedrò di ritrovar la via di Montemurlo. quante miglia toscane?
Ecco un soffio dell’aria che ha sfogliato nella pergola le rose scempie di cinque foglie, le rose malamente dette del cane, quelle di fratta care alla mia madre.
Disse a Gedeone il Signore: ‘metti da parte chiunque lambirà l’acqua con la lingua come lambisce il cane; e altresì chiunque s’inchinerà sopra le ginocchia per bere.’
Io son messo da parte. molte volte ho bevuto con tutta la faccia avida, ginocchioni, bagnando anche le mani calde nel rivo o nel fonte. talvolta il mio cane da presso beveva meco.
Il ritmo – nel senso di moto creatore, ch’io gli do – nasce di là dall’intelletto, sorge da quella nostra profondità segreta che noi non possiamo né determinare né signoreggiare. e si comunica all’essere intiero: all’intelletto, alla sensibilità, all’agilità muscolare, al passo, al gesto.
Questo ritmo mentale m’insegna a eleggere e a collocare le parole non secondo la prosodia e la metrica tradizionali ma secondo la mia libera invenzione.
Imitando un modo di sant’Agostino i’ dico: ‘Scribere est ars bene movendi.’
Tra’ miei molti tetrastici o tetrastichi dispersi ho ritrovato questo in un foglio volante con la data 9 marzo 1902. l’ho qui trascritto il 3 aprile 1922. vent’anni.
E la mia deserta conoscenza quadrata, la mia concisa disperazione, è tuttavia questa: unicamente questa, immutabilmente questa.
Tutta la vita è senza mutamento.
Ha un solo volto la malinconia.
Il pensiero ha per cima la follia.
E l’amore è legato al tradimento.